NON MI RICORDO PIÙ TANTO BENE di Gérard Watkins

NON MI RICORDO PIÙ TANTO BENE di Gérard Watkins

(Teatro India – Roma, 20/30 maggio 2019)

Trovato per strada in pigiama, un uomo viene portato in un luogo imprecisato e sottoposto a domande per scavare nel suo vissuto e venire così a scoprire la sua vera identità. Il soggetto in esame, che ha ricordi molto confusi, dice di chiamarsi Antoine D, 96 anni, di avere due figli ancora adolescenti, una moglie e di essere uno storico. In effetti risponde con esattezza solo su eventi della storia universale mentre non riesce a ricostruire i fatti di un passato prossimo che riguardano la propria sfera personale ed il suo posto in società.

 

Gérard Watkins nasce a Londra e dopo esperienze varie all’estero si stabilisce dal 1974 in Francia dove inizia la sua formazione teatrale sia come attore sia come regista drammaturgo. Il suo è decisamente un teatro sperimentale che cerca la vera essenza dell’uomo nell’attore che porta in scena. In effetti è la sua esperienza personale che viene rappresentata e la storia narrata diventa così un puro pretesto per raccontare al pubblico di questioni che riguardano il quotidiano in tutte le sue forme fisiche e metafisiche. In questo lavoro, presentato al Teatro India, si parla di memoria che oramai non c’è più e senza memoria non si può risalire ai ricordi del passato, almeno di quello reale. Il protagonista, recluso da qualche parte, viene sollecitato energicamente a ricostruire la propria identità in un gioco di scambio di ruolo con gli altri due protagonisti che alla fine paradossalmente perderanno anch’essi la loro individualità per entrare in un anonimato fatto di semplici lettere al posto dei loro nomi. Antoine D, oggetto di studio, viene invitato a confidarsi davanti ad un muro immaginario che possa ascoltare le sue parole e non solo limitarsi a sentirle. Al di là di questa quarta parete vengono raccolte confidenze che diventano pertanto eventi reali e non solo il frutto della finzione, in un coinvolgimento emotivo in cui vengono abbattute le barriere tra attore e spettatore.

Un lavoro certo di non facile fruizione, impegnativo per il pubblico in sala travolto da un turbinio di parole e di riflessioni sulla necessità o meno di riscoprire la propria identità all’interno della storia, perché gli uomini sanno recitare tanto bene nel quotidiano da arrivare a perdere l’essenza di ciò che realmente li riguarda. Molto coinvolgente la performance dei tre attori sulla scena (Carlo Valli, Gianluigi Fogacci, Federica Rosellini) anche se a volte volutamente stridente e provocante in 90 minuti di spettacolo da seguire con la dovuta attenzione.

Ideato da Gérard Watkins il progetto è stato prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, PAV in collaborazione con Le Perdita Ensemble e lacasadargilla con il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe – Beyond Borders?

data di pubblicazione:24/05/2019


Il nostro voto:

SPOGLIA – TOY di Luciano Melchionna

SPOGLIA – TOY di Luciano Melchionna

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 16/ 26 maggio 2019)

Spogliatoi: undici calciatori sono pronti ad affrontare l’altra squadra. Il loro allenatore li richiama all’ordine e li ammonisce severamente: l’avversario che si nasconde nella mente è molto più temibile di quello che si incontra sul campo. Ogni giocatore sa che deve concentrarsi al massimo delle proprie forze per controllare lo stato emozionale e rendere sempre vivo il livello motivazionale. Ma in privato, lontano dai compagni, ognuno ha qualcosa da confessare…

  

Lo spettacolo di Luciano Melchionna porta il pubblico a curiosare dentro l’intimità di un luogo dove un team di calciatori si sta preparando ad affrontare la squadra avversaria. E così ci sentiamo tutti stipati in uno spazio claustrofobico quasi a contatto fisico con i corpi dei giocatori, che ci attraggono per la loro plasticità insieme all’incontestabile sensualità. Ma questi giocattoli nelle mani della gente che va ad ammirarli che cosa rappresentano nella realtà? Sicuramente sono i simboli di una società malata, che fa fatica ad arrancare nel quotidiano e nella quale si identificano quali divinità in un paradiso di perfezione e di potenza. Il calciatore di oggi racchiude in sé l’ideale di mascolinità che si manifesta sul campo attraverso quell’energia che viene emanata dai loro corpi in azione, una bellezza che stuzzica i sogni di tutti, uomini e donne, per dare spazio alla fantasia più sfrenata e intima nello stesso tempo. Nel privato poi ognuno ha la propria storia da raccontare, facendo trasparire immagini a volte fragili, impaurite, molto lontane dal personaggio, da quell’icona da venerare.

