Sospeso a mezza via tra il dramma noir e tormentato di Match Point e il thriller scanzonato e rocambolesco di Scoop, senza scomodare le atmosfere di Crimini e misfatti, Woody Allen torna sugli schermi natalizi con Irrational Man, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes.
Il professore di filosofia Abe Lucas (Joaquin Phoenix), non più tanto bello ma ancora sufficientemente dannato, sale sulla cattedra di un nuovo piccolo College, in cui la gente mormora e lo conosce ancor prima del suo arrivo: penna brillante, animo inquieto, fama da conquistatore, amante del buon whisky.
Il Prof. Lucas ammalia i suoi studenti discutendo della morale senza compromessi alla quale conduce l’imperativo categorico kantiano o della disperazione (che però trova consolazione in Dio) nel pensiero di Kierkegaard, ma non riesce a conferire alla sua vita uno spessore più consistente di quello delle pagine che affollano gli scaffali dell’intellettuale modello. Né l’attivismo politico né il volontariato hanno offerto ad Abe l’occasione di compiere la sua “azione significativa”, quella in grado di farlo sentire “inebriato di aria”, come nelle poesie di Emily Dickinson.
L’incontro con la collega Rita (Parker Posey), ma soprattutto quello con Jill (Emma Stone), la più promettente studentessa del suo corso, riusciranno nell’impresa di confezionare il farmaco miracoloso capace di curare il mal di vivere del Professore. Mentre l’intesa con Jill diviene per la giovane donna (un po’ meno per il navigato Professore) un’attrazione tanto inevitabile quanto totalizzante, è il Caso, chiave di lettura più volte esplicitata nella sceneggiatura di Allen, che renderà ben riconoscibile il “fischio del treno” in un’esistenza che Abe non è più disposto a lasciar sfigurare in un teorico e astratto esistenzialismo.
Una conversazione tra sconosciuti, ascoltata per caso di un bar insieme a Jill, svela allo sguardo del Prof. Lucas, per troppo rimasto assopito, la via per passare dalla teoria alla pratica, dalla potenza all’atto, dall’idealismo all’azione. Il processo di liberazione di Abe innesca però una (necessaria, non più casuale) reazione a catena: un delitto non può restare senza castigo e, per quanto il male possa essere a volte banale, la sentenza di condanna trova sempre il suo modo per diventare definitiva. Non è un caso, forse, che sia proprio un Giudice “non giusto” la scintilla in grado di far esplodere il desiderio di vita del protagonista, sia pur secondo schemi e valutazioni rovesciate rispetto a quelli su cui si fonda la morale comune.
Il triangolo Phoenix-Stone-Posey sostiene bene, sul piano recitativo, una trama narrativa complessivamente solida, forse a tratti appesantita dalle citazioni che Allen si sente in dovere di esplicitare e che, pur risultando coerenti con quel professore di filosofia che è l’autentico centro propulsore della storia, rischiano di sconfinare a volte nel gratuito didascalismo. La dosata alternanza tra ironia caustica e introspezione riflessiva rendono ben riconoscibile la penna di Woody Allen: Irrational man non è certo la punta di diamante della sua filmografia, ma offre un punto di vista ulteriore per approfondire alcuni dei temi che caratterizzano quella filmografia in maniera ormai riconoscibile.

data di pubblicazione 27/12/2015


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