(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Pablo Larraín ha presentato in concorso al Festival Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la sua settima pellicola, Ema, storia di una giovane donna testarda e carismatica, forte e determinata, anche quando tutto sembra precipitare.

Ema è una giovane ballerina di talento (Mariana Di Girolamo) che lavora in una compagnia guidata dal marito, il coreografo Gaston (Gael Garcia Bernal). Il matrimonio dei due è però a pezzi a seguito della scelta pesante di allontanare il bambino di sei anni che avevano adottato, Palo. Il problema è che il piccolo ha tentato di incendiare casa, deturpato il volto della sorella di Ema ed ha congelato un gatto. Ema tenta di superare il senso di colpa per non aver saputo gestire e crescere il bambino, accusando il marito di essere il responsabile di quanto avvenuto.

La storia si sviluppa tra le strade di Valparaíso, città portuale del Cile, un piccolo grande affresco pop delle nuove generazioni: abiti maculati e fasciati, paesaggi urbani scrostati, neon e fiamme, in compagnia della musica, il reggaeton apparente inutile ma alla fine adrenalinico: è ritmico, euforico, trasmette eccitazione ed erotismo.

I protagonisti si avvicinano e si allontanano, scaricandosi addosso le proprie frustrazioni. Ema entra in un vortice frenetico di esperienze estreme di sesso e distruzione piromane, per compiere la propria espiazione, coinvolgendo in questo vortice tutti coloro che le sono intorno.

In realtà dietro c’è un piano lucido che riesce a portare a termine. Cosa ci sia davvero dietro il suo sguardo vitale e folle eppure sempre fermo e deciso, lo si scopre negli ultimi dieci minuti di film.

È motivata da un implacabile individualismo, perché sa chiaramente cosa vuole ed è capace di sedurre coloro che la circondano per realizzare il suo disegno: essere madre ed avere una famiglia.

Un semaforo in fiamme, ed una donna con un lanciafiamme in spalla. È questa la traccia iniziale su cui il regista monta e smonta il racconto che va avanti su diversi piani temporali, nascondendo e rivelando in un ordine quasi casuale che permette a ciascuno di ricreare il proprio puzzle fatto di proprie ipotesi e deduzioni.

Ema è una stella che emana calore, un calore che quando è troppo forte brucia chi le sta vicino, ma che alla fine regala energia e vita proprio così come quel reggaeton che riesce ad accenderla, visto che è proprio il ballo a dettare il tempo, in un susseguirsi ora frenetico ora silenzioso di parole ed emozioni.

Nella finissima visione di Larraín c’è la distruzione del concetto di famiglia nella sua accezione tradizionale ma anche la sua ricostituzione in chiave non proprio convenzionale ma certamente efficace per tutti i protagonisti, il tutto supportato dall’espressione artistica per esorcizzare e guarire dal dolore, perché se un dolore ti ferisce, allora bruciare la ferita aiuta a guarire e a sopravvivere.

data di pubblicazione:01/09/2019








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