BELLUNO. ANDANTINO E GRANDE FUGA di Patrizia Valduga – Einaudi, 2019

BELLUNO. ANDANTINO E GRANDE FUGA di Patrizia Valduga – Einaudi, 2019

 

Ad essere pignoli 392 versi che contengono meno parole della nota e della glossa finale. Ma un dono prezioso e minimalista di una poetessa sensitiva che distilla ricordi di un legame indimenticabile. Il sodalizio con Giovanni Raboni, stimato rappresentante della poetica lombarda, che discende da Carlo Porta. La coppia vive ancora nell’umorismo disperante, dell’ultimo sghignazzo di chi sta per essere impiccato. La vita si trascina senza illusioni e, apparentemente senza guizzi. Ma la Valduga la rianima con una percezione, un’intuizione, il risveglio del corpo, un adagio in dialetto veneto. Risorse esistenziali che si sublimano nell’arte per un’interprete del suo tempo che ha fatto epoca e che vuole uscire dalla retorica e dalla storia per abbracciare empiti di verità. Una poesia materica e molto concreta nel commento beffardo delle avances dei pretendenti, pallide copie del compagno che fu per quindici anni, sodalizio di vita e di poesia. Così la Valduga dopo sette anni di silenzio, si meraviglia per la mancata celebrazione del cineasta Dreyer e da applaudito funambolo si sdoppia in Don Giovanni Da Ponte. Così versi strazianti risultano anche umoristici per una piena presa di possesso di una vita che sembra non riservare più gioie e sorprese. Un verso che fa…il verso, che rompe la metrica, che si dibatte, annaspando in brandelli di realtà. La vita di tutti i giorni, quella che non esce dalla routine ma che, interpretata da un poeta, si ribella, regala palpiti se non illusioni. Il poeta parla ancora. E la città che offre il titolo nelle statistiche è quella in cui si vive meglio in Italia. In effetti c’è un grande profumo di provincia nella bizzarra silloge che segna un gradito ritorno. Poesie che possono essere filastrocche o litanie ma che contengono sempre un estremo guizzo di vivacità.

data di pubblicazione:23/05/2019

 

UN UOMO SOLO di Christopher Isherwood – Adelphi editore, 2018

UN UOMO SOLO di Christopher Isherwood – Adelphi editore, 2018

Coltiva l’ambizione del racconto lungo perfetto questa pubblicazione che l’autore definisce un romanzo, ed alla quale era sinceramente attratto riconoscendola come in suo piccolo capolavoro. Trattasi di componimento solidamente omogeneo alla linea editoriale di Adelphi. In bilico tra commozione e distacco, rievocando un’epopea dove si affacciano molti personaggi e altrettante comparse che, progressivamente fanno largo alla solitudine un po’ snob del protagonista. I vezzi dell’epoca vengono debitamente stigmatizzati con una scrittura in cui più che narrazione c’è (e risalta) l’elemento descrittivo. Non c’è una reale evoluzione della storia ma la fissazione di un momento, assecondando un’ambizione letteraria molto alta. Poteva essere un velleitario tonfo ma la qualità indubitabile della scrittura riabilita qualche momento di noia. L’evoluzione concentrica ci ha ricordato il teatro di Alan Bennett, quasi creando un palcoscenico, un fondale, una storia sospesa. Secondo il recensore Mario Fortunato in questa operina non c’è una virgola di troppo, né una di meno. Il libro è stato scritto e concepito nel 1964 e ha avuto una rilevante fortuna editoriale con continue ristampe dalla prima pubblicazione italiana del 2009. Da questo testo è stato tratto l’omologo film di successo per la regia calligrafica di Tom Ford con protagonisti Colin Firth e Julianne Moore. Per ricondurlo a parametri italiani si può pensare a La Capria o a Berto. La sospensione del tempo immersa in un’atmosfera ovattata dove contano percezioni e sfumature. Un libro per molti ma non per tutti per l’esclusività tenue dello sviluppo. Da leggere con adeguata concentrazione. Probabilmente in una stanza dove si è da soli, garantiti da una luce altrettanto tenue. La copertina, firmata da Ben McLaughlin, riproduce questo scenario, un anonimo tavolo dove probabilmente si siederà il protagonista. Racconto ispirato dalla maturità dell’autore, una sorta di memoir senza infingimenti. Ribadendo che la vita è anche una questione di proporzioni tra soggetti e cose.

data di pubblicazione:21/05/2019

DIARIO DI BORDO DI UNO SCRITTORE di Bjorn Larsson- Iperborea, ultima edizione 2019

DIARIO DI BORDO DI UNO SCRITTORE di Bjorn Larsson- Iperborea, ultima edizione 2019

