Il secondo lungometraggio di Pippo Mezzapesa, presentato nella sezione “Giornate degli Autori” della 75.Mostra d’Arte Internazionale del Cinema di Venezia, regala una fiaba lieve e poetica molto vicina alle vicissitudini italiane degli ultimi anni.

 

Elia è l’ultimo abitante di Provvidenza, un paesino della campagna pugliese. Dopo il devastante terremoto che ha colpito il piccolo borgo, i superstiti si sono trasferiti nella cittadella nuova a qualche chilometro di distanza dalle macerie, mentre Elia è rimasto a difendere Provvidenza divenendone, suo malgrado, una sorta di attrazione turistica. Ma Elia non è il folle che tutti credono. Nonostante il suo migliore amico Gesualdo (Dino Abbrescia) e l’amica Rita (Teresa Saponagelo) – ex collega della moglie di Elia, Maria, deceduta a causa del terremoto – lo spronino con affetto e dolcezza a trasferirsi nel paesino di freddi prefabbricati (la nuova Provvidenza), Elia non sente ragioni. Il suo cuore e la sua vitalità sembrano rimasti fermi alle tragiche ore del sisma e alla morte dell’amata moglie Maria e gli danno la tenacia e l’ostinazione, talvolta incomprensibile, per insistere nel ruolo di custode non solo dei suoi ricordi ma della memoria collettiva. Un giorno, durante gli scontri ormai quotidiani tra il suo immobilismo, ben piantato a Provvidenza, e il sindaco (nonché cognato di Elia), che sta predisponendo lo sgombero della casa di Elia con la forza pubblica per la definitiva chiusura e abbandono del paesino fantasma, sopraggiunge una presenza straniera che potrebbe capovolgere, forse, le convinzioni o la sorte di Elia. Chi sarà questa misteriosa presenza che all’improvviso, come un dolce vento di scirocco, suggestiona Elia regalandogli l’illusione che la sua amata Maria sia tornata da lui? Riuscirà a convincere il buon Elia ad abbandonare Provvidenza?

Il bene mio magistralmente interpretato da un Sergio Rubini in stato di grazia capace da solo di sostenere con vigore e poesia l’intera storia, porta sul grande schermo l’antico dilemma tra il culto della memoria e il falso mito del guardare e andare avanti demolendo e dimenticando il passato. Le atmosfere del piccolo borgo pugliese non sono storicamente datate, ma avvolte da toni e scorci fiabeschi. Il racconto incanta, a tratti fa sorridere, grazie a quella “canaglia” dell’inconfondibile vis comica pugliese di Dino Abbrescia, e commuove con la maestria e la complicità degli occhi del “fanciullino”, mai prima d’ora così forti e penetranti, dell’istrionico Sergio Rubini. In un paese come l’Italia, segnato, illuso da false promesse e per questo doppiamente devastato dalle tragedie dei terremoti e dei sismi di varia natura, Il bene mio aiuta tutti noi ricordandoci che la forza d’animo del mingherlino Elia, la sua tenacia, sono presenti dentro ogni italiano e dovremmo tirarla fuori con la sua stessa leggerezza e caparbietà per far davvero andare avanti l’Italia e superare le ferite del Bel Paese. Da vedere!

data di pubblicazione:12/10/2018


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