(Teatro Nino Manfredi – Ostia, 16/28 gennaio e Teatro Ghione – Roma, 30 gennaio/11 febbraio 2018)

La fertile drammaturgia di Gianni Clementi in combinato disposto con l’amico sodale Paolo Triestino ha prodotto un altro gioiellino.

Fa effetto recensire Il Padrone a cavallo della giornata della memoria perché la pièce contiene echi di seconda guerra mondiale ed ebraismo senza posizionarsi sulla facile guida sicura del “politicamente corretto”. Sembra ispirare il concetto che la “roba” (a Roma si direbbe “robba”) di verghiana memoria sia il motore del mondo. Ed è questa roba (appartamenti, soldi, potere) che una famiglia romana vuole assolutamente conservare di fronte alla prospettiva del ritorno a casa dell’ebreo che in conseguenza delle leggi raziali era stato costretto ad allontanarsene, con l’esplicito accordo di riprenderne il possesso a fine evento bellico. Senonché l’ebreo è un fantasma che diventa ossessione nella visione della coppia. E un secondo motore della vita oltre che della storia è la donna (la brava Paola Tiziana Cruciani, qui costretta a esibirsi con un braccio rotto al collo). È lei la dea ex machina che muove le pulsioni degli uomini e con la lusinga del sesso elargito al marito, all’amante o solo immaginato con l’ebreo stalker, indirizzando le motivazioni verso i suoi desideri ovvero la soppressione fisica dello sgradito proprietario. Ma l’azione avrà conseguenze ancora più gravi e choccanti sulle quali sorvoliamo per amor di trama e per il piacere dello spettatore futuro. Musiche d’epoca e un’atmosfera anni ’50 (“Lascia o raddoppia”, motivetti d’epoca, Nilla Pizzi) per una commedia nera, acre, che odora di zolfo e di rivendicazioni della piccola meschina piccola borghesia romana. Come si scrive in questi casi si ride ma si ride amaro fino al pirotecnico finale che vive su una conclusione tranchante davvero inaspettata. Il terzo attore, convincente caratterista, è Bruno Conti, solo omonimo del popolare ex calciatore giallorosso nato a Nettuno.

data di pubblicazione:27/01/2018


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