Torino, 30 dicembre 1969. É sera e sta nevicando. Una mamma si avvicina al letto del proprio bambino mentre lui dorme e chinandosi per dargli il bacio della buona notte gli sussurra all’orecchio “fai bei sogni”. Massimo non sa che quel gesto, vissuto da lui passivamente come qualcosa di già appartenente alla sfera onirica, segnerà l’inizio della sua nuova vita senza di lei, che svanirà nel nulla al suo risveglio. Lei, sua mamma, e quella frase sussurrata tanto amorevolmente, saranno per molti anni oggetto di racconti paterni, una sorta di “ricordo filtrato” che condizionerà la sua vita sin nell’età adulta.

 

É arrivato sugli schermi italiani l’atteso film di Marco Bellocchio liberamente ispirato al romanzo autobiografico Fai bei sogni di Massimo Gramellini, giornalista e scrittore, noto anche al grande pubblico televisivo per avere affiancato Fabio Fazio in una famosa trasmissione, divenendo personaggio dei nostri giorni molto amato. Solo un grande regista come Bellocchio poteva raccontare la storia narrata nel libro distaccandosi da esso, perché il Massimo del film non è il Massimo del romanzo, senza tuttavia allontanarsene e stravolgerla, ma dando ad essa la sua personale lettura nel raccontare “un’assenza” ingombrante con cui fare i conti e riconciliarsi. Questa assenza e questo vuoto, riemergono apparentemente per caso, in seguito ad un profetico attacco di panico del protagonista (interpretato da un misurato e taciturno Valerio Mastandrea), come manifestazione di desiderio e nel contempo di paura nello scoprire una verità da sempre negata e distorta. La storia, già nota in quanto il romanzo è del 2012, è raccontata da Bellocchio attraverso un’ambientazione in cui il ricordo ed il sogno si insinuano costantemente nel reale, attraverso la descrizione di una serie di personaggi chiave. Essi rappresentano l’ossatura del ricordo di Massimo oltre ad essere i capisaldi della propria crescita, e servono al regista come filtro per dare la sua personale versione di Fai bei sogni, in cui emerge spesso una mancanza prevalentemente affettiva da parte di chi resta accanto al bambino dopo la morte della madre. Un bravissimo Guido Caprino interpreta il padre di Massimo, distaccato e severo, che non trova mai il momento giusto per rivelargli la verità sulle cause della scomparsa, supportato da una governante che non prova neanche minimamente a colmare questa figura mancante; poi ci sono una coppia di zii, anch’essi allineati all’ideologia dell’omertà nei confronti del bambino, e un professore (prete) che lo esorta al coraggio di vivere senza “se”, ma imparando a farlo “nonostante” (figura questa magistralmente interpretata da Roberto Herlitzka). E poi c’è la vita reale, in cui Massimo incontra alcuni personaggi che ne tratteggiano la professione di giornalista: dall’intervista esclusiva ad un industriale che ricorda la figura di Raul Gardini nel momento del suo tragico epilogo (interpretato da un magico Fabrizio Gifuni), la figura di una madre (Piera degli Esposti) tratteggiata da una lettera del figlio che non la ama indirizzata al giornale al quale Massimo dovrà replicare, sino alla sua esperienza a Sarajevo in cui non potrà fare a meno di fotografare un bambino che non smette di staccare gli occhi dal suo giochino elettronico, pur di non guardare ciò che la vista non può sopportare.
Il film ci porta per mano in una favola adulta, dove i bambini soffrono e i grandi sono colpevoli perché sottraggono affetto invece di darlo, in cui la rigidità di un’educazione cattolica e la negazione della verità prevalgono sul coraggio di raccontarla ma anche sull’umiltà di farlo, segnando inevitabilmente la vita di quei figli, che da adulti dovranno fare i conti con la rabbia di una vita sempre in salita.

data di pubblicazione:13/11/2016


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