(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Agosto 2000, il sottomarino nucleare russo Kursk affonda, a seguito di alcune esplosioni, nel mare di Barents. Solo 23 membri dell’equipaggio riescono a rifugiarsi nell’unico scompartimento stagno rimasto intatto. Mentre a bordo i marinai lottano per sopravvivere, a terra le loro famiglie lottano contro la cortina di silenzio che le autorità cercano di porre attorno all’incidente. Una corsa contro il tempo per salvarli fra le inefficienze dei soccorsi e le esitazioni politiche se accettare o meno gli aiuti internazionali.

Thomas Vinterberg, sceneggiatore e celebrato regista danese, ci propone un film che è agli antipodi della Carta Cinematografica Dogma 95 di cui egli stesso è stato uno dei cofondatori ma da cui si è ormai molto allontanato da anni, passando così da Festen fino al remake di Via dalla pazza folla. Siamo difatti ben lontani dai vincoli di verità e sinteticità imposti dal Movimento, siamo piuttosto nel filone tutto commerciale del drama-movie centrato su un evento catastrofico, nella ennesima riproposizione di una “storia vera” senza però avere la profondità analitica di un documentario. La pellicola traendo spunto dall’evento  agisce infatti in assoluta libertà creativa ed inventiva nel generale contesto degli eventi reali di cui, fra l’altro, moltissimi sono gli enigmi ancora insoluti.

Il film si apre con una citazione de Il cacciatore e richiama ovviamente le varie atmosfere di U-Boot96 e di tanti film sui sommergibili,  nel corso della narrazione l’attenzione  si sposta però velocemente  sul lato umano della tragedia, sui suoi effetti nelle azioni e nella psiche dei marinai intrappolati e nella vita dei loro familiari. L’occhio del regista si focalizza sul dolore, sulla perdita, sui valori della famiglia, della fratellanza, del mutuo sostegno, sulla vita e sulla morte. Il sottomarino e l’incidente sono come uno specchio che riflettono il dolore umano del vivere sotto l’assillo del Tempo che passa e l’effetto di forza consolatoria che riesce ad avere la solidarietà.

Il risultato di tale impegno è un lavoro intenso, ben costruito, egregiamente realizzato, con un ritmo coinvolgente. La messa in scena è sobria, priva degli artifizi rutilanti delle produzioni hollywoodiane ed il cast è un cast tutto europeo. Fra i tanti spiccano il talentuoso attore danese Matthias Schoenaerts nei panni di un ufficiale di bordo, la francese Léa Saydoux in quelli della sua combattiva moglie e Colin Firth un alto ufficiale della Marina Britannica.

Ciò non di meno, Kursk è un lavoro riuscito solo in parte. Il film, nonostante tutto l’impegno, perde infatti mordente proprio quando esce dal dramma claustrofobico chiuso nelle pareti dello scafo inabissato e va a seguire il dramma parallelo delle famiglie a terra. L’alchimia non funziona, i due piani narrativi sembrano quasi due diversi film, due diverse mano.

Pur con questo difetto il lavoro di Vinterberg resta comunque accettabile perchè sostenuto dal suo innegabile mestiere di regista. Un film accettabile ma convenzionale che pur pieno di buoni propositi e buoni sentimenti non suscita nessuna empatia o reazione da parte dello spettatore. Proprio da Vinterberg ci saremmo aspettato molto di più.

data di pubblicazione:22/10/2018







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