QUALCHE PAGINA PER GLI AMICI di Augusto Frasca- Futura editore, 2018

QUALCHE PAGINA PER GLI AMICI di Augusto Frasca- Futura editore, 2018

Un prezioso volumetto in edizione limitata che sin dal titolo pattuisce una sorta di profilo basso. Ci vuole coraggio per scegliere un’etichetta così vaga e generica. Ma l’obiezione formale (la cornice) è presto superata per il valore prezioso dei contenuti che distillano sessanta anni di esperienza del giornalista, del curatore di pubbliche relazioni, capace di documentare con lingua impeccabile la fitta trama di incontri importanti vissuti in prima persona, a volte in trincea, nel passato millennio. Frasca confessa che ha vissuto intensamente e regala ai suoi lettori perle di un’animata autobiografia personale e/o professionale. La maggior parte degli ambiti è sportiva ma non solo. Si svaria da Vittorio Pozzo a Gianni Agnelli, in un’ampia sintesi cronologica, passando per le due fondamentali esperienze formative dei mondiali di atletica del 1987 e dei mondiali di calcio del 1990. Sono medaglioni icastici con grande controllo di scrittura tra cui trapela il rispetto per i miti, l’ammirazione per personaggi che hanno fatto grande l’Italia e qualche idiosincrasia. Il senso critico porta Frasca a uscire dal coro degli indiscriminati ammiratori di Mennea. Un campione olimpico discusso come Schwazer è messo all’indice col riscontro di fatti obiettivi. Saggistica polifonica aperta al cinema, al teatro e alle arti alla luce dei mille interessi dell’autore. Un libro abbagliante che non lascia indifferenti e che apre con abile sintesi spiragli di approfondimento possibili per i tanti personaggi sbozzati alla luce di un incontro, di un’esperienza personale. Un testo difficilmente catalogabile ma di grande fascino. Gli amici potranno capirlo anche nel senso di una nostalgia comune per un’Italia che non c’è più. Una generazione potrà riconoscersi nei “migliori anni della nostra vita”. Oggi l’incanto sembra sparito: nella fretta, nel consumismo, nell’ansia di divorare gli attimi. Frasca prova a restituire senso e memoria al nostro passato indicando una possibile direzione per il futuro, in chiara controtendenza rispetto al mainstream. I libri come si sa, servono anche a questo. A disegnare nuovi percorsi e altre vite.

data di pubblicazione:15/01/2019

BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

Big Night è un film del 1996 co-diretto da Campbell Scott e Stanley Tucci, che ne ha curato anche la sceneggiatura assieme a Joseph Troiano, e narra delle vicende di due fratelli italiani di origini abruzzesi, Primo (Tony Shalhoub) e Secondo (Stanley Tucci) Pilaggi, emigrati come ristoratori sulla costa del New Jersey. I due hanno profonde diversità di vedute nella gestione del loro ristorante: Primo (il maggiore) è uno chef caparbiamente legato alla tradizione della cucina italiana e non vuole saperne di accettare compromessi, mentre Secondo cerca di accontentare i gusti della sparuta clientela che frequenta ancora il loro locale seppur con un’idea distorta di quella che è la tradizione culinaria italiana. Sull’orlo del fallimento per i loro disaccordi, i Pilaggi subiscono anche la concorrenza spietata di Pascal, un altro emigrato titolare di un ristorante italiano di grido sempre pieno, dove però la cucina tricolore viene reinventata secondo degli stereotipi, molto americani, che fanno inorridire Primo. Pascal, pur stimando Primo come chef, rifiuta a Secondo un prestito che potrebbe risollevare le loro sorti, ricorrendo anche ad un inganno per dare la spallata finale all’attività dei due fratelli: li convince ad organizzare una sontuosa cena alla quale invitare il famoso cantante italoamericano Luis Prime, costringendoli a dare fondo alle loro ultime risorse economiche per un banchetto degno del personaggio la cui presenza, da un punto di vista pubblicitario, avrebbe finalmente risollevato la loro attività di ristorazione.

Di Big Night, gustosa commedia amara a sfondo gastronomico ambientata negli anni Cinquanta, si apprezza come scena migliore proprio la cronaca della cena e della sua preparazione. Il piatto forte della cena, decisiva per il rilancio del ristorante dei fratelli Pilaggi, è rappresentato dal timballo di ziti di cui, nel film, ne vengono enfatizzate le difficoltà di esecuzione. Piatto unico della cucina centro-meridionale, il timballo si cuoce in uno stampo a forma di campana rovesciata e pare che il suo nome derivi proprio da questo tipo di recipiente di cottura che assomiglia ad un ”tamburo”: da qui “timballo”. Diverso negli ingredienti, il timballo è un piatto molto ricco ed in uso nelle feste e nelle grandi occasioni, tipico non solo della cucina abruzzese ma anche campana e siciliana, i cui ingredienti sono i più disparati: dalla pasta al riso, alla carne sia in forma di ragù che in polpettine, le uova sode, scamorza o mozzarella, salumi, affettati o anche verdure, il più delle volte fritte. Deve essere preparato per tempo e calma, aggiungendo via via gli ingredienti che spesso sono cotti separatamente e poi assemblati: una volta cotto, deve “riposare” per compattarsi bene.

