CONCERTO FISICO di Michela Lucenti del Balletto Civile

CONCERTO FISICO di Michela Lucenti del Balletto Civile

(Teatro India – Roma, 10 luglio 2019)

Il 10 luglio il Teatro India di Roma ha ospitato la compagnia Balletto Civile con lo spettacolo Concerto Fisico nell’ambito di Fuori programma, Festival Internazionale di Danza Contemporanea, alla sua quarta edizione, sotto la direzione artistica di Valentina Marini. Concerto Fisico è il nuovo progetto creato e performato da Michela Lucenti che è anche la fondatrice della Compagnia, costruito attorno al precario equilibrio che esiste tra sanità e pazzia tra esperienza e conoscenza in un convulso mix di musica, canto, danza, recitazione e filosofie orientali.

 

Una composizione che esplora il concetto tibetano di BAR-DO dove BAR significa TRA e DO significa ISOLA, il punto di riferimento quindi che si trova tra due cose come un’isola in mezzo ad un lago, il momento di passaggio tra passato e futuro, un intervallo dinamico e sofferto che risveglia gli accenti emotivi di un ricordo che è ancora il presente. E’ il racconto di come ci si trasforma e si evolva, prima che tutto scompaia come non fosse mai esistito.

L’approccio creativo sviluppato nella performance si basa sui canoni classici di Balletto Civile, ovvero una ricerca basata sul movimento che emerge dalla profonda relazione scenica tra spazio, mezzi e artisti attraverso l’utilizzo di un linguaggio totale dove il teatro, la danza e il canto originale interagiscono naturalmente. Ecco allora che l’ingresso della regista e coreografa nonché unica interprete, Michela Lucenti, tra coperte termiche e il disegno sonoro live a cura di Tiziano Scali e Maurizio Camilli porta con sé tutto il bagaglio di esperienze, studi, teatro, danza, inevitabilmente interrelato al contesto storico, sociale, politico e culturale di riferimento.

Una danza irrequieta e chiusa, a volte distaccata unita a una voce che è un monito fuori dal coro, decisamente interessanti ma  forse un po’ troppo astratte per essere interiorizzate pienamente.

data di pubblicazione:17/07/2019

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ANTIGONE, liberamente tratto da Sofocle – regia di Chiara Palumbo e Paolo Manganiello

ANTIGONE, liberamente tratto da Sofocle – regia di Chiara Palumbo e Paolo Manganiello

(Teatro romano di Ferento – Viterbo, 22 giugno 2019 e in tournée)

La tragedia greca ripresa con taglio essenziale e originale all’insegna di un rigore stilistico ineccepibile e in una stupenda cornice ambientale.

 

Una cornice d’eccezione per il via virtuale della stagione estiva del teatro di Ferento che abbinerà momenti alti a pause di intrattenimento (Maurizio Battista). Un’ora di spettacolo come summa emozionale di un anno di lavoro con una compagnia mista di normodotati e disabili inseriti disinvoltamente in un contesto collettivo omogeneo. Evidentemente solo un teatro che non ha interessi commerciali può permettersi di esibire in scena qualcosa come 22 attori. Chiamati a esprimersi con un testo impegnativo ma scarnificato dal lavoro dei registi. Una scarnificazione che non è semplificazione ma interpretazione e scelta. Richiamandosi a una frase di Carmelo Bene, al dovere del tradimento del testo, Manganiello e Palumbo vanno alla caccia delle radici essenziali della tragedia. Significativamente lo spettacolo è stato introdotto da una lectio magistralis di Manganiello che in fondo è stato un atto di accusa nei confronti del teatro contemporaneo, specchio della borghesia, secondo una constatazione già di Pasolini, prima dello sboccio della sua fluente produzione teatrale controcorrente del poeta di Casarsa. Il testo è metabolizzato e quasi ininfluente in questo rinnovato Antigone. Non più di 40 battute totali perché il movimento scenico, l’interazione dei corpi, un corposo sottofondo musicale nella suggestione del tramonto, sono gli ingredienti primari di una combinazione insieme essenziale e affascinante. Non bisogna dimenticare che lo spettacolo a offerta libera devolveva l’incasso all’Associazione Campo delle Rose che si propone di sviluppare una cultura accogliente e inclusiva in favore delle persone con disabilità. Parallelamente si dimostrata inclusiva e accogliente la proposta che ha avuto il patrocinio del Lions Club di Viterbo e ha dovuto superare il vaglio di numerose adempienze burocratiche legate ai vincoli ambientali. Nella filosofia di questa proposta il teatro è rito più che mito. Gli attori, un ensemble affiatato, si spogliano per un’ora dei panni umani per entrare nella parte di archetipi lontani secoli ma ancora tremendamente attuali.

