(Teatro Vascello – Roma, 13/24 febbraio 2019)

Il tronco di un albero è piantato in mezzo alla scena, le sue radici sono forti. I tronchi sono sparsi a terra in attesa di essere ricongiunti al fusto, si spera che torni a dare nuovi frutti. È il centro indiscusso di tutta l’azione scenica, al quale si rivolgono strani personaggi, che incarnano con estremo coinvolgimento dello spettatore pezzi cruenti e storie atroci di cronaca che purtroppo sono accaduti, anche in tempi recenti.

 

La compagnia dell’Odin Teatret, creata dal talento e dalla passione di Eugenio Barba, compie quest’anno 55 anni e festeggia a Roma il suo compleanno con una serie di iniziative tra laboratori, incontri, mostre che dureranno ancora fino alla fine di febbraio. Per Accreditati.it abbiamo partecipato allo spettacolo che in questi giorni sta andando in scena al teatro Vascello, L’albero. Chi conosce la compagnia sa che il protagonista assoluto di tutta la performance è lo spazio, luogo di incontro tra lo spettatore e l’attore, entrambi chiusi in questo luogo a parte, creato a posta sul palcoscenico del Vascello, dove si entra con timore e rispetto, una specie di tempio sacro, per assistere non solo a uno spettacolo, ma a un evento, un’esperienza destinata a colpire la coscienza. La scenografia ci avvolge, ne siamo un elemento essenziale con la stessa dignità e partecipazione di cui ne fanno parte gli attori. Tra chi guarda lo spettacolo si crea un insolito legame, determinato dalla percezione, tutta fisica, di essere testimoni di qualcosa che ci sovrasta ma che pure ci riguarda, ci trascina, ci coinvolge. È un’esperienza del corpo, dell’anima e dei sensi. Il linguaggio della parola è solo uno tra i tanti linguaggi che si usano sulla scena, non è neanche il più importante forse. Gesti e azioni compiuti dagli attori travolgono emotivamente lo spettatore fino a comunicargli l’orrore, la sofferenza, la speranza che questo percorso fatto insieme vuole realizzare. Gli attori stessi della compagnia, composta da elementi di varia nazionalità, sono un concentrato di talento e bravura, ma anche di storia personale che si mischia a quella della cultura da dove provengono. Tutto di loro viene trasportato e donato sulla scena, lo si percepisce. Ogni loro attitudine artistica e umana è coinvolta in questo estenuante gioco creativo e reale che è il teatro.

L’albero è una metafora, rappresenta la vita degli uomini che viene calpestata da altri uomini, simili ai primi solo nell’aspetto. Ma rappresenta anche la speranza, quella che si nasconde nell’infinito delle cose, del potere creativo e magnanimo della natura, di un possibile dio. Intorno a questo albero girano due monaci yazidi, che lo coltivano e se ne prendono cura nonostante due signori della guerra, uno europeo e l’altro africano, tentano di seminargli intorno sofferenza e distruzione. Sperano che la pianta torni a essere ricca di frutti per sfamare quegli uccelli che un giorno sono fuggiti dalla sua sterilità. Due cantastorie presentano via via i personaggi di questa visione. Una madre urla il suo dolore per la figlia morta, della quale conserva la testa in una zucca che porta sempre con sé. Una bambina gioca tra i rami con le sue bambole sognando di volare con il padre che aveva piantato l’albero per lei quando era nata. Alla fine spuntano i frutti e gli uccelli tornano, è la festa del cuore, è la riconciliazione con il tutto che ci circonda.

data di pubblicazione:18/02/2019


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