(Teatro della Cometa- Roma, 19/29 febbraio 2020)

Comicità romana su temi nazionali espressa con finezza e senza grevità. Dal personale al politico, con levità e acutezza. Battute che vanno a segno grazie a tempi comici azzeccati.

One man show per una comfort zone da cabaret. E il valore aggiunto di funzionali musiche e di uno scenario da stazione del treno. Dove i vagoni e le soste sono altrettanti argomenti. Falaguasta tiene la scena con padronanza ruotando attorno al fil rouge del rapporto con la figlia, cartina di tornasole per interpretare la cosiddetta modernità o, meglio, l’abisso generazionale che separa un cinquantenne come lui da pargoli che pretendono di essere prelevati in discoteca attorno alle 3 di notte o essere scortati in feste misteriose sulla Giustiniana. Il fondale di Roma con la sua burocrazia immobile, il suo cinismo e le sue mollezze, è lo scenario ideale dello storytelling che prende corpo, vigore e concretezza quando accenna al rapporto del cittadino con le banche. Luoghi in cui sei un numero fino al momento in cui minacci di chiudere il conto. Ed è il momento che il direttore si dirige verso di te con fare affettuoso deciso a tutti i costi a recuperarti alla causa. Risate fragorose a scena aperta alla prima per uno spettacolo già rodato, definito nella sua organicità. Che contiene alla fine una nota estremamente malinconica. Per farci capire che non è solo cabaret ma anche teatro. La figlia silente ascolta le tristi considerazioni del padre la cui vita è ruotata tutta attorno alla parola, scritta o recitata e si vede replicare la risposta con messaggi vocali, la fine degli iperconnessi. La crisi dei padri è quella di chi non ha vissuto né il ’68 né il ’77 ed è scesa in piazza al massimo per festeggiare la vittoria dell’Italia nei mondiali di calcio del 1982. Carenze che diventano penuria e mancanza di trasmissione educativa ai figli. Con un palese e amaro senso di vuoto.

data di pubblicazione:20/02/2020


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