L’ORA PIU’ BUIA di Joe Wright, 2018

Quasi il complemento ideale del recente Dunkerque di C. Nolan, ecco sugli schermi L’Ora Più Buia  di J. Wright, brillante regista inglese che conferma qui le qualità già espresse in Orgoglio e Pregiudizio ed in Anna Karenina. In questi film Wright aveva già messo in mostra il suo talento nella ricostruzione di realtà, atmosfere e personaggi storici. Un dono questo che sembra essere, da sempre, peculiare del cinema britannico. Quest’ultima opera è un nuovo biopic dedicato alla figura di W. Churchil, l’uomo che con la sua determinazione ha, letteralmente, cambiato il corso della Storia.

Il film si concentra su quelle settimane decisive della primavera del 1940, quando la Germania è vittoriosa in tutta Europa ed i resti dell’esercito inglese sono intrappolati a Dunkerque, lasciando così l’Inghilterra indifesa davanti ad una possibile invasione tedesca.  Churchill (Gary Oldman) da poco eletto Primo Ministro, deve affrontare, nella rassegnazione generale e nello scetticismo assoluto contro di lui degli avversari politici e dello stesso Re, la drammatica scelta se negoziare una pace, o, tentare di risollevare la nazione portandola a battersi, fino allo stremo, per l’Inghilterra e per la Libertà. Sono le “ore più buie” per la Gran Bretagna e per Churchill stesso, che da solo, con la sua tenacia personale e politica, con il sostegno della moglie Clementine (K. Scott Thomas), e, soprattutto, con la sola forza delle sue parole e della sua retorica deve riuscire a restituire al Paese la speranza nella Vittoria.

Wright sfugge abilmente alla trappola di filmare una mera rievocazione quasi documentaristica o, l’ennesima ricostruzione storica. E’ proprio in questa sua intelligente scelta tutta la complessità dell’impresa e la sua bravura nel darci un’opera del tutto originale. Come in altri biopic di successo, uno fra tutti: Lincoln di Spielberg, il nostro regista preferisce ritrarre il proprio personaggio circoscrivendolo in un momento decisivo per la sua vita e per la Storia, scolpendone, in un’eccezionale visione del “dietro le quinte della Storia”, la figura attraverso i suoi discorsi fondamentali, destinati  a divenire essi stessi un mito. L’Ora Più Buia è dunque un film in cui il dialogo e le parole assumono un’importanza fondamentale. E’ un film di discorsi, girato però come un film d’azione.  Wright governa il difficile compito con mano sicura, con una regia asciutta ed essenziale, una perfetta sceneggiatura, un buon ritmo ed una bellezza di immagini ed allestimenti scenografici in grado di restituirci come reali i luoghi e le atmosfere. I movimenti della cinepresa tendono a rappresentare tutta la solitudine dell’uomo e del politico, sottolineando gli stati d’animo, le debolezze e l’egocentrismo di Churchill. La genialità del film è tutta qui.  Ovviamente al centro di tutto è l’eccezionale interpretazione di G. Oldman, sicuro vincitore del prossimo Oscar, che è capace di impersonare lo statista con un talento artistico frutto evidente di un enorme lavoro di immersione nel ruolo, aiutato da un trucco così perfetto da far sembrare l’attore più vero dell’originale. Al suo fianco la sempre brava K. Scott Thomas.  L’Ora Più Buia è dunque un film apprezzabile e godibile, un biopic non convenzionale che ridà lustro ad un genere non sempre all’altezza. Un film che è un gradevole melange di eleganza, dramma ed anche humour tutti britannici.

data di pubblicazione:08/02/2018


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2 Responses

  1. Paranoid scrive:

    Concordo pienamente. Il film è ben calibrato e pur raccontando di quelle ora drammatiche in cui si riuscì a salvare quello che oramai era irrimediabilmente avviato alla catastrofe riesce tuttavia a non essere ne’ pesante ne’ noioso. L’evidenziare gli aspetti eccentrici della figura di Churchill riesce a smorzare i toni più scuri senza però nulla togliere alla verità dei momenti raccontati. Credo proprio che qui un Oscar a Oldman ci scappa … e sarebbe ben meritato

  2. luigi scrive:

    E’ facile pronosticare l’oscar a Gary Oldman per la sua superba interpretazione,con pancia, sigaro e ironie annesse, ma come da recensione, il film , pur rientrando nell’ormai stantio genere dei biopic, ha diversi pregi tutti sottolineati. Non è infatti banalmente documentaristico, non esageratamente sciovinista, e in alcuni frangenti ( l’invocazione alla vittoria su Hitler) fa “la storia”. The Post è comunque di un’altra pasta…

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