Storia di un retropensiero infame. Un gossip, un pettegolezzo ripreso dai giornali e diventato un caso social di Stato. Uno scrittore importante durante la presentazione di un suo libro meditando sulla sorte riservata alla nave Aquarius si abbandona in pubblico a un commento catastrofico, quasi augurandosi che dalla morte di un bambino il Paese potesse rimeditare il trattamento riservato ai migranti. Trattasi di pensiero politicamente scorretto specie se proveniente dalla sinistra politica. Così il giorno dopo (e i mesi dopo) Albinati deve fare i conti con un conto salato da pagare a un’affermazione che non è ideologica ma appartiene a quelle derive a cui spesso noi ci abbandoniamo. Altro dire è che da questa esile vicenda (così vanno le cose in Italia) un editore gli chieda un seguito. E quindi che da una mezza gaffe, da una parola uscita di senno, nasca un libro che richiederebbe ben altra complessità. Dunque poco più di cento smilze pagine per un piccolo affresco sociologico sul come, sul dove, sul quando della piccola vicenda quasi che Albinati (absit iniuria verbis) volesse sfruttare l’incidente per costruirci su altri incassi editoriali. Indubbiamente l’input è solo lo spunto per una riflessione più generale sulla società dello spettacolo e del pregiudizio, su come i mass media e un finto diritto alla partecipazione permetta a tutti di intervenire su tutto. Che non è democrazia ma tecnicamente chiacchiericcio di fondo, spesso non basato su reali argomentazioni. Così Albinati si abbandona a una lunga auto-difesa e divaga volentieri per dare costrutto a un libro su richiesta, di quelli che si montano su in quattro e quattro otto ma si dimenticano altrettanto velocemente perché basati su deperibili fatti d’attualità. Il problema dell’editoria italiana è che sono questi principalmente i libri che si comprano e si leggono. E bisognerebbe chiedersi il perché se qualcuno fosse interessato a sviscerare i limiti culturali di queste operazioni costruite a tavolino.

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