BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

Big Night è un film del 1996 co-diretto da Campbell Scott e Stanley Tucci, che ne ha curato anche la sceneggiatura assieme a Joseph Troiano, e narra delle vicende di due fratelli italiani di origini abruzzesi, Primo (Tony Shalhoub) e Secondo (Stanley Tucci) Pilaggi, emigrati come ristoratori sulla costa del New Jersey. I due hanno profonde diversità di vedute nella gestione del loro ristorante: Primo (il maggiore) è uno chef caparbiamente legato alla tradizione della cucina italiana e non vuole saperne di accettare compromessi, mentre Secondo cerca di accontentare i gusti della sparuta clientela che frequenta ancora il loro locale seppur con un’idea distorta di quella che è la tradizione culinaria italiana. Sull’orlo del fallimento per i loro disaccordi, i Pilaggi subiscono anche la concorrenza spietata di Pascal, un altro emigrato titolare di un ristorante italiano di grido sempre pieno, dove però la cucina tricolore viene reinventata secondo degli stereotipi, molto americani, che fanno inorridire Primo. Pascal, pur stimando Primo come chef, rifiuta a Secondo un prestito che potrebbe risollevare le loro sorti, ricorrendo anche ad un inganno per dare la spallata finale all’attività dei due fratelli: li convince ad organizzare una sontuosa cena alla quale invitare il famoso cantante italoamericano Luis Prime, costringendoli a dare fondo alle loro ultime risorse economiche per un banchetto degno del personaggio la cui presenza, da un punto di vista pubblicitario, avrebbe finalmente risollevato la loro attività di ristorazione.

Di Big Night, gustosa commedia amara a sfondo gastronomico ambientata negli anni Cinquanta, si apprezza come scena migliore proprio la cronaca della cena e della sua preparazione. Il piatto forte della cena, decisiva per il rilancio del ristorante dei fratelli Pilaggi, è rappresentato dal timballo di ziti di cui, nel film, ne vengono enfatizzate le difficoltà di esecuzione. Piatto unico della cucina centro-meridionale, il timballo si cuoce in uno stampo a forma di campana rovesciata e pare che il suo nome derivi proprio da questo tipo di recipiente di cottura che assomiglia ad un ”tamburo”: da qui “timballo”. Diverso negli ingredienti, il timballo è un piatto molto ricco ed in uso nelle feste e nelle grandi occasioni, tipico non solo della cucina abruzzese ma anche campana e siciliana, i cui ingredienti sono i più disparati: dalla pasta al riso, alla carne sia in forma di ragù che in polpettine, le uova sode, scamorza o mozzarella, salumi, affettati o anche verdure, il più delle volte fritte. Deve essere preparato per tempo e calma, aggiungendo via via gli ingredienti che spesso sono cotti separatamente e poi assemblati: una volta cotto, deve “riposare” per compattarsi bene.

Eccovi la ricetta di mia nonna Romilda, abruzzese doc, del suo timballo di ziti con polpettine, che ricorda moltissimo il timballo dei fratelli Pilaggi.

 

INGREDIENTI: ½ kg di ziti da spezzare a mano – 6 etti di macinato di vitella – 3 scamorze appassite non molto asciutte – 2 etti di parmigiano grattugiato – passata di pomodoro – 4 uova – olio extravergine d’oliva q.b. –– sale e pepe q.b.- pangrattato q.b. – noce moscata q.b. – 3 uova sode facoltative.

PROCEDIMENTO:

Usare metà del macinato di vitella per fare un sugo con pomodoro e basilico, non troppo ristretto. L’altra metà del macinato servirà per fare, con un po’ di pazienza, delle polpettine aggiungendo semplicemente sale, pepe e una grattatina di noce moscata e soffriggendole a fuoco lento in olio extravergine d’oliva, facendo prima riscaldare appena l’olio e buttandocele dentro.Spezzare le zite a mano in modo irregolare e lessarle con poco sale e molto molto al dente; in una grande ciotola sbattere le uova con un po’ di sale, versarci gli ziti appena scolati e mescolare (rigorosamente con le mani) sino a quando le uova si saranno amalgamate con gli ziti. Quindi, ungere bene una teglia tonda con i bordi molto alti (possibilmente di rame fuori ed alluminio nell’interno) con burro o olio, aiutandosi sempre con le mani, e facendoci poi aderire bene del pangrattato; a questo punto cominciare a fare gli strati ma non più di tre: sugo-parmigiano-pasta-polpettine-parmigiano-scamorza tagliata a dadini-pasta-sugo e così via. Terminati i tre starti di pasta completi di tutti gli ingredienti, ai quali si possono aggiungere facoltative delle uova sode a pezzetti, e facendo in modo di terminare con il sugo su cui mettere parmigiano e scamorza a dadini e polpettine, mettere in forno preriscaldato a 180° fissi per 30/40 minuti; passato il tempo, vedere se sopra il timballo si è creata la crosticina, in caso contrario accendere per 5 minuti il grill.

