(Roma-Teatro 1 Cinecittà, 18 aprile/20 settembre 2015)

Quando nel lontano giugno del 1985 la rivista americana National Geographic pubblicò in copertina il ritratto della ragazza afghana, scattato da Steve McCurry in un campo profughi a Peshawar in Pakistan, in pochi avrebbero scommesso che quella foto avrebbe girato il mondo e sarebbe poi stata utilizzata, come indiscussa icona, nelle brochure di Amnesty International per le proprie campagne a tutela dei diritti umanitari.

Quella stessa ragazza, rimasta sconosciuta per quasi 17 anni, fu poi casualmente ritrovata, ancora con i segni della speranza tracciati sul volto e con quello sguardo straordinario, rimasto immutato, che aveva commosso e impressionato l’intero pianeta.

Da quell’immagine si può risalire a Steve McCurry, nato in un sobborgo di Filadelfia nel 1950, oggi fotografo di fama mondiale che sin dai primi anni di attività è stato capace di distinguersi per il coraggio oltre che per le sue doti professionali.

Tutto ciò emerge dai suoi primi reportages quando riuscì ad attraversare il confine tra Pakistan ed Afghanistan per andare a fotografare quel paese devastato dalla recente invasione russa, quando riuscì a fissare per la prima volta quei volti umani che con lo sguardo riuscivano a raccontare le proprie storie di disperazione e dolore.

Lui stesso affermava che se si è pazienti, se si impara ad aspettare, la gente dimentica di aver di fronte la macchina fotografica ed allora ci si accorge quasi per magia che la loro anima esce allo scoperto per mostrare la sua vera essenza.

Quanto affermato lo si può osservare se si percorrono gli spazi bui della mostra curata da Biba Giacchetti, su allestimento di Peter Bottazzi, al Teatro 1 di Cinecittà, in cui lo spettatore può scoprire l’impareggiabile produzione fotografica di McCurry di questi ultimi anni.

Questa mostra conduce in effetti “oltre lo sguardo” per raccontare, attraverso l’immagine di quei volti, la storia che sta oltre lo sguardo stesso di chi osserva e, a sua volta, è osservato attraverso l’obiettivo.

In questo fotografare McCurry non si limita quindi a fissare l’attimo infinitesimale dello scatto, ma partendo da questo punto accompagna lo spettatore in uno spazio temporale infinito, dove il soggetto stesso ne risulta parte integrante e mai casuale.

La mostra si dipana attraverso un percorso non tracciato, un labirinto senza via di fuga dove le immagini si scoprono via via che si procede, conquistati dai colori e dalla luminosità dei volti che ci raccontano l’umanità stessa presente in quegli angoli più nascosti del mondo, dove c’è guerra e morte, ma anche speranza: una vita vissuta, una storia non inventata.

Non a caso lo stile cinematografico di McCurry ben si inserisce in un contesto come Cinecittà, luogo sacro per molti cineasti e dove lui stesso aveva studiato da ragazzo coronando il sogno di tanti giovani americani di poter accedere a quegli studios resi famosi dai registi italiani di riconosciuta notorietà.

La mostra merita una visita, non fosse altro perché ci porta dentro un mondo di sogni e fantasia, in uno spazio magico dove ci si lascia dietro il trambusto della vita quotidiana per tuffarsi da protagonisti in un’ avventura da non dimenticare.

data di pubblicazione 18/04/2015

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