Mi sono recato a veder il film con l’orecchio attento del bambino che ascolta dal nonno, per la prima volta, la storia di un grande. Scola che racconta il suo Fellini. Ho percepito in tutto molta ironia e leggerezza, infatti il mio occhio non entra nello specifico tecnico, ma interpreta e legge per sensazioni ed emozioni. Il racconto si dipana tra reminiscenze di aneddoti e scorribande notturne personalmente vissute da Scola con Fellini, ma non si trova alcun rammarico del tempo che scorre inesorabile per tutti. i ricordi sono funzionali anche a questo: a rivivere i bei momenti ed avere il coraggio di poterli raccontare con un sorriso, più che con tristezza. Scola si muove in un mondo di celluloide, proprio come il suo amico Federico, senza tralasciare la magia del “suo” Studio 5 dove tutto era possibile, pure far entrare la nave Rex in movimento o la laguna di Venezia. Ma la vera magia ultima si scopre durante la veglia funebre del maestro dove lo stesso Fellini, pur nell’amarezza delle sue ultime avventure cinematografiche, quando aveva forse esaurito il suo raccontare, rinasce come un Pinocchio monello e bugiardo inseguito dai due gendarmi. il tutto termina sulla giostra dove si susseguono, ad un ritmo sempre più incalzante, le immagini dei suoi film oramai passate alla storia. La magia del cinema o la magia della vita?


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