PICCOLE BUGIE TRA AMICI di Guillaume Canet, 2012

PICCOLE BUGIE TRA AMICI di Guillaume Canet, 2012

Film corale sicuramente non originale ma ben riuscito, erroneamente paragonato al Grande Freddo di Kasdan, Piccole bugie tra amici è un buon prodotto della nuova cinematografia francese di cui G. Canet ne è un esempio, sia come regista che come interprete. A questi amici, che trascorrono tra egoismi e falsità, una bella ed educativa vacanza in una splendida villa a Cap Ferret, dedichiamo un dolce il cui nome “falsamente” francese cela un’origine portoghese: Crème Caramel o Latte alla Portoghese, tanto per confermare che a volte qualcuno non è proprio ciò che dice di essere….

INGREDIENTI:1 litro di latte intero alta qualità – 6 uova freschissime – 2 etti di zucchero semolato – 1 baccello di vaniglia – la buccia di un limone non trattato.

PROCEDIMENTO: Mettere sul fuoco il latte con 1 etto di zucchero, il baccello di vaniglia e la buccia del limone facendo attenzione che non rimanga la parte bianca che può risultare amara. Quando il latte sta per bollire, abbassare la fiamma e far sobbollire per qualche minuto; spegnere il fuoco. Quando il latte è tiepido togliere la buccia del limone e il baccello di vaniglia. Fare freddare il latte ed aggiungere ad una ad una le uova intere (rosso ed albume), mescolando di volta in volta o con una forchetta o con la frusta del frullatore a velocità media: la scelta dipende dal fatto se il crème caramel volete che abbia quei piccoli buchetti tipici di un prodotto artigianale (usate la forchetta) o a grana più fine (usate le fruste). Preparate a parte del caramello con il restante zucchero, lasciandolo sciogliere sul fuoco con un po’ di acqua. Mettere il caramello ancora caldo dentro lo stampo in pirex da budino (o anche uno antiaderente) facendolo aderire alle pareti e versarci il composto di latte e uova, filtrandolo con un colino. Nel frattempo fate scaldare bene il forno, fisso solo sotto, a 180°. Mettete il contenitore con il composto al centro di un tegame a bordo alto (tipo la teglia per fare le patate al forno) e versate dell’acqua nel tegame sino a far sì che il contenitore con il crème caramel risulti immerso per metà. Cuocete in forno per circa 50 minuti/1 ora e lasciate freddare dentro a forno spento. Rovesciate il creme caramel dopo averlo fatto freddare in frigo.

CHOCOLAT di  Lasse Hallström, 2000

CHOCOLAT di Lasse Hallström, 2000

In un tranquillo quasi anonimo paesino francese arriva dal nulla la estroversa Vianne (Juliette Binoche) insieme alla sua bambina Anouk (Victoire Thivisol) per sconvolgere, con l’apertura sulla piazza della sua singolare cioccolateria, le abitudini degli abitanti del luogo. Il sindaco moralista e bigotto (Alfred Molina) non esita a scatenare una guerra  contro la peccaminosa donna che, oltre ad offrire cioccolato in tempo di penitenza quaresimale, socializza persino con l’estroverso Roux (Johnny Deep) a capo di un gruppo nomade di zingari che si sono accampati nei paraggi. Alla fine la donna riuscirà con la sua tenacia ed il suo buon umore a scalfire il cuore di tutti, incluso quello del sindaco, ed a portare un poco di vita nel grigiore freddo di quella comunità chiusa e piena di pregiudizi. Il film non può che suggerirci questa ricetta di un plumcake tutto al cioccolato.

INGREDIENTI: 200 grammi di farina – 1 cucchiaino di bicarbonato – 50 grammi di cacao amaro – 275 grammi di zucchero – 80 grammi di panna acida – 175 grammi di burro morbido – 2 uova – 1 bustina di vaniglina – 175 grammi di gocce di cioccolato.

