NELLA GIUNGLA DELLE CITTÀ di Bertold Brecht, adattamento e regia di Alessandro De Feo

NELLA GIUNGLA DELLE CITTÀ di Bertold Brecht, adattamento e regia di Alessandro De Feo

(Teatro Trastevere – Roma, 15/18 novembre 2018)

Chicago anni Venti del secolo scorso, il ricco Shlink, immigrato orientale proprietario di una grossa fabbrica di legname, entra in una biblioteca e trascina in una lotta senza motivo l’impiegato di turno, il giovane George Garga. Il primo pretende di comprare le opinioni del secondo, sfidandolo fino a che questo non cede alla tentazione di accettare tutta l’azienda che il potente imprenditore gli offre. Il ribaltamento della condizione sociale che si determina scatena il dramma, che si estende a tutti coloro che gravitano intorno ai due personaggi fino alla soluzione finale, dove un terzo individuo, finora insignificante, si appropria dell’azienda del primo e della famiglia del secondo.

Quando Bertold Brecht scrisse questa opera il teatro epico era ancora lontano dall’essere teorizzato, ma già dietro questo dramma, composto quando l’autore aveva appena 23 anni, si trova espressa, chiaramente in forma ancora germinale, la domanda che stimolerà tutta la sua produzione a venire: può il teatro rappresentare la società? Questo testo è quindi un esperimento per Brecht, tanto che ci fu bisogno di una riscrittura sei anni dopo la prima pubblicazione del 1922. Fare teatro allora diventa un vero e proprio atto di coraggio: lo fu per l’autore alle prime armi e lo è ancora oggi per questa compagnia in scena fino a domenica nel piccolo teatro di Trastevere e lo è per lo stesso teatro che ha scelto di mettere in cartellone il titolo. Coraggio e passione muovono questa messa in scena, povera e essenziale, perché il teatro si fa anche con i vestiti e gli oggetti che troviamo in cantina o buttati negli armadi, e l’impatto è straordinario e lascia ammirati. Brecht in fondo proponeva un teatro altro che fosse capace di staccarsi dallo sfarzo e dall’ingente impiego di mezzi che le grandi produzioni anche all’epoca richiedevano. La magia sta proprio nello scoprire in questi teatri “minori” e quasi sconosciuti compagnie di attori che sperimentano con dignitoso gusto testi antichi che altrimenti rimarrebbero incastonati nelle pagine polverose di un libro e di questi si deve lodare lo sforzo, genuino e sincero, che si legge nelle membra tese del corpo, nella concentrazione dello sguardo, nel sudore, vero, che cola dalla fronte.

Nella giungla delle città non è testo facile da rappresentare né da seguire, quello che si narra non è altro che una lotta immotivata tra individui che nella stessa società ricoprono differenti e opposti ruoli, ma sicuramente arricchisce di nuovi concetti la nostra esperienza e rende i piccoli teatri come questo luoghi dove vale la pena ogni tanto di andare a trascorrere una piacevole e costruttiva serata.

data di pubblicazione:16/11/2018


Il nostro voto:

MOBIDIC di Karl Weigel, regia di Massimo De Rossi

MOBIDIC di Karl Weigel, regia di Massimo De Rossi

(Teatro Vittoria – Roma, 8/18 novembre 2018)

Terrorista, uomo di teatro, millantatore? Il protagonista dà vita a un incubo ragionato con presenza femminile, cantante e danzante.

Non Moby Dick ma Mobidic a causa di un’importante doppia citazione nei 90 minuti della pièce ma senza alcun filo logico-temporale con l’opera di Melville se non la fascinazione di quel testo quasi sacro, metafora dell’esistenza. Lo spettacolo aspira alle vette della poesia e del lirismo, le sfiora ma non le raggiunge. C’è poca azione e dunque l’ampio scenario teatrale (teatro nel teatro) deve essere per forza movimentato nel gioco della conoscenza tra il protagonista e la sfortunata cassiera, rimasta prigioniera del suo improvvisato carceriere. Prova d’attore per De Rossi. Terrorista posticcio, colpito da un’amnesia dissociativa che gli ha fatto perdere la memoria e il senso della realtà. Ma la dissociazione è reale o simulata? Questo è un dubbio che circola nello spettacolo e che deve essere sostenuto dall’interpretazione della giovane libellula spaurita Roberta Anna a cui spetta il difficile compito di deuteragonista spaesata e cangiante. Prima sospettosa, poi, quasi improvvisamente, solidale e premurosa, forse in ragione anche di qualche bicchiere di troppo. Il suono di una sirena rompe il lungo sequestro di una notte. Si valorizza la filosofia dell’attimo. L’attimo in cui si perde la memoria, l’attimo in cui si sfiora l’accarezzante idea del suicidio (non portata a termine). La scena appare a volte troppo grande, troppo disseminata di sedie e la musica (il ballo) sembrano quasi un pretesto di riempimento perché la parola non risulti troppo tesa e invasiva. Teatro tradizionale che affonda le proprie radici nella forza del testo più che nel gesto anche se le coloriture di De Rossi sono ammirevoli rispetto anche alle reazioni di un pubblico un po’ spaesato. Il Professore smemorato è uno che dimostra di saperla lunga. Curiosa la ripresa di un fatto realmente accaduto, sfruttato per un impianto teatro solenne e ambizioso.

