Due uomini, due donne e un adolescente sono i protagonisti di questo libro di Paolo Genovese.

Quattro di loro sono uniti da un filo rosso: la decisioni di farla finita.

Si tratta di Emily, una ex ginnasta eterna seconda ora in sedia a rotelle, Aretha, una poliziotta del NYPD che ha perduto la figlia adolescente, Daniel, un ragazzino che, suo malgrado, è diventato divo della pubblicità e, infine, Napoleon, un ricchissimo “motivatore”.

Il quinto è “l’uomo”, un personaggio senza nome che, un attimo prima che compiano il gesto estremo, li convince a concedergli una settimana di tempo per farli rinnamorare della vita, per mostrare loro cosa accadrebbe se portassero avanti la loro scelta. Alla fine della settimana verranno riportati indietro esattamente nel luogo dov’erano e nel momento cruciale, la decisione sarà solo loro: “Io non posso garantirvi che sarete felici. … l’unica cosa davvero importante è che abbiate nostalgia della felicità. Solo così vi verrà voglia di cercarla.”

Inizia così il viaggio di questo sparuto gruppetto impaurito; nell’arco della settimana che passeranno insieme avranno modo di confrontarsi e capire cosa ha spinto gli altri al gesto estremo e questo li porterà a riflettere sulle proprie motivazioni e sul valore della vita che è stata loro concessa e, forse, a trovare gli stimoli per continuare a viverla oppure proseguire nella loro scelta… “Saltando da un ponte non si risolvono i problemi, al massimo si passano a qualcun altro, qualcuno a cui magari non spettavano”.

Detto ciò, non si può non pensare a La vita è meravigliosa di Frank Capra con l’inarrivabile James Stewart. Sinceramente dopo poche pagine mi sono chiesta se fosse il caso di continuare a leggere un libro di cui le premesse mi avevano fatto pensare di sapere già tutto, era un chiaro déjà vu… ma la scrittura fluida ed estremamente piacevole di Genovese mi ha fatta proseguire nella lettura e alla fine non posso che dire che il libro è veramente bello!

Se è innegabile la somiglianza tra i ruoli assegnati a Clarence Odbody di Frank Capra e “l’uomo” di Genovese, le analogie si fermano qui. Anche nel libro di Genovese lo scopo de “l’uomo” è quello di salvare delle vite dal suicidio, ma le ragioni che lo spingono non hanno assolutamente nulla a che vedere con quelle di Clarence; anche nel romanzo viene concesso del tempo per “vedere cosa accade dopo il suicidio” ma i presupposti che portano i quattro personaggi a compiere il gesto estremo sono lontanissimi da quelli che convincono George Bailey del mitico Stewart.

Gli attori di Genovese sono più complicati, le motivazioni che li portano verso la fine sono più interiori, più metafisiche e quindi sicuramente più difficili da riconoscere e superare; c’è necessità, per ognuno di loro, di un lavoro introspettivo e, anche se necessariamente nel romanzo questa analisi è solo accennata, dà la possibilità al lettore di soffermarsi a riflettere.

Non era facile trovare un finale, per un libro del genere, che non sconfinasse nella banalità e Genovese ci è riuscito, facendo anche chiarezza su alcuni aspetti che, nel corso della lettura, erano rimasti vaghi.

Da leggere assolutamente, in attesa che ne venga fatto un film come Genovese lasciava intendere in una intervista rilasciata a Giovanni Floris in una puntata di fine maggio a DiMartedì sulla 7.

data di pubblicazione:29/07/2018

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