PROCEDIMENTO: Amalgamare tutti gli ingredienti mescolando bene ed aggiungendo poi 125 ml di acqua bollente, sino ad ottenere un impasto molto fluido, e completando infine il tutto con le gocce di cioccolato. A questo punto sistemare l’impasto in uno stampo da plum cake, foderato di carta da forno bagnata, ed infornare per 45 minuti ad una temperature di 180 gradi quindi coprire lo stampo con carta di alluminio e completare la cottura per altri 20 minuti. Servire da solo o accompagnato con una abbondante cucchiaiata di panna montata.

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI di Annibale Ruccello- regia Ennio Maria Lamanna

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI di Annibale Ruccello- regia Ennio Maria Lamanna

Che uno spettacolo di successo venga ripreso dopo anni dalla première e per la terza volta, con la stessa protagonista  e il medesimo allestimento, non è un fatto frequentissimo per i teatri italiani.

Ancora più singolare è che non si tratti di un classico ma di un autore contemporaneo Annibale Ruccello, senz’altro il più interessante drammaturgo che ha operato in Italia negli anni 80, consacrato da diversi successi sia in Patria che all’estero, forse ancora di più dopo la sua tragica scomparsa.

E’ stato  autore di storie spesso estreme  e visionarie, ma nello stesso tempo connesse strettamente alla realtà dei nostri tempi, e a volte, come in questo caso, addirittura profetiche, nel senso che una storia come quella della casalinga  Adriana Imparato, frustrata e depressa e del suo tragico finale. oggi è ancora più attuale e vivo e ahimè più  vicino alle nostre maledette  cronache quotidiane.

Come in tutte le opere di Ruccello anche in Notturno si mescolano ad arte ironia, divertimento, dramma, commozione, surrealismo e naturalismo, sangue e poesia, comicità e thrilling.

La regia di Enrico Maria Lamanna ha saputo con  precisione e lucidità  (doti che poi quel regista non ha poi più saputo trovare), interpretare la varietà dei toni della pièce e  felicemente ha ricreato in scena quell’ambiente degradato di hinterland partenopeo, toccando l’apice della regia nei momenti di “sogno” come quando si materializza il ricordo del Padre-Madre o nelle “apparizioni” degli “ospiti”.

Un cast perfetto fa da contorno alla protagonista meravigliosa, Giuliana De Sio, che per la terza volta affronta  questo difficile personaggio tra fragilità e follia, solitudine e voglia di sognare. L’attrice ritrova la straordinaria complicità con il personaggio aggiungendo nuovi fremiti di maturità dopo il difficile momento di malattia che ha attraversato.

L’esito del pubblico di fronte a questo spettacolo si conferma entusiasta, come se il pubblico avvertisse di essere di fronte a qualcosa di urgente, che ci appartiene, che poi è il vero senso del Teatro.

Dopo Napoli lo spettacolo sarà a novembre a Roma e poi in tournée a beneficio degli  spettatori che non hanno potuto vederlo nel 1996 e nel 2003.

data di pubblicazione 7/11/2014


Il nostro voto:

