Ripeschiamo dagli inferi della memoria un libro che per collocazione, interesse e stile può avere un deciso seguito nelle settimane (mesi?) del coronavirus per il riferimento esplicito all’ozio, al gusto di girovagare attorno alle parole nei momenti di tempo libero. Una pratica che potrebbe avere una sua attualità in tempi attuali. Il testo originale è del 1886 e noi abbiamo preferito leggerlo nell’edizione del 1953, tradotta da Ida Omboni, partner abituale in vita di Paolo Poli e sodale della di lui sorella. Jerome è più che altro noto per Tre uomini in barca. Fine umorista che provoca sorrisi più che un riso aperto. Livre de chevet diviso per argomenti, che sembrano trovati un po’ per caso ma in realtà sono frutto di una precisa scelta di campo. Per divagazioni saggistiche molto libere. La tautologia dell’ozio è ribadita ironicamente anche nel sottotitolo “libro per una vacanza oziosa” di modo che non si possa immaginare di evadere da questa prospettiva. Non è l’ozio di Lafargue ma è comunque un ozio di sani nutrimenti intellettuali, di divagazioni leggere sul gusto della vita e sull’esistenza, paradossi compresi. Un libro da cui è facile pescare citazioni a profusione ma che conserva una sua validità complessiva, una tenuta più che secolare senza scomodare riferimenti a un potenziale capolavoro. La gradevolezza è la sua qualità migliore. Jerome ribadisce una filosofia del buon vivere che potrebbe essere, mutatis mutandis, quella di un De Crescenzo di altra era. Si parla di gatti, cani, dello scorrere del tempo, della pigrizia dell’uomo, del mangiare e del bere, degli abiti e del portamento, della vanità, del riuscire nel mondo con lepidezza e disincanto. E non è un caso che il libro si chiuda nel segno della memoria, il carattere distintivo dell’uomo ed anche quello che gli ha permesso di riemergere dalle nebbie della preistoria per diventare sapiens ma anche ludens.

data di pubblicazione:11/04/2020

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