Tirare fuori dal forno il timballo e farlo riposare per almeno 20/30 minuti, coperto con un canovaccio di lino: l’attesa garantirà che si compatti bene permettendo così di tagliare le porzioni facendo prima un cerchio nella parte centrale, in caso si usi il tegame tondo come da tradizione. Si mangia tiepido, per gustarne tutti i profumi. Emozionante!

 

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

Tommaso, perenne indeciso, e Cecilia, molto possessiva, sono due giovani fidanzati napoletani prossimi al matrimonio. Nonostante la cerimonia sia alle porte, proprio durante la scelta delle bomboniere Cecilia fa una scenata di gelosia su possibili avventure di Tommaso e subito dopo lo lascia. Passa del tempo e Cecilia si fidanza con Enea, uomo maturo, un po’ fanfarone, che le promette grandi cose. Tommaso viene a saperlo dagli amici, e fa di tutto per riconquistarla: dopo rocamboleschi tentativi, i due alla fine tornano insieme e riprendono ad organizzare il loro matrimonio. Tuttavia il giorno delle nozze è Tommaso a non presentarsi all’altare, inviandole una lettera per darle appuntamento in un bar, dove giunge anch’essa in abito nuziale. Uno dice “Viviamo insieme” quando vuol dire che le cose non vanno… Infatti poi quando peggiorano dice: “Perché non ci sposiamo?”… Che proprio cominciate che non ce la fate più: “Che facciamo un figlio?”. E quando alla fine vi odiate ma siete vecchi, dite “Che ci lasciamo proprio adesso che siamo vecchi?!”. È quello il percorso.

Pensavo fosse amore…invece era un calesse è una commedia sentimentale interpretata da una brava Francesca Neri e da un geniale Massimo Troisi che, 27 anni fa, fece un ritratto di coppia esilarante ma immensamente vero incentrando il focus del film sull’amore: in esso si disquisisce sul sentimento che lega due persone, facendo un’analisi dettagliata sull’ incomunicabilità della coppia e sulla difficoltà di costruire un rapporto stabile e duraturo tra un uomo e una donna, perché secondo il compianto Troisi “un uomo e donna non sono assolutamente fatti per il matrimonio”. Il risultato è un vero e proprio saggio intimista sui sentimenti in cui l’attore e regista napoletano si interroga sul perché l’amore si trasformi nel tempo in qualcosa d’altro. Nonostante il pubblico decretò il successo della pellicola e nonostante la colonna sonora affidata al suo grande amico Pino Daniele è ancora oggi un cult, il film non fu accolto bene dalla critica.

Vogliamo abbinare a questa pellicola una ricetta che sembra una cosa… ed invece è un’altra: i ventaglietti di pasta sfoglia o prussiane (in una nostra versione con cannella e frutta candita), che sono dei prodotti di pasticceria noti per essere napoletani ma in realtà… hanno origini francesi, conosciuti anche come palme o cuori.

INGREDIENTI: un rotolo di pasta sfoglia rettangolare – un cucchiaino di cannella in polvere – un cucchiaino di zucchero semolato – 2 cucchiai di zucchero di canna ed altro da parte – qualche scorzetta di arancia candita.

