Un terzetto di anziani romani di trastevere ipotizza di cambiare vita e godersela in un paese lontano dal potere d’acquisto più alto. Ma quando la decisione è imminente nella combriccola affiorano molte incertezze…

  

Di quante frecce al suo arco dispone questo nuovo film di Gianni Di Gregorio, già apprezzato al Torino Film Festival 2019? Davvero tante, pur nella garbata malinconia e nella sua apparente leggerezza. Ancora una volta il mondo, ma meglio sarebbe dire il microcosmo, in cui si muove il regista romano “tuttofare” ( self made man, stonerebbe nello specifico!) è ancora una volta quello “trasteverino”, una Roma in parte scomparsa, con Piazza San Cosimato, l’indolenza, il vino bianco, le chiacchiere da bar. Questa volta, Di Gregorio, dopo i ritratti generazionali, in prima persona (Il Pranzo di Ferragosto, Gianni e le Donne) e lo “scatto” di Buoni a Nulla, si avvale di forti comprimari per una commedia che non rinnega il suo cinema, sempre caratterizzato da umanità, ironia e leggerenza, senza essere mai banale.

Questo autore che i Francesi ci invidiano alla stregua di un Paolo Conte o Gian Maria Testa nella canzone o di un Nanni Moretti nella Settima Arte, da piccolo artigiano e quindi con pellicole dai costi risibili si riafferma con la sua cifra distintiva ai massimi livelli. La storia è apparentemente semplice: due amici, uno professore di latino e greco (lo stesso Gianni Di Gregorio), l’altro, Giorgetto, ignorantello che non ha mai lavorato veramente (Guido Colangeli) s’imbattono in Attilio (il compianto Ennio Fantastichini nella sua ultima magistrale interpretazione) e con lui, previe le consulenze di un amico (il grande Roberto Herlitzka) decidono di espatriare nelle Azorre. Nelle mani di Di Gregorio la materia si trasforma in una commedia che fa sorridere, ridere, ma anche riflettere in modo mai urlato sul nostro presente.

Così, ad esempio, anche il tema dell’immigrazione è affrontato con mitezza e in modo mai didascalico, attraverso il ruolo di Abu, giovane clandestino, lui sì vero viaggiatore, voglioso di raggiungere il fratello in Canada. Il film, dunque, può dirsi pienamente riuscito e godibile per tanti versi: la magnifica caratterizzazione della sonnolente fauna trasteverina, bonaria, non priva di tolleranza e umanità quando necessaria, un plot minimalista, ma che sa parlare di precarietà e immigrazione, di vecchi e nuovi poveri, e tre attori in stato di grazia, tutti perfetti nei rispettivi ruoli. Insomma, un piccolo grande film, ovvero cinema artigianale ma di altissimo livello: un gioiellino dove l’autorialità e l’originalità di scrittura lasciano il segno. Se proprio un appunto minimo gli si può muovere è forse un finale – che non sveliamo – diremmo, un tantino “veltroniano”, leggi buonista, che comunque nulla toglie alla sincerità e all’autenticità di uno dei migliori film italiani della stagione.

data di pubblicazione:22/02/2020


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