Los Angeles, Stati Uniti d’America. Rick è uno sceneggiatore hollywoodiano che, allontanatosi volontariamente dalla realtà (e dai suoi continui impegni), prova a cercare conforto nell’interpretazione dei tarocchi, da un lato, e in una vita mondana particolarmente attiva (con eccessi sessuali ed emotivi), dall’altro lato. Il tutto in un continuo confronto con la figura paterna, a tratti disperata e patetica, e con un fratello eccentrico ed esplosivo, sotto la presenza piuttosto ingombrante di un lutto mai superato.

 

C’era una volta un giovane principe che fu inviato dal proprio padre, il re dell’Est, in Egitto per trovare una perla. Ma quando il principe arrivò, gli abitanti del luogo gli versarono una coppa. Bevendola, egli scordò di essere il figlio di un re, si dimenticò della perla e cadde in un sonno profondo”.

Con questo incipit si apre Knight of cups, diretto dal texano Terrence Malick, un viaggio introspettivo del protagonista Rick, confuso ed insicuro, in una Los Angeles fredda ed asettica. Senza soste ed interruzioni, la storia si pone come un lungo e continuo scorrere di eventi, principalmente tra rappresentazioni ed inquadrature di paesaggi, degrado urbano e monologhi interiori. Perfettamente conforme allo stile ed alla tecnica mostrati, da Malick, in The Tree of Life, lo spettatore assiste ad una narrazione che conserva, lungo l’intera visione, una natura onirica, a tratti irreale e fumosa, che, purtroppo, non agevola la concentrazione e, soprattutto, non stimola l’interesse e la curiosità dello spettatore verso lo sviluppo (e l’epilogo) della storia. Condivisibile è lo stato d’animo del protagonista (un po’ meno i suoi comportamenti futili e temporaneamente appaganti), pregevole l’evoluzione dello stesso, e sicuramente originale, audace ed ambizioso il costrutto audiovisivo, ma Knight of cups, nonostante tali ottimi presupposti, non convince pienamente, come il piatto che lascia (in bocca) un buon sapore, destinato tuttavia a non durare a lungo.

data di pubblicazione:08/11/2016


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