data di pubblicazione:25/06/2019


Il nostro voto:

L’ANGELO DI FUOCO di Sergej Prokof’ev – direzione di Alejo Pérez e regia di Emma Dante

L’ANGELO DI FUOCO di Sergej Prokof’ev – direzione di Alejo Pérez e regia di Emma Dante

(Teatro dell’Opera di Roma, 23 maggio/1 giugno 2019)

In scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 23 maggio al 1° giugno L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev, opera complessa e poco nota, che esplora il mondo dell’esoterismo e della magia, temi cari all’avanguardia russa del primo Novecento, in una nuova produzione che annovera come direttore d’orchestra Alejo Pérez e come regista Emma Dante e tra gli interpreti Leigh Melrose, Ewa Vesin, Sergey Radchenko, Maxim Paster, Mairam Sokolova e Petr Sokolov, Anna Victorova e Goran Jurić.

 

Rappresentato a Roma solo un’altra volta nel 1966 diretto da Bruno Bartoletti per la regia di Virginio Puecher, L’angelo di fuoco è la storia di una tragica ossessione fra superstizione e razionalità che ruota intorno alla figura della protagonista, Renata, tratta dal celeberrimo romanzo di Brjusov, ed ambientata nella inquietante Germania del ʼ500, tra duelli, premonizioni e stregonerie. Renata, fin da bambina veniva  guidata dal suo angelo custode Madiel per essere avviata ad una vita casta e di santità, ma poi si invaghisce dello stesso che, furente, si trasforma in una colonna di fuoco.  La vicenda della protagonista avanza tra le solitudini di un convento e visioni demoniache, fino alla condanna al rogo da parte dell’Inquisizione per essersi congiunta carnalmente con il Demonio. Prokof’ev compose questa visione musicale in ritiro sulle Alpi, tra il 1922 e il 1927. Opera quasi impossibile da rappresentare, con una lunga e complessa gestazione ebbe poi una storia particolarmente tormentata. Il libretto di Brjusov fu considerato troppo inquietante e simbolista tanto che L’angelo di fuoco fu rappresentato ben 30’anni dopo la composizione, a due anni dalla morte del compositore.

Bene e male, reale e sovrannaturale si scontrano continuamente. Due sono i demoni che vede Renata, uno bianco e uno nero, in una doppia percezione dei fenomeni che avvengono sul palco, ovvero se gli spiriti sono visibili anche gli altri personaggi, se il tavolo che si solleva, i colpi battuti dallo spirito, esistono davvero o sono solo nella testa della protagonista.

Renata è combattuta tre castità e passione ma non riesce a capirlo: per lei Madiel è solo uno spirito buono, uno spirito d’amore, pur trattandosi di un amore carnale. È circondata dalla morte, è una donna osteggiata da un mondo maschilista che non le permette di esprimersi. E così, distrutta dal dolore del suo desiderio sessuale impuro, sbagliato, Renata viene punita per le proprie visioni, tanto sante, quanto demoniache. Quando sul finale si ritirerà in convento, alla ricerca di pace, troverà invece ancora dolore e sofferenza. Verrà esorcizzata senza successo dall’inquisitore che tenta di estirpare il male che c’è in lei e che sta contagiando tutto il convento. Le suore intorno a lei, però, si pongono in sua difesa, la notte cala su di lei mentre viene trasformata in una Madonna, con in testa un velo nero e sul petto un enorme Sacro Cuore di Maria perforato da pugnali.

La costruzione visiva è di altissimo impatto: la cripta albergo e la cripta monastero, la camera piena di libri e di sapere si ergono a protagonisti grazie allo splendido lavoro di Carmine Maringola ed ai costumi feticcio di Vanessa Sannino, dagli stracci inquietanti delle visioni e dei mendicanti, alle tonache rosse dei religiosi, ai cani cani/demoni dello studio del filosofo Agrippa.