Quando uno scrittore ha raggiunto una fama internazionale può obbedire anche a una richiesta contrattuale. In questo caso da parte della indiscutibile regina editoriale della letteratura nordica. Dunque la narrativa consacrata di La vera storia del pirata Long John Silver o ne I poeti morti non scrivono gialli viene accantonata in favore di un racconto autobiografico in cui c’è anche molta Italia oltre alle molte curve e svolte della vita dell’autore. Che non aveva sicuramente nel Dna quello di diventare un autore di best seller nel procelloso mare della vita. Il libro ha molte possibili vie di comprensione per il lettore. Si può leggere come un manuale di scrittura, un prezioso zibaldone di aneddoti, un tesoretto di ispirazioni. Uno scrittore non può mancare di curiosità. Sembra essere questo l’elemento fondamentale estraibile dalle variegate esperienze dell’autore. Che destruttura anche l’ammirevole welfare del Paese che gli ha dato i natali per descriverci una realtà più complessa e contradditoria anche nel confronto esistenziale con le nazioni che ama e che gli hanno offerto adozione. C’è un po’ del pirata anche nei capitoli che raccontano gli alterni rapporti con le case editrici, i primi insuccessi, la gavetta, l’esercizio paziente della perseveranza per approdare poi a una professione abbracciata con entusiasmo. Il vero scrittore è quello che non si ripete. E dunque Larsson ha bordeggiato da romanzi di assoluta fiction, a trame di impostazione scientifica, sperimentando anche il giallo e il noir che sembravano temi fuori dai propri confini. Se alcune vite sono come un romanzo questo libro ha una sua indispensabilità. Gli aspiranti scrittori vi ritroveranno un po’ di stessi con dubbi e incertezze su un’attività che regala più delusioni che soddisfazioni. Perché, soprattutto in Italia, quasi tutti scrivono ma pochissimi leggono. E dunque si agisce in un contesto quasi desertificato che promette di godere di un modesto sviluppo futuro.

data di pubblicazione:06/05/2019

RIEN NE VA PLUS di Antonio Manzini – Sellerio Editore, 2019

RIEN NE VA PLUS di Antonio Manzini – Sellerio Editore, 2019

Tutt’altro che distolto dal successo, anche televisivo, Antonio Manzini dal proprio eremo in Tuscia, continua a dispensare gialli all’altezza. Ma la definizione di genere ormai è limitativa per questo scrittore la cui più fortunata creazione, quel Rocco Schiavone che, filmicamente, sembra fondersi perfettamente con Marco Giallini, sembra evadere dal clichè del personaggio eternamente vincente per approdare alla perfetta sintesi tra vita di tutti i giorni e modello alternativo da adottare in caso di investigazioni.

La storia che si dipana attorno al Casino di Saint Vincent è estremamente complicata da seguire anche per un lettore attento, visto il gran numero di protagonisti, di omicidi, di vicende che si intrecciano ma la godibilità nel seguirne i flussi è ormai squisitamente letteraria. La popolarità acquisita con le prove precedenti permette a Manzini di osare anche linguisticamente e di dedicarsi all’abile e ironico tratteggio anche di figure minori, come i sottoposti di Schiavone, incompresi del suo mondo ma pronti a saccheggiarne il cassetto per assaggiare, forse per la prima volta, uno spinello. Trattasi di un mondo abbondantemente connesso alla figura femminile. Rocco, fuori di ogni metafora, è anche uno spregiudicato sciupafemmine, e, pur vivendo nel ricordo adorante della moglie, non trascura, secondo inveterate abitudini maschili, di goderne i piaceri, sia pure per una sola notte. La scena come al solito si svolge tra Roma e Aosta.

Il fascino del giallo valdostano ha una sua unicità che lo distingue dalle altre regionalità diffuse in editoria. Tutto ruota attorno ai soldi in un crescendo di colpi di scena che attizzano curiosità verso il finale. Ma il libro ha una sua validità che prescinde dalla verosimiglianza dello sviluppo. Il fascino ferino del personaggio-Rocco è un appeal che sovrasta i cerchi concentrici della storia, un piccolo classico anti-istituzionale che trascina e convince anche quando le sue maniere sono poco edificanti e il suo stile di vice-questore borderline rispetto alla pretta legalità.

data di pubblicazione: 23/4/2019

IL TALENTO DI MR. RIPLEY di Anthony Minghella, 1999

IL TALENTO DI MR. RIPLEY di Anthony Minghella, 1999

Tom Ripley è un giovane fascinoso americano di modesta estrazione sociale che sa suonare molto bene il piano e che riesce a conquistarsi la simpatia di tutti. Un giorno, dopo essere stato ingaggiato come pianista ad una festa di gente molto facoltosa, viene contattato da un ricco armatore che gli propone, dietro lauto compenso, di andare alla ricerca del figlio Dickie, che vive da un po’ di tempo in Italia, e convincerlo a tornare negli Stati Uniti. Tom accetta e riesce a contattare il giovane a Ischia dove sta passando un incantevole soggiorno insieme alla fidanzata Marge. Affascinato da questo mondo fatto di lusso e di divertimenti, Tom riesce a conquistarsi l’amicizia di Dickie del quale è anche segretamente attratto. Dickie, infastidito dalla presenza costante di Tom che nel frattempo si è mostrato anche un po’ troppo invadente nel rapporto tra lui e la sua ragazza, cerca di troncare questa frequentazione: purtroppo durante una gita in barca a Sanremo, in seguito ad una violenta discussione, verrà ucciso da Tom. Questi, abituatosi oramai a quella vita così agiata, decide di assumere l’identità dell’amico morto. Di lì a poco sarà proprio Marge a nutrire i primi sospetti ed anche la polizia inizia a svolgere le proprie indagini.

