logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Inés lavora come doppiatrice per il cinema e nello stesso tempo fa parte di un coro a Buenos Aires come soprano. Dopo la misteriosa morte di Leopoldo, con il quale stava provando ad avere una relazione, la donna rimane sotto shock e a nulla vale il cocktail di pillole che inizia a prendere ogni giorno per recuperare un poco di pace interiore. Improvvisamente qualcosa cambia nella sua voce e strani suoni vengono percepiti senza sapere esattamente da dove originano.

 

 

Ispirandosi al romanzo El mal menor dello scrittore argentino C.E. Feiling, Natalia Meta, regista di Buenos Aires, presenta in concorso alla Berlinale il suo secondo lungometraggio. El Pròfugo in effetti non è classificabile come genere perché, nel voler creare un’atmosfera claustrofobica intorno al personaggio principale, ottiene un risultato ibrido dal momento che il film non è uno psico-thriller né tantomeno un horror in senso stretto. La storia ruota intorno al personaggio di Inés (Erica Rivas) che stressata dal lavoro e ancora scioccata dalla morte del suo uomo, inizia a percepire dei suoni in parte dall’esterno, in parte prodotti involontariamente dal suo corpo. Vittima di frequenti incubi, sembrerebbe che delle entità soprannaturali stiano invadendo i suoi sogni passando poi alla sua vita reale per turbare, se non addirittura distruggere, la sua persona. I suoni incalzano, alcuni impercettibili altri percettibili, e sono proprio loro i veri protagonisti: Inés diventa così uno strumento in balìa di forze occulte che difficilmente riesce a dominare, rimanendone invischiata sino a rasentare la follia. Nonostante gli sforzi recitativi della protagonista, il film non riesce a decollare rimanendo imbrigliato in situazioni poco convincenti sia dal punto di vista narrativo che comunicativo. Una sceneggiatura con un plot del tutto scontato che non cattura l’interesse perché perso in un labirinto di situazioni poco risolte e psicologicamente poco rilevanti. Probabilmente manca qualcosa che possa rendere convincente l’identità stessa di Inés perché lo spettatore non riesce a provare per lei alcun sentimento né di simpatia né di compassione, forse solo fastidio. Un happy end liberatorio che arriva dopo appena 90 minuti di proiezione, ma che sono sembrati un’eternità.

data di pubblicazione:23/02/2020







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