La professoressa di storia moderna dell’ebraismo Deborah Lipstadt accusa in un suo libro lo storico e saggista britannico David Irvin perché sostenitore di tesi che negano l’Olocausto. Irvin la cita in giudizio per diffamazione ma, secondo il sistema legale inglese, spetta all’imputato l’onere della prova.

 

Il termine inglese denial indica, nel film omonimo diretto dal regista e produttore televisivo Mick Jackson arrivato nelle nostre sale con il titolo La verità negata, colui che nega l’evidenza dei fatti o, come meglio lo definisce la protagonista, un negazionista. La professoressa americana Deborah Lipstadt (Rachel Weisz), parlando in uno dei suoi libri sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, si scaglia contro lo storico David Irvin (Timothy Spall) che sostiene apertamente la tesi che l’Olocausto sia tutta una invenzione ideata da Israele per ricavarne vantaggi economici e politici. Irvin intenta contro la Lipstadt una causa per diffamazione che verrà sottoposta al giudizio di una corte inglese: la particolarità del sistema giudiziario inglese è che l’onere della prova non è, come in America, a carico dell’attore che promuove la causa bensì a carico della parte convenuta. Dunque, Deborah Lipstadt si troverà a dover dimostrare l’infondatezza delle accuse per diffamazione non mediante la prova della verità dei fatti narrati nel proprio libro, bensì mediante la prova degli errori commessi dal negazionista Irvin. Per riuscire nell’impresa, verrà sostenuta dal famoso avvocato Julius, tra i migliori di tutta la City, e dal suo team, la cui strategia difensiva, estremamente accurata e lungimirante, non poggerà sulla schiacciante prova testimoniale dei sopravvissuti allo sterminio di Auschwitz.

La verità negata è un thriller giudiziario che, seppur presenti nella sceneggiatura dei punti di debolezza, si avvale di un buon cast e tratta molto bene il profilo legale e processuale del contenzioso in materia di diffamazione, tema che rende la pellicola particolarmente interessante ed intrigante: senza ricorrere a troppi colpi di scena o ad immagini capaci di sorprendere, il film coinvolge per due ore senza annoiare. Il processo (che realmente durò otto settimane), riesce infatti a calamitare lo spettatore tenendolo abilmente ed alquanto “incredibilmente” con il fiato sospeso, a causa di una palmare incertezza dell’esito che trapela dal volto imperscrutabile del Giudice designato e da alcuni sue inaspettate osservazioni rese in occasione dell’ultima arringa.

Ci troviamo di fronte ad una storia vera come è pur vero, purtroppo, che esistono ancora oggi diversi gruppi estremisti antisemiti che, in quanto negazionisti, affermano il contrario di quanto perpetuato nei lager.

data di pubblicazione:17/11/2016


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