data di pubblicazione:16/11/2018


Il nostro voto:

VA PENSIERO ideazione e regia  di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari

VA PENSIERO ideazione e regia di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari

(Teatro Argentina – Roma, 13/19 novembre 2018)

Una rappresentazione corale e sociale per raccontare l’Italia vista nel suo disagio ma anche nella speranza di un possibile risorgimento. È Va Pensiero, il nuovo spettacolo del Teatro delle Albe, una drammaturgia di Marco Martinelli, che condivide l’ideazione e la regia con Ermanna Montanari, realizzato in coproduzione con ERT ed in scena al Teatro Argentina di Roma dal 13 al 19 novembre.

 

Il testo si ispira ad un fatto di cronaca: siamo all’inizio degli anni 2000 e un vigile urbano di una piccola città dell’Emilia Romagna si fa licenziare pur di mantenere la propria integrità di fronte agli intrecci di mafia, politica e imprenditoria collusa.

Un coro di attori ed un coro di voci (a Roma la Corale Polifonica Città di Anzio) che cambia in ogni contesto in cui lo spettacolo viene rappresentato, che testimoniano l’esigenza di far esplodere la voce del popolo, prigioniero di sottosistemi collusivi, di paure e di sfiducia nelle Istituzioni, che deve ritrovare la forza di rompere la rete che lo opprime. Ed il riferimento all’Italia risorgimentale ed all’opera di Verdi ed al Nabucco in particolare, con la sottomissione degli ebrei da parte dei babilonesi, conferisce alla narrazione una riflessione storica di spessore.

Un lunghissimo lavoro di ricerca, raccolta di testimonianze e documentazione partendo dalla vicenda di Donato Ungaro, l’ex vigile urbano di Brescello. Nella storia c’è un sindaco (Ermanna Montanari) che spesso ripete che la legge è sopra ogni cosa per poi mettere sopra la legge i suoi interessi personali. La Zarina, come viene definita dai suoi concittadini, ha vinto le elezioni diventando primo cittadino proprio come era il volere del padre, sindaco prima di lei. Vincenzo Benedetti (interpretato da Alessandro Argnani) torna in paese e diventa vigile urbano e giornalista mosso da nobili intenzioni, convinto dell’utilità e dell’importanza del suo lavoro. Si trova però a dover fronteggiare un sistema di poteri a lui sconosciuto.

Emergono così le losche figure dell’ufficio stampa del comune (Roberto Magnani), dell’imprenditore legato alla ‘ndrangheta (Ernesto Orrico), Rosario e Maria (Salvatore Carusoe Tonia Garante), gelatai in esilio per scappare alla camorra, un piccolo imprenditore locale (Alessandro Renda) che cambia idea di fronte ai soldi. Non tutti capiscono ciò che succede, oppure fanno finta di non vedere come la segretaria del sindaco (Laura Readaelli), o l’amico d’infanzia della Zarina (Gianni Parmiani) che non può credere alla presenza della mafia.

Un spaccato del sottobosco velato del nostro Paese, ma anche una speranza di presa di coscienza da parte di tutti per guardarsi dentro e ritrovare il senso delle parole giustizia e democrazia.

Va pensiero è anche una grande opera artistica: straordinari gli attori, le atmosfere, i tempi.

Il Teatro delle Albe evoca ancora una volta la cultura come portavoce di un dramma e di un dolore, portando sul palco la difficoltà o l’incapacità del popolo, per poi trasformarlo in coscienza e desiderio di rinascita.

data di pubblicazione:15/11/2018


Il nostro voto:

UOMO SOLO IN FILA di e con Maurizio Micheli, regia di Luca Sandri

UOMO SOLO IN FILA di e con Maurizio Micheli, regia di Luca Sandri

(Teatro della Cometa – Roma, 6/18 novembre 2018)

Monologo a tutto campo. Senza ritenzione né censura. One man show che funziona. Con il contributo sonoro di Gianluca Sambataro al pianoforte.