PROCEDIMENTO:   In una ciotolina mettere un cucchiaino di zucchero semolato e un di zucchero di canna, la cannella, le scorzette di arancia candita tagliate in piccoli pezzi, amalgamare bene il tutto e mettere da parte. Stendere la pasta sfoglia sul tavolo da lavoro (potete farla voi o comperarne una già confezionata al supermercato), spolverizzate con il rimanente zucchero di canna la superficie schiacciandolo leggermente con le mani o con un mattarello per farlo aderire alla pasta. Girare il rettangolo di sfoglia al contrario e spargervi sopra il composto di zucchero, cannella e canditi ottenuto in precedenza e schiacciare ugualmente con le mani per farlo aderire bene. Iniziare ad arrotolare entrambi i lati lunghi della pasta sfoglia verso il centro del rettangolo fino a che i due rotoli si incontreranno. Piegare di nuovo le due metà ottenute per sovrapporle. Tagliare ora il rotolo a fette di un cm. circa e passate ogni fettina su altro zucchero di canna che avrete messo in un piatto, facendolo aderire bene su entrambe i lati dei ventaglietti che poi disporrete mano a mano su una placca rivestita di carta da forno. A questo punto non resta che mettere la teglia nel forno già caldo a 190° per circa 15 minuti fino a che non avranno preso un bel colore ambrato. Sfornare e lasciare raffreddare prima di servirli.

NON CI RESTA CHE PIANGERE di Roberto Benigni e Massimo Troisi, 1984

NON CI RESTA CHE PIANGERE di Roberto Benigni e Massimo Troisi, 1984

Scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, con la collaborazione per la sceneggiatura di Giuseppe Bertolucci, Non ci resta che piangere è un film culto. Tentare di raccontarne la storia è alquanto difficile, perché il film è un bizzarro sfogo di creatività dei due interpreti. Pare che Benigni e Troisi chiesero alla produzione molto tempo per scrivere il copione ma alla fine si presentarono solamente con due appunti:ci perdiamo nel medioevo e andiamo a fermare Cristoforo Colombo”.

Siamo nella campagna toscana ed è l’estate del 1984. Saverio, maestro elementare, e Mario, bidello, sono amici. Un giorno nel tornare in macchina verso casa, per evitare l’attesa di un passaggio a livello, imboccano una strada secondaria, ma un’improvvisa tempesta li costringe ad alloggiare per la notte presso una locanda. L’indomani accade l’impensabile: scoprono da un passante di trovarsi a Frittole, un borgo toscano ed è il 1492, anzi “Mille e quattrocento quasi Mille e cinque”. A questo punto la loro avventura, indietro nel tempo ed in un luogo non sempre ben definito, ha inizio e nel contesto del borgo di Frittole accadono gli episodi più disparati. Saverio e Mario incontrano Vitellozzo, sua madre Parisina e decidono di lavorare nella loro bottega. Mario fa la conoscenza di Pia, fanciulla di una famiglia ricca, con la quale inizia a vedersi affacciandosi dal muro di cinta della casa di lei. Nel frattempo Vitellozzo viene arrestato e Saverio scrive invano una lettera a Girolamo Savonarola per ottenerne la liberazione. I due amici si imbattono in Leonardo da Vinci (siamo in Francia?). In una taverna incontrano l’amazzone Astriaha che ha il compito di fermare l’arrivo in Spagna (?) di qualunque straniero per garantire che le tre caravelle di Colombo possano salpare: in quella occasione Saverio rivela a Mario di voler fermare Colombo per impedire la nascita del fidanzato americano di sua sorelle Gabriella, che l’ha fatta tanto soffrire. I due amici infine, nel tentativo di tornare in Italia, scorgono da lontano del fumo: convinti di essere finalmente tornati nel Novecento, cominciano a correre verso quel fumo e scoprono a malincuore che si tratta di Leonardo che nel frattempo ha scoperto la locomotiva, facendo tesoro dei loro goffi insegnamenti!

Alle scorribande di Saverio e Mario abbiamo deciso di associare una duplice ricetta: la crema catalana e la crème brulèe, una di origini spagnole l’altra francese. Esse sovente vengono confuse in quanto entrambe sono caramellate, con lo zucchero in superficie, tuttavia la differenza c’è ed è sostanziale: la crème brulèe (dal francese: crema bruciata) si differenzia da quella catalana sia il per il metodo di cottura perché non viene cotta sul fuoco ma con un procedimento di bagnomaria, sia per il fatto che viene usata la panna liquida invece del latte e nessun tipo di amido. Iniziamo la nostra descrizione dalla crema catalana.

