In Hammamet Amelio utilizza Craxi per raccontare la qualità della politica. Uno spaccato di uomini e mondi senza qualità che popolavano le corti politiche della prima repubblica, sanguisuga pronti a sfruttare tutto e cambiare velocemente posizione al mutare del vento. È questo che emerge prepotentemente dal nuovo film di Gianni Amelio in sala dal 9 gennaio distribuito da 01 Distribution, in cui il regista racconta gli ultimi mesi di vita di uno dei grandi leader politici della repubblica: Bettino Craxi.

 

Non un film che indaga le ragioni politiche, neanche un film su un uomo, sconfitto ma non distrutto, che non si arrende e continua a credere che i finanziamenti illeciti fossero un male necessario giustificato dal fine della politica intesa in senso alto. Non un film sul Craxi uomo che piuttosto che darla vinta ad una magistratura, che voleva solo “rinchiuderlo e fondere la chiave”, sceglie l’esilio, una prigione dorata in Tunisia, una casa-fortezza di Hammamet su una collina.

Una fotografia e una sceneggiatura appena sufficienti, ampiamente compensati dal talento istrionico dello straordinario Pierfrancesco Favino, che grazie a un trucco prodigioso (5 ore al giorno), del prosthetic make up designer Andrea Leanza, è identico all’ex leader socialista morto vent’anni fa proprio in questi giorni, il 19 gennaio 2000. Un Craxi, che rivive grazie a Favino, e che, oggi come allora, conferma le sue doti di leader che incanta per energia, profondità e capacità di pensiero. Un Craxi che in fondo ci mette nostalgia soprattutto se si pensa alla metamorfosi politica dell’ultimo ventennio. Non a caso Francesco Saverio Borrelli un decennio dopo dichiarò: «chiedo scusa per il disastro seguito a “mani pulite”, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente, per cadere in quello attuale». Anche Gherardo Colombo, intervistato dall’Espresso gli fece eco: «mani pulite sotto il profilo giudiziario è servita poco o nulla». È mancato il salto culturale, non si è generato l’antivirus sociale, ecco perché il caso “C” è ancora aperto.

È lo stesso Gianni Amelio a chiarire nelle sue note di regia la sua ambizione per questo film: “Non volevo fare una biografia, né il resoconto esaltante o travagliato di un partito – scrive il regista – e men che mai un film che desse ragione o torto a qualcuno. Volevo rappresentare comportamenti, stati d’animo, impulsi, giusti o sbagliati che siano. Cercando l’evidenza e l’emozione”. E c’è riuscito.

Ecco perché Hammamet, malgrado lo straripante carisma del protagonista, non è un film su un uomo solo, oramai malato, ma ancora orgoglioso, che aveva gestito un immenso potere. È di certo anche un film su Bettino Craxi, inviso agli americani per non aver obbedito ai diktat sull’affaire Sigonella, ma è soprattutto una finestra su un mondo di nani e ballerine la cui unica vera capacità è la grande velocità nel posizionarsi a favore di chi può essere utilmente “spolpato”. Personaggi che popolano l’entourage del leader politico di turno, incuranti dei risvolti etici e morali. Gli invisibili onnipresenti, come nel film, pronti ad applaudire al nuovo perché tutto cambi senza cambiare.

data di pubblicazione:10/01/2020


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