LO SPLENDORE E LA SCIMMIA di Anton Giulio Onofri

LO SPLENDORE E LA SCIMMIA di Anton Giulio Onofri

Le passioni del giovane adulto Onofri. E non mi riferisco a quelle amorose, sentimentali o puramente carnali, che pure sono il filo rosso dei racconti dei nostri amici, Roberto ed Antonello su tutti. Ma le passioni che percorrono il romanzo, avvolgendolo in una sorta di ragnatela sottilissima ma ben visibile, intrappolando ma senza interferire nella visione di ciò che è custodito al suo interno, sono quelle del narratore per eccellenza, l’autore, che però si palesa solo attraverso di esse, per chi lo conosca (anche solo virtualmente). Perché se il racconto viene portato avanti in una quanto mai originale forma che potremmo dire “epistolare”, usando il termine in un’accezione molto ampia e oserei dire contemporanea (visto che siamo in un’epoca in cui non si scrivono più lettere nel senso tradizionale del termine, anche se il romanzo è ambientato negli anni ’90), scambio epistolare in cui si possa anche evitare di prendere a pretesto un interlocutore interno al romanzo stesso, ma quasi sfondando , teatralmente, la quarta parete, a rendere destinatario della “epistola”  il lettore stesso (e d’altronde, quanti ammiccamenti al lettore, nei continui rimandi e citazioni sussurrate all’orecchio di chi sappia e voglia coglierle), così l’autore, invece di ritagliarsi un ruolo, scegliendo di essere narratore, o calandosi nei panni di uno solo dei personaggi, si fa qui vivo e vibrante attraverso la trama sottile della ragnatela di ciò che va vibrare le corde della sua anima. E sembra quasi che tutto il resto, il romanzo stesso, sia semplicemente un pretesto, ottimamente congegnato, perché tali vibrazioni  possano trovare espressione ed essere condivise. Sto parlando di Karajan, di Mozia, Siracusa, della Sicilia, dell’entusiasmo di fronte allo spettacolo delle mille fiammelle di Madre Natura, di Sibelius, i dischi dei quartetti di Haydn, del Recioto, la piazza di Vigevano, Siena…e mi fermo, perché continuare sarebbe lungo e non altrettanto piacevole alla lettura quanto il romanzo. E il lettore/destinatario, ovviamente, ci mette poi il suo, se la sottoscritta si ritrova ad essere stata, recentemente, voce sopranile all’interno dell’orecchio di Dioniso, a Siracusa (anche se non era Greensleeves ma il “Vorrei e non vorrei” di Zerlina, sollecitata nel duetto dal bravissimo Don Giovanni  che era la mia guida locale. E anche qui cortocircuito con i libretti di Da Ponte citati più avanti), a pensare le stesse cose delle opere a Caracalla (continuando, ogni tanto, a cascarci), a seguire il sentiero del bosco vecchio, o a fare i cruciverba di Bartezzaghi nei viaggi in treno. Se dovessi creare un teaser per il romanzo, non potrei che scegliere: ”Tu dove hai fatto il CAR?”,”A Hollywood”, che fulminante fa la sua apparizione nelle prima pagine e poi la lingua, quel fluire armonioso, ricercato ma mai pedante, quelle “emozioni tutte giapponesi”, “i suoi modi da scoiattolo”, e quel meraviglioso “Pompei and Circumstance..” buttato lì, a pagina 81, che andrebbe commentato solo musicalmente, cogliendone  lo spunto. Se dovessi trovare una ulteriore definizione, oserei un “asimmetrico”, fin dal titolo, Lo splendore e la scimmia, chiarendo quanto l’asimmetria sia per me motivo di compiacimento, in generale. Asimmetrico, o forse sbilanciato, direbbe qualcuno, il racconto, asimmetrici mi piacerebbe chiamare i rapporti descritti, asimmetrica la vita. Certo un libro che interroga le donne, presenti in qualità di madri o di sfondi piuttosto anonimi e/o simmetrici, nelle vite dei vari Luigi, Natale, etc. E lascerei chiudere questo asimmetrico commento sul libro, alle parole di Antonello : “…mi suscitava voglie invereconde, dunque assolutamente legittime”.

