Inverno 1968, inizio 1969, Judy Garland (Renée Zellweger) ormai fisicamente ed emotivamente segnata e, per di più, in gravi difficoltà economiche, è costretta ad accettare un’offerta generosa per una serie di show in un locale di Londra, sperando così di riottenere anche l’affido dei due figli piccoli. Gli ultimi sei mesi, prima di morire per eccesso di barbiturici a soli 46 anni!

 

Goold è un regista inglese attivo soprattutto in campo teatrale che ha fatto il suo debutto cinematografico nel 2015 con True Story ed oggi torna sugli schermi con la sua opera seconda, presentata all’ultima Festa del Cinema di Roma.

Judy è un tributo ad una star leggenda di Hollywood ed al tempo stesso, una vittima dello starsystem Hollywoodiano, ma, soprattutto, vuole essere un omaggio alla donna fragile che si celava dietro la facciata, schiacciata fra il suo essere nel privato ed il suo apparire nel pubblico. Il ritratto, non tanto della Diva, quanto piuttosto quello di un essere umano ferito che lotta ancora, anzi che è costretto ancora a lottare nell’incertezza di riuscire ad essere all’altezza della sua fama.

Il film è integralmente tratto da una commedia The end of the rainbow e per renderla meno teatrale e lineare il regista ricorre ad una serie di flashback facendo muovere lo spettatore avanti ed indietro fra gli ultimi mesi a Londra ed i primi passi della giovanissima attrice con la M.G.M. sul set del Mago di Oz . Una serie di ricordi personali della Garland che evidenziano le origini delle sue dipendenze, dei suoi bisogni di affetto, di sicurezza e di protezione. Certo il film e la stessa regia non sono molto originali, anzi la regia è molto classica e pacata ed il film si muove prevalentemente nell’alveo di tanti altri biopic: il personaggio segnato, le origini, i ricordi, i successi e gli insuccessi. Però, pur scivolandoci dentro in alcuni passaggi, il cineasta è bravo ad evitare di cadere del tutto nel melodramma e nel patetico. Concentrando poi la narrazione su un periodo ben definito quale quello londinese, evita abilmente l’altra trappola tipica delle biografie cinematografiche: troppe storie da raccontare in un storia, e, di conseguenza, che il film risulti poi oppresso e compresso. Si può infatti dire che i momenti migliori della regia di Goold sono proprio quelli in cui esce fuori dagli schemi narrativi delle biografie inventandosi del tutto alcune situazioni.

Quel che però fa scordare le imperfezioni e le carenze narrative del lavoro e che gli da il vero valore e che giustifica la sua visione e gli apprezzamenti e fa la vera differenza di qualità è … la straordinaria, eccezionale, superba, magnifica interpretazione della Zellweger già Oscar per Cold Mountain nel 2004 ed assente dagli schermi da un po’ di anni.

In realtà Judy è lo show della Zellweger, la sua bravura è già uno spettacolo di per se stesso; è capace di restituirci con autenticità la Garland catturandone gli aspetti della personalità sia fisici che psichici. Un processo empatico che coglie e trasmette tutta la sofferenza, la fragilità, la determinazione e la disperazione, la scarsa autostima, le dipendenze ed il tenero amore per i figli.

Pur restando sempre se stessa la Zellweger diviene la Garland non solo per mimesi fisica, ma facendola rivivere nei suoi drammi interiori, nei bisogni, nei vezzi senza mai essere eccessiva. Anzi al contrario. E poi … canta, e lo fa anche molto bene restituendoci le sonorità che poteva avere la Garland a quel punto finale della sua carriera. Una interpretazione che, come abbiamo detto, fa il film e che sicuramente porterà l’attrice ad essere una delle maggiori candidate per il prossimo Oscar. Veramente commovente e coinvolgente!

Il resto del cast è perfetto nei vari ruoli, come buona è la messa in scena, i costumi ed i set che ci riportano veramente nella Londra di 50 anni fa.

Judy è quindi un film da vedere perché ci restituisce quella grande icona che fu la Garland, un film che gli appassionati di cinema vedranno solo per l’interpretazione della Zellweger in attesa degli Oscar, e che poi potrà anche essere dimenticato. Un biopic classico sul finale di carriera, un po’ come vedemmo lo scorso anno sempre alla Festa del Cinema di Roma, con Stan e Ollie.

data di pubblicazione:30/01/2020


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