Emma Dante compie un’operazione straordinaria in grado di sovrapporre il suo immaginario personale, fatto di Sicilia, di cattolicesimo, di superstizione e di morte all’immaginario grottesco, esoterico e simbolista del Prokof’ev di inizio Novecento. Ma l’Angelo di fuoco è uno spettacolo vincente per la maestria di Alejo Pérez. Una direzione musicale estrema, esagerata, che bene ha reso le atmosfere demoniache dell’opera.

data di pubblicazione:02/06/2019


Il nostro voto:

LA CENA AZIENDALE di Adriano Bennicelli, regia di Leonardo Buttaroni

LA CENA AZIENDALE di Adriano Bennicelli, regia di Leonardo Buttaroni

(Teatro Trastevere – Roma, 28 maggio/2 giugno 2019)

Durante la cena di fine anno i lavoratori di un’azienda vivono la minaccia di un possibile licenziamento. Riuscirà il personale a far fronte alla crisi e a creare nuove idee per risollevare la situazione?

  

Una commedia spassosa e brillante quella in scena fino a domenica al Teatro Trastevere, che chiude in bellezza il cartellone del teatro regalando al pubblico divertimento e risate.

Nata da un’idea di Alessia De Bortoli (sul palco interprete di Costanza, una merketing manager super perfezionista) e scritta per la scena da Adriano Bennicelli, la commedia ci mostra in due atti quello che potrebbe succedere se durante una cena di fine anno (questo il pretesto per ambientare la storia) il dirigente dell’azienda decidesse di comunicare ai suoi dipendenti la decisione di ridimensionare il personale per sopraggiunta crisi finanziaria. La crescita e le vendite della Grandiflora S.p.A. (impresa che si occupa del commercio di piante tropicali) non incrementano e quindi bisogna mandare a casa qualcuno. Immaginate il panico. Ma una soluzione è possibile e dovranno trovarla i dipendenti tutti insieme e scongiurare così il licenziamento.

Tra lazzi con oggetti e discorsi di corridoio, battute dette in dialetto romanesco e condite con inglesismi, passando per equivoci e segreti trattenuti e poi svelati, la scena si anima in un intreccio esilarante e travolgente. I personaggi sono costruiti sui modelli che si potrebbero trovare in qualsiasi ufficio, ma non per questo sono scontati. Bravissima per questo la squadra di attori impegnata sul palco, tutti giovani e ben affiatati tra di loro. Non è facile tenere il ritmo di questa commedia dove gli equivoci si moltiplicano scena dopo scena.

Il lieto fine è assicurato e anche tanto divertimento.

data di pubblicazione:01/06/2019


Il nostro voto:

NON MI RICORDO PIÙ TANTO BENE di Gérard Watkins

NON MI RICORDO PIÙ TANTO BENE di Gérard Watkins

(Teatro India – Roma, 20/30 maggio 2019)

Trovato per strada in pigiama, un uomo viene portato in un luogo imprecisato e sottoposto a domande per scavare nel suo vissuto e venire così a scoprire la sua vera identità. Il soggetto in esame, che ha ricordi molto confusi, dice di chiamarsi Antoine D, 96 anni, di avere due figli ancora adolescenti, una moglie e di essere uno storico. In effetti risponde con esattezza solo su eventi della storia universale mentre non riesce a ricostruire i fatti di un passato prossimo che riguardano la propria sfera personale ed il suo posto in società.

 

Gérard Watkins nasce a Londra e dopo esperienze varie all’estero si stabilisce dal 1974 in Francia dove inizia la sua formazione teatrale sia come attore sia come regista drammaturgo. Il suo è decisamente un teatro sperimentale che cerca la vera essenza dell’uomo nell’attore che porta in scena. In effetti è la sua esperienza personale che viene rappresentata e la storia narrata diventa così un puro pretesto per raccontare al pubblico di questioni che riguardano il quotidiano in tutte le sue forme fisiche e metafisiche. In questo lavoro, presentato al Teatro India, si parla di memoria che oramai non c’è più e senza memoria non si può risalire ai ricordi del passato, almeno di quello reale. Il protagonista, recluso da qualche parte, viene sollecitato energicamente a ricostruire la propria identità in un gioco di scambio di ruolo con gli altri due protagonisti che alla fine paradossalmente perderanno anch’essi la loro individualità per entrare in un anonimato fatto di semplici lettere al posto dei loro nomi. Antoine D, oggetto di studio, viene invitato a confidarsi davanti ad un muro immaginario che possa ascoltare le sue parole e non solo limitarsi a sentirle. Al di là di questa quarta parete vengono raccolte confidenze che diventano pertanto eventi reali e non solo il frutto della finzione, in un coinvolgimento emotivo in cui vengono abbattute le barriere tra attore e spettatore.

