(Teatro India – Roma, 3/15 dicembre 2019

Il racconto della tragedia che si ripete ciclicamente nel mare di fronte Lampedusa, dove si affronta una lotta per la sopravvivenza tra naufraghi e soccorritori. Sull’isola, battuta da venti implacabili, ci si è “abituati” alla morte e sovente i pescatori trovano nelle reti insieme ai pesci anche cadaveri di adulti e bambini. Una testimonianza in diretta che ci riporta al problema della migrazione che oggi, come non mai, è al centro del dibattito politico mondiale.

  

Davide Enia, drammaturgo e scrittore palermitano doc, “ci cunta ‘u cuntu” vale a dire ci racconta quello che ha visto a Lampedusa quando, per la prima volta, si è trovato a vivere l’esperienza di un salvataggio di migranti a seguito di un naufragio. Il linguaggio usato in questo monologo non è solo quello verbale ma soprattutto quello dei gesti, come si usa del resto nel meridione dove alle parole si accompagnano i movimenti delle mani, una forma arcaica che diventa onomatopeica e funzionale a colorire la narrazione. Gli appunti di Davide, scritti frettolosamente in circostanze a dir poco sconvolgenti, ci riportano ad un percorso circolare dove tutto ritorna al punto di partenza iniziale: persone e cose intrecciano le proprie esistenze in uno scontro continuo che ci ricordano come noi, che stiamo di qua, un giorno approdammo fuggendo da un luogo imprecisato che sta al di là di questo mare. Davide si commuove e ci commuove perché la sua testimonianza ci manda colpi bassi che ci colpiscono inesorabili, come se ci trovassimo insieme a lui sull’isola a raccogliere i corpi di uomini che non ce l’hanno fatta ad arrivare. Le sue mani non hanno un attimo di sosta, sono loro che parlano e accompagnano le preghiere dei pescatori, quasi dei mantra che si ripetono all’infinito seguiti da suoni striduli e deformati come di forze che si scontrano in mare aperto. L’abisso diventa quindi un messaggio forte a coloro che vorrebbero dimenticare la tragedia epocale dei migranti africani, un messaggio drammatico dove non vi è spazio per la retorica fine a se stessa, ma dove siamo richiamati tutti all’azione per restituire ad ogni essere umano la dignità che gli spetta. L’attore inserisce anche riferimenti di vita personale, coinvolgendo figure familiari come quella del padre detto “’u mutu” perché di poche parole, ma che non esita poi ad abbracciarlo trasgredendo quella regola, tutta siciliana, di pura reticenza tra padre e figlio che non prevede slanci assimilabili a mollezze di carattere. Tratto da Appunti per un naufragio, scritto dallo stesso Davide Enia, lo spettacolo si avvale delle musiche composte ed eseguite da Guilio Barocchieri, un susseguirsi di note che enfatizzano il contrappunto tra canto popolare e le invocazioni per quei corpi raccolti e destinati a rimanere anonimi.

data di pubblicazione:05/12/2019


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