(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Elena, rincasando con sua madre, riceve una telefonata del figlio Ivàn, di appena 6 anni, in cui il bambino, in evidente stato di agitazione, la informa che suo padre ed ex marito di Elena, con il quale è in vacanza nel sud della Francia, lo ha lasciato da solo su una spiaggia che non sa con esattezza in quale località si trovi, per tornare nel camper parcheggiato in un bosco limitrofo a prendere i suoi giocattoli. La telefonata si interrompe mentre un uomo si sta avvicinando al bambino….

 

La sequenza iniziale del film Madre di Rodrigo Sorogoyen, ricca di una buona dose suspense adrenalinica, ricalca il pluripremiato cortometraggio omonimo con il quale nel 2017 il regista spagnolo ottenne il premio Goya, oltre ad una infinità di altri riconoscimenti, e la nomination all’Oscar per la sua categoria. La storia, presentata a Venezia nella sezione Orizzonti, riparte da quella stessa spiaggia deserta, dieci anni dopo l’ultimo avvistamento di Ivàn, dove Elena (Marta Nieto, la stessa attrice del corto) si è trasferita dalla Spagna e dirige un ristorante. Sembra tutto molto assopito: è passato del tempo ed Elena conduce una vita monotona ma normale, ha un compagno molto accudente ed amorevole, ed è stimata sul lavoro. La donna oggi ha 39 anni. Un giorno, mentre passeggia su quella spiaggia come fa sempre dopo pranzo da dieci anni, incontra un ragazzo francese che non può fare a meno di seguire sino a casa: il ragazzo, che ha sedici anni e studia lo spagnolo, le ricorda il figlio. Da quel momento i due cominceranno a frequentarsi nello sconcerto di tutti, soprattutto dei genitori del sedicenne.

Il film, splendidamente interpretato da Marta Nieto, famosa attrice di serie Tv spagnole ed al suo primo lungometraggio, mantiene una costante suspense nonostante le oltre due ore di durata, con un finale inaspettato ma non palesato dalla telecamera che lascia uno spiraglio aperto allo spettatore e gli concede di tirare un sospiro di sollievo. Il film di Sorogoyen, al pari di Ema di Pablo Larraín presentato quest’anno in concorso al Festival, ci descrive seppur in modo molto diverso l’elaborazione della perdita di un figlio, il lutto peggiore che possa colpire una madre, e ci fa tornare a sorridere sul finale con le protagoniste dopo aver sofferto con loro. Le figure maschili sono in ombra come lo sguardo di Elena, che solo l’adolescente Jean riesce a riaccendere. Madre è una storia intima, che coinvolge, ben calibrata, senza ombre, in cui percepiamo lo sforzo immenso di questa donna che ogni giorno tenta di spostare il macigno che le appesantisce il cuore, sforzo che la consuma da dieci lunghi anni e la lascia senza forze. Finché però l’amore riaffiora: non importa se quel giovane sia realmente il figlio perduto, perché quell’amore rende viva Elena, le fa provare il calore di un abbraccio, di una carezza, di dare protezione a quel figlio che non ha visto crescere.

Il regista ci conduce per mano, e con raffinata maestria, dagli inferi alla luce, seguendo il percorso doloroso di Elena che finalmente non ha più paura di amare e perdonare, dopo infiniti falliti tentativi di buttarsi il passato alle spalle.

Quanto alla intensa Marta Nieto, è sicuramente nata una stella.

data di pubblicazione:01/09/2019








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