Il talento di Mr. Ripley ebbe un discerto successo ed ottenne diverse nomination, soprattutto grazie ai due protagonisti: Matt Damon, nella parte di Tom, che riesce a riscattare il proprio complesso di inferiorità sociale attraverso un’attrazione omoerotica verso Dickie, e Jude Law che, con la sua naturale bellezza, veste la parte del rampollo ricco, bello e viziato, superficiale anche nei rapporti affettivi a cominciare da quello verso la fidanzata Marge, interpretata da una giovanissima Gwynet Paltrow. La storia, tratta dal romanzo thriller di Patricia Highsmith, fu portata per la prima volta sul grande schermo da René Clément nel 1960 con il titolo Delitto in pieno sole e vantava tra gli interpreti Alain Delon.

Il film di Anthony Minghella, girato prevalentemente tra Napoli, Ischia e la Penisola sorrentina, ci suggerisce una ricetta tipica del luogo, di facile realizzazione: maccheroni cacio e uova.

INGREDIENTI (per quattro persone): 350 grammi di maccheroni (rigatoni, penne, mezzemaniche), 4 uova, 50 grammi di pecorino romano, 100 grammi di parmigiano, 50 grammi di capocollo di maiale, 1 cipolla, olio extravergine di oliva, sale e pepe q.b.

PROCEDIMENTO: Tagliare il capocollo a cubetti e farlo soffriggere in olio insieme alla cipolla tritata. Appena imbiondito aggiungere un mestolo d’acqua e spegnere il fuoco. Sbattere le uova e aggiungere i due formaggi grattugiati fino ad ottenere una crema. Lessare la pasta al dente e mantecarla a fuoco moderato insieme al capocollo. Versare le crema di uova e formaggio e mescolare bene fino ad ottenere una stracciatella. Servire ben caldo con pepe a piacere.

PASSAGGIO IN INDIA di David Lean, 1984

PASSAGGIO IN INDIA di David Lean, 1984

Nei primi anni del Novecento la signora Moore (Peggy Ashcroft), un’anziana donna inglese, in compagnia della giovane Adela (Judy Davis), fidanzata del figlio, intraprende un viaggio in India, a quel tempo ancora sotto il dominio della corona britannica. Appena arrivate fanno amicizia con il dottor Aziz (Victor Banerjee), un giovane medico indiano vedovo con due figli, che prova grande ammirazione per la civiltà inglese. Orgoglioso di far conoscere gli aspetti più interessanti della cultura indiana, propone alle due donne una gita per visitare le grotte di Marabar, famose per essere completamente al buio e per produrre un’eco impressionante. Durante la visita, alla quale non partecipa la signora Moore, Adela si allontana da sola e ad un certo punto sembra essersi persa, tra lo sconforto di tutti e soprattutto di Aziz che decide di andarla a cercare. La giovane donna verrà ritrovata all’esterno delle grotte in uno stato confusionale e con i vestiti in disordine, lasciando chiaramente ad intendere di essere stata molestata dal dottore che, invano, cercherà di dimostrare la sua completa innocenza. Arrestato e processato Aziz alla fine verrà rilasciato in quanto Adela ritratterà la sua accusa, con la conseguente reazione della popolazione locale oramai pronta alla rivolta contro la supremazia inglese ed anche dei residenti britannici che, sdegnati dal comportamento contradditorio della ragazza, decideranno di emarginarla.

Il film diretto da David Lean, regista, attore, sceneggiatore e produttore inglese morto nel 1991, fu tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Edward Morgan Forster ed ebbe molto successo sia di critica che di pubblico ottenendo diversi premi internazionali tra cui due Oscar (miglior attrice non protagonista a Peggy Ashcroft e miglior colonna sonora a Maurice Jarre), tre Golden Globe e un premio BAFTA.

Questa storia, che ci introduce nella millenaria cultura indiana, ci suggerisce una ricetta molto semplice e di effetto tipica della regione orientale del paese: spezzatino di pollo alla bengalese.

INGREDIENTI: 600 grammi di petto di pollo a spezzatino, 1 arancia, 1 limone, 200 grammi di ananas, 2 mele, 50 grammi di burro, farina, sale e pepe q.b.

PROCEDIMENTO: Infarinare lo spezzatino di pollo e farlo leggermente rosolare nel burro fuso a fiamma moderata. Aggiungere il succo di una arancia e di un limone e lasciare cuocere per una ventina di minuti. Aggiungere quindi i pezzettini di ananas e di mela e lasciare ancora cuocere per pochi minuti, dopo aver aggiunto un poco di sale e pepe. Il piatto va servito tiepido accompagnato a piacere da crostini di pane.