INGREDIENTI: 1 litro di latte – 200 g di zucchero – 50 g di maizena o fecola di patate o amido di frumento – 6 tuorli d’ uovo -1 stecca di cannella – un baccello di vaniglia – buccia di limone – zucchero di canna

PROCEDIMENTO:

Versare in una tegame capiente il latte (tranne due cucchiai che metterete da parte), la buccia del limone, il baccello di vaniglia inciso per lungo, metà dello zucchero, la stecca di cannella e portare a bollore, facendolo sobbollire per 5 minuti a fuoco dolcissimo; poi togliere dal fuoco. Nel frattempo, diluite la maizena (o l’amido di frumento o la fecola di patate) nel poco latte freddo rimasto. Quindi rimuovere la buccia del limone, il baccello di vaniglia e la cannella dal latte che abbiamo fatto sobbollire. In una ciotola capiente, montare con la frusta i tuorli con lo zucchero, finché il composto non diventa chiaro, omogeneo e cremoso; incorporate quindi prima la soluzione di latte e maizena attraverso un colino per trattenere eventuali grumi, mescolando finché il composto non risulterà ben amalgamato, e a questo punto, aggiungere a filo il latte caldo continuando a mescolare. Rimettete il tegame sul fuoco tenendo la fiamma bassa e mescolate continuamente per circa 2/3 minuti dall’ebollizione, finché non si addensa, evitando che la crema resti troppo tempo sul fuoco, perché potrebbe stracciarsi.. Versare il tutto in ciotoline dal bordo basso, lasciare stiepidire per 30 minuti, poi metterle a freddare in frigorifero. Al momento di servire, spolverizzare la superficie della crema con lo zucchero di canna e caramellare con l’apposito accendino altrimenti, se ne siete sprovviste, mettete le ciotole sotto il grill del forno caldo, per due minuti al fine di ottenere la croccante crosticina.

A questo punto per chi volesse toccare con mano e, soprattutto, assaporarne con il palato, la differenza, ecco la nostra versione della crème brulèe.

INGREDIENTI: 250 ml di Panna Fresca – 80gr di zucchero – 4 tuorli di uovo – 1 bustina di vanillina– zucchero di canna.

PROCEDIMENTO:

In un pentolino scaldate la panna senza portarla a ebollizione. Nel frattempo in una ciotola sbattete i 4 tuorli d’uovo con lo zucchero fino a creare una crema omogenea e spumosa, di colore chiaro. Aggiungere la vanillina alla panna, farla sciogliere bene e a quel punto versare la panna tiepida con la vanillina nella ciotola con le uova, continuando a mescolare. Mettete la crema in delle coquottes di ceramica apposta per la cottura in forno e fate cuocere a bagnomaria a 180° per 35 minuti. Una volta pronte lasciate raffreddare, cospargete con un cucchiaio di zucchero di canna e caramellate o con l’apposito bruciatore oppure infornate con l’impostazione grill per qualche minuto.
E adesso preparate la punta del vostro cucchiaio, per questo delicatissimo dessert, ricordando come “ad Amelie piace rompere la crosta della Crème brulèe con la punta del cucchiaio” da Il favoloso mondo di Amelie.

DOPO MEZZANOTTE di Davide Ferrario, 2004

DOPO MEZZANOTTE di Davide Ferrario, 2004

Martino (Giorgio Pasotti), mite e taciturno, lavora come custode notturno della Mole Antonelliana dove ha sede il Museo del Cinema che, dopo la mezzanotte, diventa il suo regno. In un vecchio magazzino dismesso del museo Martino ha ricavato la sua casa dove, quando non lavora, passa il tempo a vedere vecchie pellicole di film muti: il cinema è la sua vita e la sua vita è mediata attraverso una vecchia telecamera con cui riprende la realtà virtuale da cui è circondato.

Un giorno irrompe nella sua esistenza “sospesa” Amanda (Francesca Inaudi), una ragazza di periferia che fa l’inserviente in un fast food, fidanzata con Angelo (Fabio Troiano), di professione ladro di automobili: costretta a fuggire dalla polizia, Amanda sarà aiutata da Martino che accetterà di nasconderla nella Mole. Di lì a poco la ragazza rappresenterà, per quest’uomo taciturno e solo, l’unico legame con la vita reale.

I tre giovani e bravi interpreti, la voce narrante di Silvio Orlando e una colonna sonora singolare, fanno di questa produzione a basso costo, prodotta e sceneggiata dallo stesso Ferrario, un vero e proprio tributo al Museo Nazionale del Cinema, luogo cinematografico per eccellenza, in cui amore e tenerezza si intrecciano in una commedia sentimentale ben riuscita e fresca, pluripremiata in patria e all’estero.