Un lavoro certo di non facile fruizione, impegnativo per il pubblico in sala travolto da un turbinio di parole e di riflessioni sulla necessità o meno di riscoprire la propria identità all’interno della storia, perché gli uomini sanno recitare tanto bene nel quotidiano da arrivare a perdere l’essenza di ciò che realmente li riguarda. Molto coinvolgente la performance dei tre attori sulla scena (Carlo Valli, Gianluigi Fogacci, Federica Rosellini) anche se a volte volutamente stridente e provocante in 90 minuti di spettacolo da seguire con la dovuta attenzione.

Ideato da Gérard Watkins il progetto è stato prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, PAV in collaborazione con Le Perdita Ensemble e lacasadargilla con il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe – Beyond Borders?

data di pubblicazione:24/05/2019


Il nostro voto:

SPOGLIA – TOY di Luciano Melchionna

SPOGLIA – TOY di Luciano Melchionna

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 16/ 26 maggio 2019)

Spogliatoi: undici calciatori sono pronti ad affrontare l’altra squadra. Il loro allenatore li richiama all’ordine e li ammonisce severamente: l’avversario che si nasconde nella mente è molto più temibile di quello che si incontra sul campo. Ogni giocatore sa che deve concentrarsi al massimo delle proprie forze per controllare lo stato emozionale e rendere sempre vivo il livello motivazionale. Ma in privato, lontano dai compagni, ognuno ha qualcosa da confessare…

  

Lo spettacolo di Luciano Melchionna porta il pubblico a curiosare dentro l’intimità di un luogo dove un team di calciatori si sta preparando ad affrontare la squadra avversaria. E così ci sentiamo tutti stipati in uno spazio claustrofobico quasi a contatto fisico con i corpi dei giocatori, che ci attraggono per la loro plasticità insieme all’incontestabile sensualità. Ma questi giocattoli nelle mani della gente che va ad ammirarli che cosa rappresentano nella realtà? Sicuramente sono i simboli di una società malata, che fa fatica ad arrancare nel quotidiano e nella quale si identificano quali divinità in un paradiso di perfezione e di potenza. Il calciatore di oggi racchiude in sé l’ideale di mascolinità che si manifesta sul campo attraverso quell’energia che viene emanata dai loro corpi in azione, una bellezza che stuzzica i sogni di tutti, uomini e donne, per dare spazio alla fantasia più sfrenata e intima nello stesso tempo. Nel privato poi ognuno ha la propria storia da raccontare, facendo trasparire immagini a volte fragili, impaurite, molto lontane dal personaggio, da quell’icona da venerare.

Lo spettacolo ci induce ad una riflessione che riguarda il modo in cui siamo stati forzati a realizzarci in maniera diversa da quello che veramente avremmo voluto essere. Un’imposizione patriarcale che ci vuole a tutti i costi con il pallone tra le gambe per fare di noi dei veri uomini mentre avremmo preferito dedicarci alla danza se non addirittura giocare con le bambole. Ed allora ci si chiede: a chi giova tutto questo se poi non possiamo essere noi stessi, con le nostre vere emozioni? Una amara considerazione che ci riporta sempre a quella domanda senza tempo se siamo veramente ciò che avremmo voluto essere.

Bravissimi i giovani attori/calciatori che ci ricordano quegli happening teatrali di una volta in cui arte e improvvisazione coinvolgevano il pubblico per lasciarlo attonito ma tutto sommato soddisfatto.

Spoglia – Toy è una produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, in collaborazione con Sportopera nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.

data di pubblicazione:17/05/2019


Il nostro voto: