(Teatro India – Roma, 30 ottobre/11 novembre 2018)

Emma Dante rilegge in chiave originale La scortecata, una delle novelle più celebri della raccolta de Lo cunto de li cunti scritta nel Seicento da Giambattista Basile, in scena al Teatro India dal 30 ottobre all’11 novembre, un capolavoro della tradizione letteraria italiana e mondiale. Una visione originale ed intima, decisamente distante dalla maestosa trasposizione cinematografica di Matteo Garrone ma egualmente efficace nel raccontare la fiaba amara di Basile.

La magia di Emma Dante sta nella scelta di un napoletano popolato di espressioni gergali, proverbi e slang popolari, in quella modalità narrativa ancestrale fatta di movimento, voce e gestualità secondo una macchina teatrale che ancora una volta sorprende e affascina.

 

 

 

É la storia di un re che si innamora della voce di un’anziana donna e ingannato dalla bellezza del suo dito mignolo mostratogli dal buco della serratura, invita l’anziana a trascorre una notte d’amore. L’anziana donna accetta ma cela il suo corpo deforme tra il buio della stanza e il bianco dell’enorme lenzuolo che copre, e insieme descrive il rapporto consumato tra i due. Scoperto l’inganno però il re si infuria con la donna e la butta dal balcone. La vecchia non muore ma resta appesa a un albero. Da lì passa una fata che le fa un incantesimo, diventata una bellissima giovane il re la prende con sé. L’incantesimo svanisce, il lieto fine non arriva e così la più giovane, novantenne, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire, dalla pelle vecchia la pelle nuova ed essere, ancora, giovane e bella.

Quattro personaggi (il re, le due sorelle e la fata) per due attori, due uomini in uno spazio segnato da pochi arredi, con un castello in miniatura tra di loro. Due straordinari interpreti gli attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, con i loro corpi muscolosi e sudati in grado di rappresentare al meglio le movenze e le difficoltà fisiche due anziane. La forza e la profondità del racconto sta anche nelle due sedioline di legno, nella porta per terra, nel baule, quegli oggetti di un quotidiano passato che rendono vera e nostalgica la scena, così come la musica ancora una volta diversa ed alla fine perfetta.

Un forte epiteto sulla vanità, sul senso del ridicolo e sull’inganno dell’apparenza ma anche una riflessione più ampia sui meccanismi tribali della famiglia, sulla dolorosa vita degli emarginati, sull’accettazione dei segni del tempo.

Me so’ stancat ‘e essere vecchia” dice la donna alla sorella, sua unica compagna nella casa tumulo in cui si sono seppellite.

Le due vecchie, stanche e sole, sembrano a malapena sopportarsi, ma hanno bisogno di tenersi per mano persino per sedersi e per far passare il tempo, nella loro miseria, inscenando ogni giorno la stessa storia.

Straordinario l’uso evocativo delle luci e degli oggetti di scena, unito alle capacità interpretative dei due attori, la forza del teatro di Emma Dante in grado di illudere con un’atmosfera relativamente leggera e comica, per poi stravolgerla senza preavviso per lo spettatore, trasformandola in un reale grottescamente bello.

data di pubblicazione:08/11/2018


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