Per omaggiare la città di Torino non potevamo che abbinare a questo film, così singolare, la ricetta di famosi e tipici biscotti piemontesi, noti in tutto il mondo: i krumiri

 

INGREDIENTI: 200 g di farina di mais – 150 g di farina 00 – 100 gr di zucchero– 200 gr di burro – 3 tuorli d’uovo – 1 bustina di vanillina.

PROCEDIMENTO:

Nel cestello della planetaria (se non l’avete potete impastare tranquillamente a mano), mettete le farine con lo zucchero, la vanillina, i tuorli e il burro ammorbidito a tocchetti. Con la frusta a foglia cominciare ad impastare a velocità bassa fino ad ottenere una palla omogenea simile ad una pasta frolla ma molto più morbida. Togliete il composto dalla planetaria e mettetelo a riposare per 30 minuti coperto con un panno. Trascorso il tempo di riposo, dividere l’impasto in due parti e mettetene una dentro una sacca da pasticciere con bocchetta a stella media. Premere dunque sulla sacca e deporre su una teglia foderata con carta da forno, dei cilindri della lunghezza di 10 cm dando ad essi quella forma leggermente incurvata (che vuole ricordare i baffi di Vittorio Emanule II al quale i krumiri sono stati dedicati) e distanziateli tra loro. Proseguite con il resto dell’impasto e quindi mettete nel forno a 180° fisso per circa 20 minuti. Sfornate i biscotti e disponeteli su una gratella per dolci a raffreddare. Con questa dose si ottengono una trentina di biscotti, ottimi per una colazione da re!

TERRAFERMA di Emanuele Crialese, 2011

TERRAFERMA di Emanuele Crialese, 2011

Giulietta, madre di Filippo e vedova di Pietro, figlio maggiore del vecchio pescatore Ernesto, vive su di una piccola isola del mediterraneo: insoddisfatta della propria condizione, vuole traslocare sulla “terraferma” per dare a suo figlio una vita migliore. Nino, il figlio minore di Ernesto, invece non ne vuole sapere di abbandonare l’isola ma non intende fare il pescatore come il padre, e quindi cerca di guadagnare portando i turisti a fare gite in barca.

Un giorno Ernesto e Filippo durante la loro solita uscita in mare, incontrano una zattera strapiena di migranti africani e, nonostante la Guardia Costiera li avvisi di restare nelle vicinanze della zattera senza prendere nessuno a bordo, Ernesto in ossequio alla legge del mare ne raccoglie alcuni che stanno nuotando verso la sua barca. Tra questi c’è una donna incinta, Sara, e suo figlio, che vengono portati dal vecchio pescatore nella propria casa: nella stessa notte la donna mette al mondo una bambina. Il giorno dopo la Guardia di Finanza inizia la ricerca dei rifugiati; inizialmente Giulietta fa fortemente leva su Ernesto perché Sara con i suoi bambini partano al più presto, per paura che la loro presenza possa compromettere i suoi progetti di vita, ma poi col tempo cresce anche in lei l’empatia nei confronti di questa donna africana, anch’ella desiderosa di una vita migliore e con il progetto di raggiungere suo marito, emigrato al nord anni prima.

La situazione nell’isola lentamente degenera: le forze dell’ordine, nel rispetto della legge, devono impedire di accogliere i migranti, alcuni dei quali moriranno in mare con la conseguente fuga dei turisti dall’isola; il giovane Filippo, assistendo a tutto questo, sente sempre più forte, tra rimorsi e ribellione, il desiderio di pensare al suo futuro.

Terraferma di Emanuele Crialese, regista di Respiro nel 2002 e Nuovomondo nel 2006, è un film profondo, che narra le vicende di una famiglia di pescatori di un’isola siciliana (forse Lampedusa?). Insignito del Premio speciale della giuria alla 68° Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia, Terraferma venne scelto come rappresentante italiano per concorrere nella categoria “Miglior film straniero” agli Oscar 2012 e, nello stesso anno, ricevette anche tre candidature ai David di Donatello.

A questo bellissimo film, attuale e struggente, abbiniamo una ricetta dal sapore di mare: il polpettone di tonno con maionese fatta in casa.

