(Galleria Art G.A.P. – Roma, 5/10 dicembre 2015)
Quando ti trovi di fronte ad un pittore che cerca di spiegarti perché fa quello che fa, la cosa si fa complicata! Nata a Roma nel ’56, anno della famosa nevicata, Michela Moretti, moglie di un musicista e madre di un figlio, si forma artisticamente presso il liceo artistico e poi all’Accademia delle belle Arti; ma, dopo aver frequentato il corso di scultura di Periple Fazzini, decide di abbandonare l’attività artistica per un lungo periodo. Apre dopo qualche tempo un locale in Trastevere e comincia a decorarlo con dei pannelli in legno dipinti: è la scintilla, da allora non smetterà più di dipingere. Lo farà in maniera continuativa dal 1995 partecipando a varie collettive, perché proponendosi allo sguardo degli altri, la pittura trasforma magicamente il pensiero in oggetto. Le sue opere vengono definite “elogio ed armonia dell’imperfezione” ed hanno in sé la forza di farci vedere oltre lo spazio visibile. Attratta in particolar modo da Picasso e dalla pittura figurativa italiana del primo novecento, Michela Moretti vive la propria pittura come sfogo mentale. I corpi sono grossi, le gambe deformi, gli sguardi attoniti e le figure non hanno una precisa collocazione ma si trovano sovente in spazi angusti: sembrano uomini, ma soprattutto donne, non risolti, come lo sono io; certo è che quando io mostro i miei quadri mi sento scoperta, come fossi nuda; le spose sono state abbandonate e i grandi volti strabordano dal quadro. In essi lo spazio che circonda le figure è assolutamente funzionale: è uno spazio che impacchetta il corpo, quasi più importante della figura stessa, studiato tanto quanto lo è il corpo.
Dopo il successo della sua prima personale dal titolo Segrete Prigioni, sabato 5 dicembre a Trastevere in Via San Francesco a Ripa 105/A, presso la Galleria Art G.A.P., si inaugura la mostra Destinati in cui sino al 10 dicembre saranno esposte alcune delle sue ultime opere: esse, oltre alla tela, presentano parti in legno che hanno lo scopo di ampliare gli spazi, uscendo fuori per appropriarsi di ciò che va oltre, in un gioco tra pittura e scultura che l’artista propone sia nella sua produzione consueta di “figure umane”, ma anche nella produzione collaterale dei suoi “alberi”.
Il suo stile pittorico, che potremmo definire “figurativo-astratto” in quanto, pur proponendo immagini umane, le rielabora nella loro anatomia, è volutamente ricercato, ed i mondi in cui si muovono i suoi personaggi ne completano il messaggio. Essi aiutano l’artista a metabolizzare il senso di inadeguatezza dell’uomo, sino ad elevare le loro deformazioni fisiche a simbolo estetico.

data di pubblicazione 5/12/2015

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