Lo spettacolo ci induce ad una riflessione che riguarda il modo in cui siamo stati forzati a realizzarci in maniera diversa da quello che veramente avremmo voluto essere. Un’imposizione patriarcale che ci vuole a tutti i costi con il pallone tra le gambe per fare di noi dei veri uomini mentre avremmo preferito dedicarci alla danza se non addirittura giocare con le bambole. Ed allora ci si chiede: a chi giova tutto questo se poi non possiamo essere noi stessi, con le nostre vere emozioni? Una amara considerazione che ci riporta sempre a quella domanda senza tempo se siamo veramente ciò che avremmo voluto essere.

Bravissimi i giovani attori/calciatori che ci ricordano quegli happening teatrali di una volta in cui arte e improvvisazione coinvolgevano il pubblico per lasciarlo attonito ma tutto sommato soddisfatto.

Spoglia – Toy è una produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, in collaborazione con Sportopera nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.

data di pubblicazione:17/05/2019


Il nostro voto:

TITO E GIULIO CESARE riscritture tratte da William Shakespeare a cura di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa

TITO E GIULIO CESARE riscritture tratte da William Shakespeare a cura di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa

(Teatro Argentina – Roma, 7/12 maggio 2019)

Dal 7 al 12 maggio in scena al Teatro Argentina di Roma due originali rivisitazioni dei capolavori shakespeariani, a firma di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa, Tito e Giulio Cesare, presentati uno dopo l’altro, in uno spettacolo unico, nati nell’ambito del progetto Glob(e)al Shakespeare, per il Napoli Teatro Festival, premiato dall’Associazione Nazionale dei Critici come “migliore progetto speciale” 2017.

 

In Tito Michele Santeramo riscrive Tito Andronico smontando la struttura epica e tragica a favore di un timbro certamente drammatico, ma sorprendentemente ironico e crudo splatter. Tito Andronico è semplicemente un eroe stanco, provato dagli anni trascorsi a fare la guerra. È un padre di famiglia che si ritrova dei figli cresciuti ma immaturi, oberato dal peso della responsabilità e con un gran desiderio di normalità, di casa e famiglia. Ma la guerra semina rancori, ingiustizie e vendette. La spirale che si accende è la causa della tragedia, la sete di vendetta è ineluttabile ed inevitabile e coinvolge tutti: il sangue deve scorrere, le parti sono scritte, non possono ribellarsi neppure gli attori stessi. La struttura di Gabriele Russo punta sui giochi di ruolo degli attori, ora interni, ora esterni alla tragedia, per riportare anche un’altra verità, l’assurdità e l’inutilità di tutto Tito è un uomo che dopo tanti anni di guerra vorrebbe godersi le sue piccole cose; suo malgrado è costretto a vendicarsi e rispondere al ruolo cui è destinato.