data di pubblicazione 13/10/2014

LA STANZA DEL FIGLIO di Nanni Moretti, 2001

LA STANZA DEL FIGLIO di Nanni Moretti, 2001

Comincio col dire che non sono completamente d’accordo su chi, ed è la maggioranza, sostiene che Moretti ha rinunciato all’ autobiografia, al suo orticello, all’autarchia, per esplorare finalmente la dimensione del racconto in terza persona. Certo, ha lasciato l’ormai in-filmabile Roma per attraversare l’Appennino e scegliere una città di mare come Ancona, poco vista al cinema. Certo, ha messo da parte il suo caro diario, le battute di attualità politica, la messa in scena della moglie vera e del figlio vero, ma si è portato sicuramente dietro il suo bagaglio di ossessioni e nevrosi. Ce lo vuol far capire lui stesso, subito, all’inizio del film, quando lo psicanalista Giovanni Sermonti.
il suo nuovo personaggio, tornando a casa dal footing, rispondendo al telefono dice qualcosa del tipo (cito a memoria): sono io, sono Giovanni. Come si sa, nel cinema di Moretti, nessuna battuta o scena o dettaglio è lasciato al caso, come un piccolo Kubrick (il paragone non scandalizzi, sto parlando solo di metodo). E pertanto quella battuta non può, secondo me, che significare “sono sempre io”. E d’altronde i pazienti dello psicanalista appaiono degli alter ego di Nanni, ognuno
rappresentante di una paranoia del passato: c’è la golosità, la mania di classificazione, la presenza del tumore da combattere. Soltanto il paziente erotomane mi risulta davvero strano e mi ha spiazzato: che ci voglia accennare a una sua nuova ossessione? Spero di no per lui, eppure è un ruolo non piccolo, con tre scene ed è affidato a un attore importante come Accorsi e quindi qualcosa dovrà rappresentare:…Lo psicanalista ha anche una famiglia, molto normale e per certi versi
esemplare: una moglie che lavora in una casa editrice (Laura Morante, mai vista così brava), c’è comunicazione, comprensione, dialogo, si fa ancora l’amore, si traduce il latino insieme coi figli, hanno una casa bella, funzionale, piena di libri ma non di lusso come ci si aspetterebbe da uno stimato professionista e soprattutto non c’è ombra di cellulare e tv e computer: se ci sono, sono sempre spenti. E’ forse il tipo di famiglia ideale anticonsumistica e antiberlusconiana che starebbe alla base di una sorta di “rifondazione della borghesia” che il Nostro nel suo giansenismo di sinistra senz’altro auspica? Si tratterebbe allora di un aspetto politico seppure trasversale. Ma proprio uno dei familiari, il figlio Andrea, un ragazzo buono e ubbidiente, appare un pò distante da questa armonia; il padre lo vorrebbe più competitivo (e lui non lo è), più autonomo (e lui si fa trascinare in un furtarello a scuola), più aperto; e poi hanno gusti sportivi e musicali diversi. nella famosa scena in cui, in auto, cantano tutti il celeberrimo pezzo di Paolo Conte “Insieme a te non ci
sto più”, metaforicamente, Andrea è l’ultimo a unirsi al coro. E proprio lui diviene protagonista involontario della vicenda con quel che gli capita. A questo punto entra in scena il Dolore ed è il Dolore che il senso comune conosce come il più grande che possa capitare. Tutta la parte che precede il lutto e lo descrive è saggio di esemplare regia, che usa pochi ma decisi tratti (la scena al mercatino, la scena della bara). Dopodiché tutto sarà diverso nella famiglia: i rapporti, la vita quotidiana, il lavoro, le domeniche, perché come dice Moretti è un tipo di dolore che divide anziché unire (è lo stesso dolore che aveva diviso in Turista per caso, Via col vento e altre pellicole).
Tranne la scena del luna park, veramente brutta anche perché svela i limiti del Moretti attore (scena che è l’unica mia riserva insieme al montaggio un pò trascurato), tutto il resto del secondo tempo è
sorprendentemente toccante e misurato, fino a quel finale sulla spiaggia ligure (quasi al confine francese: un’altra metafora o una dichiarazione programmatica?), con sottofondo di Brian Eno che rimane un pò così, tra l’ottimismo moderato ed altre imponderabili sensazioni e che pone altri interrogativi in questo film da vedere e rivedere.

 


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