INGREDIENTI: 450 gr di tonno in scatola sott’olio – 300 gr di patate – 4 uova – 60 gr di parmigiano – 150 gr di pangrattato – sale e pepe q.b.- olio extra vergine d’oliva e qualche goccia di limone per condire; per la maionese: 1 limone- olio extra vergine d’oliva – un pizzico di sale – 1 uovo intero

PROCEDIMENTO:

In una ciotola capiente disponete il tonno sott’olio sgocciolato, le uova, le patate lessate in precedenza e schiacciate con lo schiacciapatate, il parmigiano. Amalgamare il tutto e passarlo al passaverdure con trama non troppo fitta (per chi volesse un composto a grana più rustica, può saltare questo procedimento); al composto così amalgamato aggiungere il pangrattato, il sale e il pepe. Fate preriscaldare il forno a 170°/180°. Confezionare quindi il polpettone dandogli la classica forma allungata, avvolgetelo nella carta stagnola e adagiatelo sulla leccarda del forno facendolo cuocere per una quarantina di minuti. A fine cottura lasciarlo raffreddare. Togliete la stagnola e affettatelo. Disporlo in un piatto da portata condito con un filo d’olio e una qualche goccia di limone. Preparare a parte della maionese fatta in casa, mettendo un uovo intero in un frullatore con un pizzico di sale, azionare il frullatore ed aggiungere dal buco qualche goccia di limone e olio extravergine d’oliva a filo senza mai fermarsi; quando la maionese sarà soda disporla in una ciotola e servirla per accompagnare il polpettone. E’ un ottimo piatto per le cene estive, ma la cosa che si raccomanda è di usare un buon tonno!

SORELLE MATERASSI di Ferdinando Maria Poggioli, 1944

SORELLE MATERASSI di Ferdinando Maria Poggioli, 1944

Le sorelle Teresa e Carolina Materassi (Emma e Irma Gramatica) sono due brave ricamatrici tanto famose da essere state persino invitate a Roma dal papa per la perfezione di un lavoro da loro inviato in Vaticano. Le due attempate zitelle conducono una vita abitudinaria insieme alla sorella Giselda (Olga Solbelli), che è andata a vivere con loro dopo essere stata abbandonata dal marito, e alla fidata cameriera Niobe. La serenità della casa viene improvvisamente turbata dall’arrivo del bel nipote Remo (Massimo Serato) che una volta trasferitosi in casa delle zie conduce una vita spensierata, conquistando con la sua seduzione tutte le donne che lo circondano, incluse quelle di casa. Il giovane, dopo tante avventure dispendiose che presto porteranno sul lastrico le zie, oramai ridotte per colpa sua all’indigenza, viene a conoscere la bella ereditiera Peggy (Clara Calamai) la quale con abili stratagemmi riuscirà a conquistare il cuore di Remo che innamorato acconsentirà a sposarla. La notizie delle nozze viene accolta con sgomento in casa Materassi, visto che le donne, incluso la domestica, sono tutte segretamente innamorate del giovane. Gli sposi partono quindi per l’America e le zie, indebitate fino all’osso, riprenderanno a lavorare nella monotonia di sempre. Tratto dal romanzo di Aldo Palazzeschi, il film fu realizzato nel ’44 quindi in piena guerra e in un periodo decisamente difficile per la sua piena diffusione tanto da non essere apprezzato né dal pubblico né tantomeno dalla critica. Dopo il ’45 arrivò il meritato successo soprattutto per la bravura delle protagoniste, attrici già molto note, alle quali si affiancò anche la grande Paola Borboni, che diventerà poi una figura di spicco sulla scena teatrale italiana. Il film ambientato a Firenze ci propone una ricetta di tipico stampo toscano, piatto povero di derivazione contadina: la panzanella.

INGREDIENTI: 400 grammi di pane casereccio raffermo – 4 cucchiai di aceto di vino bianco – 4 cucchiai di olio d’oliva extravergine – 1 cipolla rossa di Tropea – 2 cetrioli – 4 pomodori maturi – basilico – sale e pepe qb.

PROCEDIMENTO: Tagliare il pane a fette non troppo sottili e metterlo in ammollo per 20 minuti in contenitore con acqua fredda e 3 cucchiai di aceto. Strizzare bene il pane e sbriciolarlo in una insalatiera quindi unire i cetrioli puliti e tagliati a rondelle non troppo spesse, i pomodori privati dei semi e tagliati a spicchi, la cipolla tagliata a rondelle sottili, l’olio, 1 cucchiaio di aceto, sale e pepe macinato fresco e basilico sminuzzato grossolanamente. Conservare la panzanella in frigorifero fino al momento di servirla come piatto freddo estivo.