Andrea De Rosa, insieme al drammaturgo Fabrizio Sinisi, riscrive il testo shakespeariano Giulio Cesare (Uccidere il tiranno), cercando una risposta al grande dubbio: si vuole, si può, si deve uccidere il Tiranno? Il tipo di narrazione scelta privilegia l’aspetto politico e filosofico dell’opera originale: il regista realizza un allestimento asciutto in cui Bruto, Cassio e Casca a metà tra terra e aria, cercano le ragioni profonde del loro omicidio, si interrogano ed alla fine soccombono. Nel frattempo Antonio cerca di ricomporre l’ordine delle cose dando sepoltura a Cesare e cercando di guidare il cambiamento: chi, o cosa può venire dopo Cesare? Se tornare alle antiche forme o assecondare il nuovo corso degli eventi. Tutto in una notte: le arringhe e le giustificazioni dei tre congiurati e la terra che ricopre il corpo del tiranno.  È vero che Cesare ha aggredito la struttura democratica di Roma per farsene unico interprete e dopo Tarquinio il superbo, un uomo solo ha accentrato nella propria persona un immenso potere. Convinti di agire per il bene della res publica Bruto, Cassio e Casca decidono di uccidere l’uomo che si è trasformato, davanti ai loro occhi, in Tiranno. Ma si accorgono presto che l’identificazione tra Cesare e Roma è ormai profonda e irreversibile. Il rapporto fra popolo e Cesare è un rapporto ambiguo, di amore, violenza e sottomissione: Cesare oramai impersona lo Stato, lo ha plasmato e modificato nel Dna. Non si può sconfiggere un potere che risiede proprio nella comunità che lo subisce e niente potrà tornare come prima.

Un allestimento unico per le due tragedie che condividono identità, spazio scenico e attori per un linguaggio potente e fortemente contemporaneo fatto di voci e di cose, di pause e di azioni, che insieme, diventano due parti di una riflessione unitaria sul concetto di potere, o ancor di più un’intensa e beffarda riflessione sulle “conseguenze del potere”.

data di pubblicazione: 13/5/2019


Il nostro voto:

ACCATTONE di Pier Paolo Pasolini, adattamento e regia di Enrico Maria Carraro Moda

ACCATTONE di Pier Paolo Pasolini, adattamento e regia di Enrico Maria Carraro Moda

(Teatro Trastevere – Roma, 7/12 maggio 2019)
La storia del borgataro romano, ladro e pappone per professione, torbido e spavaldo sbeffeggiatore della vita tanto quanto della morte, rivive in una eccellente trasposizione teatrale.

Prima di essere impressa su pellicola, la storia di Accattone era già stata annunciata nella letteratura pasoliniana. Il passo era quasi obbligato vista la portata cinematografica del suo modo di raccontare. La decisione di farne una traduzione teatrale appare come una rischiosa novità, ma non fuori luogo per un personaggio dai caratteri fortemente drammaturgici come Vittorio Cataldi. Ottimo e riuscito nella sua originalità l’esperimento tentato dalla compagnia dell’Associazione Culturale I Nani inani diretta da Enrico Maria Carraro Moda, nei panni del protagonista.
La regia è affrontata secondo il linguaggio del teatro epico. Un display elettronico attivato in scena dagli attori attraverso un telecomando elenca in forma di capitolo i vari episodi di cui la storia è costruita. Lo spettatore è costantemente avvertito e invitato a prendere coscienza dello scandalo di cui i personaggi si fanno veicolo. L’attenzione è mantenuta viva, diventa partecipazione di fronte alle provocazioni insolenti di Accattone, che chiama il pubblico a farsi giudice della vita e della morte. La sala intera diventa lo spazio scenico nel quale si svolge l’azione. Il teatro si trasforma ipoteticamente nella periferia romana, ma delle sue baracche percorse da strade polverose e accecanti non rimane nulla in termini visivi. La borgata è ora una condizione dell’animo, un suggerimento dato dalle luci fortemente espressive. Lo stesso fiume Tevere è poca acqua contenuta in un bidone della spazzatura, nel quale si tuffa e riemerge arrogante e spavaldo Accattone.
Uno spettacolo da non perdere, in scena fino a domenica al Teatro Trastevere.

data di pubblicazione:10/05/2019


Il nostro voto:

È COSA BUONA E GIUSTA  di Michele Benniceli e Michele La Ginestra, regia di Andrea Paolotto

È COSA BUONA E GIUSTA di Michele Benniceli e Michele La Ginestra, regia di Andrea Paolotto

(Teatro di Carbognano, 5 maggio 2019; Teatro Sistina – Roma 10/19 maggio 2019)

Il mood di La Ginestra funziona ancora. One man show condito dall’apprezzabile professionalità dei ragazzi dell’Accademia di Teatro del Sistina.

Efficace il pretesto di insegnare la vita e i primi rudimenti del teatro ai giovani per un’immersione autobiografica nel mondo di Michele la Ginestra. Dove tutto può apparire vero e contemporaneamente finto. Perché sempre di teatro parliamo. Però l’operazione funziona e confonde perché miscela meravigliosamente realtà e fantasia. Il vissuto dell’attore solista e dei suoi primordi con l’ingenuità e le domande dei ragazzi di diversa personalità che si abbeverano alla fonte della sua esperienza. Lo spettacolo ha toni leggeri ma attinge a un lirismo profondo nella rievocazione del distacco mortale dal padre. La Ginestra non scorda la lezione del Sistina perché lo spettacolo attinge a brani popolari (De Gregori anche) con le cadenze di un music hall in cui occorre saper cantare (in coro anche), ballare, gestire l’interazione con il protagonista principale. E l’interprete si offre con generosità attraverso una doppia replica che gli concede solo 45’ d’intervallo, dandosi senza respiro a un pubblico ricettivo di provincia, certo diverso da quello del Sistina che nelle repliche lo attendono dopo un’anteprima rodante. Il laureato in legge è enormemente a suo agio nell’arte dell’intrattenimento. Ironizza su sé stesso quando lo includono nella top fine degli interpreti del Rugantino che poi sono stati cinque in tutto. Allude al momento del definitivo lancio nella hit parade dei grandi interpreti leggeri. Una popolarità che è stata corroborata dalla pubblicità per una nota marca alimentare e dalle apparizioni felici in programmi di intrattenimento gastronomico. Feroce la critica al mondo virtuale dello smartphone che ha fatto perdete l’immediatezza e la spontaneità giovanile a un’intera generazione. Ma non è mai troppo tardi per ravvedersi anche attraverso la leggerezza di uno spettacolo che fa riflettere sorridendo. Come nelle corde del protagonista che ti fa immergere nelle pieghe di un convincente ragionamento espresso con grande empatia.

data di pubblicazione:06/05/2019


Il nostro voto:

 

CHE AMAREZZA di e con Antonello Fassari

CHE AMAREZZA di e con Antonello Fassari

(Teatro Petrolini – Ronciglione, 4 maggio 2019 fine tournée)

Un bilancio di carriera. Un po’ mesto e tristanzuolo, guardando a personaggi un po’ corrosi dal tempo ma con vette comiche indimenticabili, scolpite nella piccola storia televisiva…

Va di moda l’auto-fiction anche a teatro. Così Antonello Fassari culmina sette mesi in giro per l’Italia con un’ultima esibizione in Tuscia, nel Paese di Marco Mengoni, davanti a un pubblico ben disposto e attirato dal suo nome e dalle sue proposte comiche. Non c’è nulla che già non si sappia dei personaggi istruiti da Fassari in questi 70’ di spettacolo. Il tempo non lavora per l’attualità dei personaggi di Avanzi. Lo smemorato che non ritrova più il suo comunismo oggi suona come un ricordo d’antan, come il giornalista prono a ogni potere. Perché in questo campo la realtà ha nettamente superato la più spericolata fantasia teatrale. Apprezzabile la scenografia che mette a disposizione manichini, travestimenti e parrucche che, unitamente a una colonna sonora adeguata, contribuiscono ad alleggerire il fardello presenza scenica univoca del protagonista. Non è in discussione la capacità attoriale del comico quanto l’allestimento coerente del tutto. La voce fuori campo è quella del personaggio di maggior successo che lo incalza e in un certo modo lo perseguita. Per l’Italia tutta Fassari è Cesaroni, un personaggio da cui cercano invano di prendere le distanze. Il refrain distilla amarezza, il sostantivo simbolo, un tormentone che funziona. Nel viaggio personalissimo condito con molte tappe si passa dalla rievocazione del mito di Sisifo a Eduardo De Filippo con uno sguardo attoriale malinconico e pieno di nostalgia. E forse non tutti sanno che gli inizi di Fassari sono nel segno della canzone rap di cui offre un eloquente saggio. Emerge alla fine il ritratto di un uomo contemporaneo perennemente insoddisfatto che è un po’ lo specchio dei tempi in cui viviamo. Con poche vie di fuga e tra queste il teatro.

data di pubblicazione:06/05/2019


Il nostro voto: