(Teatro Belli – Roma, 25/26 novembre 2019)

Giuditta è una donna che per salvare il suo popolo uccide il nemico Oloferne, assetato di morte e di potere. La storia biblica raccontata attraverso lo sguardo interiore e visionario di Howard Barker.

 

 Cade il 25 novembre, forse non a caso, la prima di Judith, in perfetta coincidenza con la giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza contro le donne. La storia è conosciuta: nella notte che precede la grande battaglia che vedrà Oloferne attaccare i Giudei, Giuditta e la sua serva si recheranno nella tenda del generale dell’armata assira per sedurlo e poi ucciderlo, scongiurando così l’attacco.

Una fitta aria di morte si respira sulla scena, luogo non-luogo della mente. La notte è tremendamente buia e avvolge tutto in una danza febbrile di cattivi pensieri. La realtà si deforma nell’interiorità dei personaggi. Oloferne, nell’interpretazione del bravissimo Giuseppe Sartori, è colto nel suo delirio di onnipotenza, preda di cupi ragionamenti sulla morte e sul potere che assoggettata a lui chiunque. Stretto nell’orgoglio di sé stesso, l’uomo è incastrato nel male che ha costruito, come il corpetto che gli stringe il ventre, soffocandolo nella voce e nell’esistenza. È già morto prima ancora che la donna gli stacchi la testa.

Giuditta – la splendida Federica Rosellini – è lì per compiere il gesto che darà libertà a lei e alla sua gente. È lì per difendersi dalla menzogna che esso rappresenta, quella di credersi un dio, padrone indiscusso e incontestabile del giudizio di vita o di morte sugli altri. Un po’ come il falso diritto di cui si arrogano coloro che fanno violenza alle donne appunto. Decidersi di ferire il colpo non è facile, non per lei. Ci vuole giusto disgusto per il tiranno, assumere una posizione distanziata da lui, come nella celebre immagine dell’eroina in Caravaggio. Ma nello stesso tempo però occorre che i due si conoscano e si avvicinino, affinché vittima e carnefice si scambino di posto. Giungere a compiere l’atto di giustizia è per lei come addentare la scorza amara e pungente di un limone – di cui ne è pieno il pavimento della scena – per arrivare poi a berne il succo, che purifica e disinfetta. È necessario che Oloferne muoia, come ricorda la serva (Aurora Cimino) alla sua padrona. Non merita quella pietà che egli rifiuta di provare per alcuno.

Giuditta ribalta la scena della passione e del delitto – lo fa anche fisicamente rovesciando il divano rosso al centro del palco – con la sola forza del suo coraggio femminile, sfidando lo strapotere del maschio Oloferne, nuda e vulnerabile ma comunque dignitosa, pura come la sua pelle bianca.

data di pubblicazione:26/11/2019


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