Tampa, Florida, 2018. Un centro di accoglienza e riabilitazione di giovani soldati di ritorno dalla guerra. Una terapista entusiasta del suo lavoro e un capo ossessivo e ossessionato. Una calma e una perfezione pronti a rompersi e ad esplodere al primo segnale di cedimento.

L’Homecoming Transitional Support Centre è una struttura che a Tampa, in Florida, accoglie veterani di guerra, allo scopo di riabilitarli fisicamente e psicologicamente, preparandoli così a un rientro indolore nella normalità della vita civile.

Il percorso terapeutico è diretto e monitorato da Heidi Bergman (Julia Roberts), i cui slanci entusiastici nella “missione” della quale si sente investita sono spesso frenati da Colin Belfast (Bobby Cannavale), un capo oppressivo, che comunica solo telefonicamente e che pare orientato da scopi non propriamente altruistici.

L’edificio che ospita il centro è all’apparenza impeccabile: le geometrie simmetriche degli ambienti (e delle inquadrature) e gli arredi “moderni, ma virili” restituiscono l’impressione di una perfezione esteriore che, come tutti gli ordini troppo esibiti, nasconde meccanismi non del tutto trasparenti. Proprio come avviene nell’acquario di pesci rossi che compare nella prima inquadratura del primo episodio: niente è come sembra o, forse, tutto è come vogliono farci sembrare.

Un reduce in particolare, Walter Cruz (Stephan James), emerge dal resto del gruppo: sembra reagire bene al trattamento e, soprattutto, instaura un rapporto di complice fiducia con Heidi Bergman. Proprio il percorso intrapreso insieme da Walter e Heidi porterà alla rottura di uno degli ingranaggi su cui si regge il meccanismo di Homecoming, innescando una catena di progressivi disvelamenti che, anche grazie all’apporto decisivo di Thomas Carrasco (Shea Whigham), “antieroe” impiegato del Dipartimento della Difesa, accompagnano lo spettatore lungo il crescendo adrenalinico che scandisce le tappe della storia.

Le cadenze di Homecoming sono quelle del thriller psicologico fondato su una trama forse non proprio originale, ma sorretto da una messa in scena certamente di prim’ordine. La regia è di Sam Esmail (Mr. Robot), la sceneggiatura è firmata da Eli Horowitz e Micah Bloomberg (autori dell’omonimo podcast da cui è tratta la serie), mentre al centro del palcoscenico campeggia Julia Roberts, che assume anche il ruolo di produttrice esecutiva. Si trattava del debutto di Julia Roberts sul piccolo schermo e la scommessa può certamente considerarsi vinta: in molte scene torna a brillare quella luce che, ormai da qualche tempo, risulta leggermente appannata nei suoi lavori cinematografici.

La durata degli episodi è contenuta, attestandosi su una media di 30 minuti. Ogni episodio dei dieci che compongono la prima serie è armonicamente e solidamente legato agli altri, con un tempo della narrazione che, alternando il passato e il presente, contribuisce a consolidare il pathos del racconto.

A partire dal 22 maggio 2020 sarà distribuita su Amazon prime Video la seconda serie che, speriamo, sia all’altezza della prima.

data di pubblicazione: 20/05/2020

 

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