Tutto il mestiere e la capacità affabulativa di Maurizio Micheli, ormai più che settantenne (ma l’umorismo non ha età) in novanta minuti di spassoso divertissement attorno a usi e costumi italici. Una piccola copia del format di Mi voleva Strehler da parte di un attore a vocazione comica di sicuro mestiere e con numeri pirotecnici nel proprio bagaglio. A tratti divagazioni irresistibili mentre, sul filo della memoria, si scatenano note da karaoke, a soggetto e, apparentemente a libera improvvisazione. Il protagonista cuce lo spettacolo con il piccolo pretesto della permanenza in una sala d’attesa di Equitalia. Il clima è vagamente kafkiano. Vengono chiamati dall’altoparlante numeri a casaccio, c’è gente che aspetta da cinque giorni in quell’angusta sala. Il protagonista dunque ha tutte le possibilità di sfogarsi e suscita risate a scena aperta quando recita Leopardi con l’accento marchigiano. I due poli regionali della comicità di Micheli sono toscano-pugliesi. E dunque che si parli di Marina di Cecina o di Bari la sua inflessione dialettale rivela tutte le doti di imitatore-intrattenitore. Potrebbe anche leggerci l’elenco del telefono con quella verve ammiccante empatica che si salda con la viva simpatia dello spettatore in una pomeridiana di estimatori ma con pochissimi giovani (segno dei tempi?). E quando termina lo spettacolo vorresti chiedere il bis tanto la valigia dell’attore di Micheli s’immagina piena di ulteriori doni da porgere all’utente di teatro. L’interprete è unico e solo in scena ma la sua capacità evocativa crea, con il contributo di regia, altri personaggi imaginari che fanno parte di un vissuto a cui guardiamo con simpatia e con le capacità di una memoria che sembra non appartenere più al Paese e alla sua tradizione. Chi conosce realmente il proprio destino in una sala di Equitalia, un incubo per tanti italiani, ora burocraticamente dismessa ma non per questo dimenticata e rimossa?

data di pubblicazione:12/11/2018


Il nostro voto:

GLI SPOSI di Elvira Frosini e Daniele Timpano

GLI SPOSI di Elvira Frosini e Daniele Timpano

(Teatro India – Roma, 9/12 novembre 2018)

Un altro pezzo di storia contemporanea, ancora personaggi scomodi e difficili, portati in scena da Elvira Frosini e Daniele Timpano, Gli Sposi, Nicolae Ceausescu ed Elena Petrescu, capaci di soggiogare la Romania per più di vent’anni, ovvero il più sanguinario tiranno dei paesi del blocco comunista e sua moglie. Dittatori per caso, ignoranti ed arroganti, giustiziati davanti alle telecamere di tutto il mondo il 25 dicembre 1989.

 

 

Un racconto intimo e politico, Gli Sposi, buffo e crudo tratto da testo del drammaturgo francese David Lescot, rivisitato a modo loro dallo straordinario duo Frosini/Timpano ed in scena al teatro India dal 9 al 12 novembre.

Frontali davanti al pubblico, soli e costantemente in scena, sciorinano con impeto quella che è la propria storia e insieme a quella del paese che hanno devastato.

Un palco nudo, il vuoto della dittatura; solo due sedie e altrettanti microfoni per amplificare l’ascesa e la fine dei due protagonisti. Siamo in Romania, pochi anni dopo la Grande Guerra, quando il Movimento Legionario della Guardia di Ferro, di estrema destra ha preso il potere dopo la caduta dell’Impero asburgico. Al regime militare si contrappone il Partito Comunista Romeno, considerato illegale, nel quale il balbuziente giovane Ceausescu e l’operaia Petrescu militano attivamente.

Arrestato più volte, Ceausescu, incontra nel campo di concentramento Gheorghe Gheorghiu-Dej, un importante elemento del Partito Comunista, che lo sosterrà nella sua escalation gerarchica all’interno del partito negli anni che seguiranno e porteranno il socialismo al potere in Romania.
La coppia Ceasescu-Petrescu nel frattempo si sposa nel dicembre 1947.

L’uno parla dell’altra: si raccontano, si rintuzzano, a loro modo si amano, rivivono in scena dagli esordi rivoluzionari al consolidamento del potere.

Elena e Nicolae provengono entrambi dalla campagna, da famiglie semplici: lui è timido e balbuziente, lei studia i polimeri. Scelgono entrambi di militare nel partito comunista e concentrano pian piano nelle proprie mani ogni potere fino a divenire padroni assoluti del proprio paese. Sono goffi, mediocri, non hanno appeal eppure la loro ascesa è rapida e fatale. Incontrano i potenti del mondo e si costruiscono palazzi monumentali, acquistano lauree in chimica e riducono in povertà la popolazione romena. Sarà lei sarà la mente dell’ascesa al potere del suo compagno con la sua ambizione e sete di rivalsa.