Eccovi la ricetta di mia nonna Romilda, abruzzese doc, del suo timballo di ziti con polpettine, che ricorda moltissimo il timballo dei fratelli Pilaggi.

 

INGREDIENTI: ½ kg di zite da spezzare a mano – 6 etti di macinato di vitella – 3 scamorze appassite non molto asciutte – 2 etti di parmigiano grattugiato – passata di pomodoro – 4 uova – olio extravergine d’oliva q.b. –– sale e pepe q.b.- pangrattato q.b. – noce moscata q.b. – 3 uova sode facoltative.

PROCEDIMENTO:

Usare metà del macinato di vitella per fare un sugo con pomodoro e basilico, non troppo ristretto. L’altra metà del macinato servirà per fare, con un po’ di pazienza, delle polpettine aggiungendo semplicemente sale, pepe e una grattatina di noce moscata e soffriggendole a fuoco lento in olio extravergine d’oliva, facendo prima riscaldare appena l’olio e buttandocele dentro.Spezzare le zite a mano in modo irregolare e lessarle con poco sale e molto molto al dente; in una grande ciotola sbattere le uova con un po’ di sale, versarci le zite appena scolate e mescolare (rigorosamente con le mani) sino a quando le uova si saranno amalgamate con gli ziti. Quindi, ungere bene una teglia tonda con i bordi molto alti (possibilmente di rame fuori ed alluminio nell’interno) con burro o olio, aiutandosi sempre con le mani, e facendoci poi aderire bene del pangrattato; a questo punto cominciare a fare gli strati ma non più di tre: sugo-parmigiano-pasta-polpettine-parmigiano-scamorza tagliata a dadini-pasta-sugo e così via. Terminati i tre starti di pasta completi di tutti gli ingredienti, ai quali si possono aggiungere facoltative delle uova sode a pezzetti, e facendo in modo di terminare con il sugo su cui mettere parmigiano e scamorza a dadini e polpettine, mettere in forno preriscaldato a 180° fissi per 30/40 minuti; passato il tempo, vedere se sopra il timballo si è creata la crosticina, in caso contrario accendere per 5 minuti il grill.

Tirare fuori dal forno il timballo e farlo riposare per almeno 20/30 minuti, coperto con un canovaccio di lino: l’attesa garantirà che si compatti bene permettendo così di tagliare le porzioni facendo prima un cerchio nella parte centrale, in caso si usi il tegame tondo come da tradizione. Si mangia tiepido, per gustarne tutti i profumi. Emozionante!

 

L’ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO di Francesco Piccolo – Einaudi editore, 2018

L’ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO di Francesco Piccolo – Einaudi editore, 2018

Uno degli scrittori più letti, reclamizzati e (forse) sopravvalutati del mainstream ha voluto offrirci un nuovo manifesto del maschilismo. Più probabilmente il successo dei precedenti testi ha indotto l’editore a invitare Piccolo a raschiare il pozzo dei ricordi autobiografici regalandoci questa summa di avventure sessuali, pensieri maliziosi, tradimenti che fa fatica a convivere con il quadretto pacifico della vita nella famiglia Piccolo.

Lo scrittore avrà voluto miscelare gli accadimenti e raccontare alla moglie che gran parte della narrazione è pura fiction? Se così cadrebbe rovinosamente il presupposto biografico, il tema della verità del rivelarsi agli altri che è una sorta ermeneutica del libro. In ogni caso dunque incappiamo in una contraddizione. Piccolo non emana simpatia e dall’infanzia alla maturità un po’ decadente dei suoi 54 anni (non portati benissimo diremo) ci dispensa un repertorio di erezioni, masturbazioni, atti sessuali di impotenza, non risparmiandoci particolari neanche sulla fimosi (circoncisione) e sulle proprie emorroidi. Una caduta agli inferi greve e spesso immotivata che non giova alla compostezza del racconto. Che non è più letteratura ma saggistica con frequenti citazioni letterari su influenze che sembrano atte ad allungare il brodo. Così il volume appare un po’ lo specchio di tante infelice e poco ispirata letteratura italiana contemporanea, la rivelazione di scrittori che scrutano il proprio ombelico e si sentono padroni dell’universo. In fondo è una valutazione che fa bene alla letteratura perché indirettamente ci spinge a rivolgerci alla lettura di Saul Bellow, Bernard Malamud, Philip Roth, a temi più universali e sostenibili.

L’animale che è dentro Piccolo, mai frenato, ci solleva la curiosità di conoscere il prossimo escatologico orizzonte letterario del celebrato scrittore contemporaneo, arricchito dalle sceneggiature ma in fondo assolutamente risolto nel rapporto con sé stesso. Se dobbiamo credere a quanto vuole farci credere in questo libro di amena ma certo non indispensabile lettura. Si arriva fino in fondo con un certo sentore di stupefazione per il vuoto pneumatico del concetto di fondo: l’uomo italiano è incorreggibile.

data di pubblicazione: 27/12/2018

CRONISTORIA DI UN PENSIERO INFAME di Edoardo Albinati- Baldini + Castoldi, 2018

CRONISTORIA DI UN PENSIERO INFAME di Edoardo Albinati- Baldini + Castoldi, 2018

Storia di un retropensiero infame. Un gossip, un pettegolezzo ripreso dai giornali e diventato un caso social di Stato. Uno scrittore importante durante la presentazione di un suo libro meditando sulla sorte riservata alla nave Aquarius si abbandona in pubblico a un commento catastrofico, quasi augurandosi che dalla morte di un bambino il Paese potesse rimeditare il trattamento riservato ai migranti. Trattasi di pensiero politicamente scorretto specie se proveniente dalla sinistra politica. Così il giorno dopo (e i mesi dopo) Albinati deve fare i conti con un conto salato da pagare a un’affermazione che non è ideologica ma appartiene a quelle derive a cui spesso noi ci abbandoniamo. Altro dire è che da questa esile vicenda (così vanno le cose in Italia) un editore gli chieda un seguito. E quindi che da una mezza gaffe, da una parola uscita di senno, nasca un libro che richiederebbe ben altra complessità. Dunque poco più di cento smilze pagine per un piccolo affresco sociologico sul come, sul dove, sul quando della piccola vicenda quasi che Albinati (absit iniuria verbis) volesse sfruttare l’incidente per costruirci su altri incassi editoriali. Indubbiamente l’input è solo lo spunto per una riflessione più generale sulla società dello spettacolo e del pregiudizio, su come i mass media e un finto diritto alla partecipazione permetta a tutti di intervenire su tutto. Che non è democrazia ma tecnicamente chiacchiericcio di fondo, spesso non basato su reali argomentazioni. Così Albinati si abbandona a una lunga auto-difesa e divaga volentieri per dare costrutto a un libro su richiesta, di quelli che si montano su in quattro e quattro otto ma si dimenticano altrettanto velocemente perché basati su deperibili fatti d’attualità. Il problema dell’editoria italiana è che sono questi principalmente i libri che si comprano e si leggono. E bisognerebbe chiedersi il perché se qualcuno fosse interessato a sviscerare i limiti culturali di queste operazioni costruite a tavolino.

UN FUTURO INFINITO di Adriana Asti- Mondadori, II edizione 2018

UN FUTURO INFINITO di Adriana Asti- Mondadori, II edizione 2018

Un grande futuro dietro le spalle, un futuro non prevedibile vista l’età (ha superato gli ottanta anni). Adriana Asti, un pezzo di storia del teatro (e non solo) si racconta con piglio minimalista del “Confesso che ho vissuto” e condisce con un sottotitolo di basso profilo (“Piccola autobiografia”) un librino che contiene molte storie del mondo dello spettacolo. Una donna oggi fedelissima a Giorgio Ferrara, pargolo di famiglia comunista, non rinnegando i precedenti rapporti con Fabio Mauri e Bernardo Bertolucci, da poco commemorato. Si snoda un racconto civettuolo, ricco di gossip che trasuda la quotidianità delle quinte teatrali, dei camerini, del mito ma anche della semplice giornate di una lavoratrice come tante altre. Privilegiata però. Per aver conosciuto e lavorato con Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Roberto Wilson, per aver messo in scena il prediletto Beckett, per aver vissuto anche l’avventurosa storia del cinema porno-erotico di Tinto Brass, partecipando a uno dei meno edificanti disastri della storia del cinema in Caligola, quando anche Helen Mirren si mostrò senza veli. Episodi belli e brutti, mai edulcorati, spesso non edificanti che però costituiscono la salda struttura della personalità di un’attrice capace di esprimersi su un palcoscenico in francese o in tedesco con la stessa disinvoltura con cui affabulava nella lingua natia, l’italiano. La Asti è vita, è tante vite, tanti racconti. E in ognuno vorresti soffermarti e approfondire. Vite di donne illustri conosciute e frequentate (Susan Sontag, Natalia Ginzburg, Elsa Morante), premi Nobel (Alberto Moravia) descritti nella loro prosaica quotidianità. La Asti ci fa capire l’importanza di una parola scritta, letta e vissuta in una vita senza confini. Eppure la sua non è stata una vocazione precoce. Si è avvicinata al teatro quasi per caso, incamminandosi in una sana gavetta con una sola battuta da pronunciare nei primi spettacoli a cui ha preso parte. Ci ispira nostalgia un libro perché delinea orizzonti che oggi sono impraticabili.

data di pbblicazione:05/12/2018

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

Tommaso, perenne indeciso, e Cecilia, molto possessiva, sono due giovani fidanzati napoletani prossimi al matrimonio. Nonostante la cerimonia sia alle porte, proprio durante la scelta delle bomboniere Cecilia fa una scenata di gelosia su possibili avventure di Tommaso e subito dopo lo lascia. Passa del tempo e Cecilia si fidanza con Enea, uomo maturo, un po’ fanfarone, che le promette grandi cose. Tommaso viene a saperlo dagli amici, e fa di tutto per riconquistarla: dopo rocamboleschi tentativi, i due alla fine tornano insieme e riprendono ad organizzare il loro matrimonio. Tuttavia il giorno delle nozze è Tommaso a non presentarsi all’altare, inviandole una lettera per darle appuntamento in un bar, dove giunge anch’essa in abito nuziale. Uno dice “Viviamo insieme” quando vuol dire che le cose non vanno… Infatti poi quando peggiorano dice: “Perché non ci sposiamo?”… Che proprio cominciate che non ce la fate più: “Che facciamo un figlio?”. E quando alla fine vi odiate ma siete vecchi, dite “Che ci lasciamo proprio adesso che siamo vecchi?!”. È quello il percorso.

Pensavo fosse amore…invece era un calesse è una commedia sentimentale interpretata da una brava Francesca Neri e da un geniale Massimo Troisi che, 27 anni fa, fece un ritratto di coppia esilarante ma immensamente vero incentrando il focus del film sull’amore: in esso si disquisisce sul sentimento che lega due persone, facendo un’analisi dettagliata sull’ incomunicabilità della coppia e sulla difficoltà di costruire un rapporto stabile e duraturo tra un uomo e una donna, perché secondo il compianto Troisi “un uomo e donna non sono assolutamente fatti per il matrimonio”. Il risultato è un vero e proprio saggio intimista sui sentimenti in cui l’attore e regista napoletano si interroga sul perché l’amore si trasformi nel tempo in qualcosa d’altro. Nonostante il pubblico decretò il successo della pellicola e nonostante la colonna sonora affidata al suo grande amico Pino Daniele è ancora oggi un cult, il film non fu accolto bene dalla critica.

Vogliamo abbinare a questa pellicola una ricetta che sembra una cosa… ed invece è un’altra: i ventaglietti di pasta sfoglia o prussiane (in una nostra versione con cannella e frutta candita), che sono dei prodotti di pasticceria noti per essere napoletani ma in realtà… hanno origini francesi, conosciuti anche come palme o cuori.

INGREDIENTI: un rotolo di pasta sfoglia rettangolare – un cucchiaino di cannella in polvere – un cucchiaino di zucchero semolato – 2 cucchiai di zucchero di canna ed altro da parte – qualche scorzetta di arancia candita.

PROCEDIMENTO:   In una ciotolina mettere un cucchiaino di zucchero semolato e un di zucchero di canna, la cannella, le scorzette di arancia candita tagliate in piccoli pezzi, amalgamare bene il tutto e mettere da parte. Stendere la pasta sfoglia sul tavolo da lavoro (potete farla voi o comperarne una già confezionata al supermercato), spolverizzate con il rimanente zucchero di canna la superficie schiacciandolo leggermente con le mani o con un mattarello per farlo aderire alla pasta. Girare il rettangolo di sfoglia al contrario e spargervi sopra il composto di zucchero, cannella e canditi ottenuto in precedenza e schiacciare ugualmente con le mani per farlo aderire bene. Iniziare ad arrotolare entrambi i lati lunghi della pasta sfoglia verso il centro del rettangolo fino a che i due rotoli si incontreranno. Piegare di nuovo le due metà ottenute per sovrapporle. Tagliare ora il rotolo a fette di un cm. circa e passate ogni fettina su altro zucchero di canna che avrete messo in un piatto, facendolo aderire bene su entrambe i lati dei ventaglietti che poi disporrete mano a mano su una placca rivestita di carta da forno. A questo punto non resta che mettere la teglia nel forno già caldo a 190° per circa 15 minuti fino a che non avranno preso un bel colore ambrato. Sfornare e lasciare raffreddare prima di servirli.