Straordinari entrambi gli interpreti/registi nel raccontare la banale mediocrità di una coppia cinica e potentissima: storia di contraddizioni, di soprusi, di avidità tra canti socialisti e hit italiane tradotte in romeno, tra vita privata e incontri pubblici.

Una pièce tragica e ironica al tempo stesso, un testo drammaturgico che scorre con leggerezza fino alla fucilazione che li unisce per sempre, come da loro ultimo desiderio.

Un video mostra l’odierna Romania consumistica: il paese è finalmente libero e può aprirsi all’Occidente ma il mondo kitsch e patinato che ne viene fuori non è certo esaltante.

Un cronoracconto fatto di parole e movimento: il gesticolare convulso con la mano di Ceausescu, la sua balbuzie, l’influenza di una moglie inflessibile, i pugni socialisti levati al cielo, la fuga, tragicomica in elicottero e poi in macchina, fino alla cattura ed alla fucilazione, tutto evocato con rumori e piccoli gesti. L’analisi e la condanna della natura del potere, qualunque esso sia.

data di pubblicazione:12/11/2018


Il nostro voto:

LA SCORTECATA di Emma Dante

LA SCORTECATA di Emma Dante

(Teatro India – Roma, 30 ottobre/11 novembre 2018)

Emma Dante rilegge in chiave originale La scortecata, una delle novelle più celebri della raccolta de Lo cunto de li cunti scritta nel Seicento da Giambattista Basile, in scena al Teatro India dal 30 ottobre all’11 novembre, un capolavoro della tradizione letteraria italiana e mondiale. Una visione originale ed intima, decisamente distante dalla maestosa trasposizione cinematografica di Matteo Garrone ma egualmente efficace nel raccontare la fiaba amara di Basile.

La magia di Emma Dante sta nella scelta di un napoletano popolato di espressioni gergali, proverbi e slang popolari, in quella modalità narrativa ancestrale fatta di movimento, voce e gestualità secondo una macchina teatrale che ancora una volta sorprende e affascina.

 

 

 

É la storia di un re che si innamora della voce di un’anziana donna e ingannato dalla bellezza del suo dito mignolo mostratogli dal buco della serratura, invita l’anziana a trascorre una notte d’amore. L’anziana donna accetta ma cela il suo corpo deforme tra il buio della stanza e il bianco dell’enorme lenzuolo che copre, e insieme descrive il rapporto consumato tra i due. Scoperto l’inganno però il re si infuria con la donna e la butta dal balcone. La vecchia non muore ma resta appesa a un albero. Da lì passa una fata che le fa un incantesimo, diventata una bellissima giovane il re la prende con sé. L’incantesimo svanisce, il lieto fine non arriva e così la più giovane, novantenne, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire, dalla pelle vecchia la pelle nuova ed essere, ancora, giovane e bella.

Quattro personaggi (il re, le due sorelle e la fata) per due attori, due uomini in uno spazio segnato da pochi arredi, con un castello in miniatura tra di loro. Due straordinari interpreti gli attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, con i loro corpi muscolosi e sudati in grado di rappresentare al meglio le movenze e le difficoltà fisiche due anziane. La forza e la profondità del racconto sta anche nelle due sedioline di legno, nella porta per terra, nel baule, quegli oggetti di un quotidiano passato che rendono vera e nostalgica la scena, così come la musica ancora una volta diversa ed alla fine perfetta.

Un forte epiteto sulla vanità, sul senso del ridicolo e sull’inganno dell’apparenza ma anche una riflessione più ampia sui meccanismi tribali della famiglia, sulla dolorosa vita degli emarginati, sull’accettazione dei segni del tempo.

Me so’ stancat ‘e essere vecchia” dice la donna alla sorella, sua unica compagna nella casa tumulo in cui si sono seppellite.

Le due vecchie, stanche e sole, sembrano a malapena sopportarsi, ma hanno bisogno di tenersi per mano persino per sedersi e per far passare il tempo, nella loro miseria, inscenando ogni giorno la stessa storia.

Straordinario l’uso evocativo delle luci e degli oggetti di scena, unito alle capacità interpretative dei due attori, la forza del teatro di Emma Dante in grado di illudere con un’atmosfera relativamente leggera e comica, per poi stravolgerla senza preavviso per lo spettatore, trasformandola in un reale grottescamente bello.

data di pubblicazione:08/11/2018


Il nostro voto: