IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati, 2019

IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati, 2019

Nell’autunno del 1952 Furio Momentè, giovane ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, viene mandato in missione riservata a Venezia per seguire la fase istruttoria di un processo molto singolare. L’imputato è Carlo, un ragazzo appena quattordicenne reo confesso di aver ucciso Emilio, figlio deforme di una ricca possidente e che, secondo le voci della gente del luogo, avrebbe sbranato a morsi la sorellina in un raptus diabolico. Subito dopo il suo arrivo, il giovane funzionario ministeriale sarà coinvolto in una serie di eventi che metteranno seriamente a rischio la sua incolumità personale.

 

 Dopo qualche anno di assenza, Pupi Avati ritorna sul grande schermo con un film di genere o meglio del “suo genere” preferito, un lavoro ben curato che riesce a dialogare molto con La casa dalle finestre che ridono (1976) oggi considerato un cult dagli amanti del romanzo gotico, in cui è facile riscontrare elementi propri del soprannaturale e del terrore e che, ne Il Signor Diavolo, assumono una dimensione più specifica: c’entrano la sacralità ed argomenti che hanno a che fare con l’eterna lotta tra il bene e il male. Sembra quindi necessario dare al diavolo il rispetto che gli si deve, ecco perché esso è degno di considerazione non solo per quello che fa, ma in parte perché ci appartiene, con sfaccettature ovviamente diverse. Il film senza dubbio inchioda alla poltrona, e lo spettatore trattiene il respiro assecondando quell’atmosfera di sospensione che il regista vuole trasmettere, quella sacralità del male che lo accompagna sin dall’età adolescenziale, quando agli inizi degli anni cinquanta da chierichetto aveva a che fare con i preti, epoca in cui la figura del sacerdote era associata alla morte, dunque al male in funzione della salvezza eterna dell’anima. Sono tutti elementi che il regista sembra masticare bene, mostrando con orgoglio quel lato oscuro di sé o quantomeno poco visibile.

In buona parte ambientata a Comacchio, nel Ferrarese, la storia si intreccia in quella parte dell’Emilia Romagna ancora oggi rimasta rurale, sia per mentalità che per modus vivendi, e che quindi ben si adatta al periodo in cui si svolgono i fatti. Un cast d’eccezione ruota intorno a figure di tutto rispetto oramai habitué della cinematografia di Pupi Avati e che hanno trovato in lui il maestro perfetto della propria formazione professionale.

La direzione della fotografia è affidata a Cesare Bastelli che, insieme agli effetti speciali di Sergio Stivaletti, riesce a rendere l’atmosfera veramente cupa e pregna di quel mistero in cui passato e presente sembrano rincorrersi, per aprirci ad un finale del tutto imprevedibile, stravolgimento voluto dallo stesso Avati che ha infatti modificato la conclusione del suo romanzo dal quale è stato tratto il film.

Paura a parte, Il Signor Diavolo che è stato presentato in anteprima alla stampa in questi giorni ed uscirà nelle sale il 22 AGOSTO, segna il ritorno di un grande regista che comunque, sfidando lo scetticismo di molti, è da annoverarsi tra coloro che hanno fatto la storia del cinema italiano.

data di pubblicazione:24/07/2019

MOSTRE IN MOSTRA – Roma contemporanea dagli anni Cinquanta ai Duemila/1

MOSTRE IN MOSTRA – Roma contemporanea dagli anni Cinquanta ai Duemila/1

(Palazzo delle Esposizioni – Roma, 30 maggio/28 luglio 2019)

Al Palazzo delle Esposizioni è stato appena inaugurato un itinerario espositivo composto da sei distinte mostre, che si sono tenute a Roma a partire dagli anni Cinquanta, scelte una per ogni decennio sino ai giorni nostri. Lo scopo è quello di raccontare come Roma, dagli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, iniziava a diventare un polo culturale di rilievo per i pittori delle correnti avanguardiste di quel periodo. A questa prima edizione ne faranno seguito altre, ogni volta con protagonisti diversi, sempre con il precipuo intento di presentare ai visitatori spazi espositivi romani che fecero storia perché presentarono artisti già di un certo rilievo nell’arte propria del Novecento, contribuendo nello stesso tempo a definire l’identità culturale della capitale. L’allestimento delle sei diverse mostre è stato condotto in maniera scrupolosa, anche se non sempre è stato possibile, per ovvi motivi, ricreare fedelmente il contesto in cui l’opera venne resa fruibile al pubblico alla presenza degli stessi artisti. Il progetto Mostre in mostra si propone pertanto di attualizzare questo periodo dell’arte italiana contemporanea partendo proprio dal momento storico e sociale in cui si inserisce, per divenire poi patrimonio della collettività. La passeggiata ha inizio nella prima sala del Palazzo delle Esposizioni con dipinti di Titina Maselli, esposti nel 1955 alla galleria La Tartaruga; a seguire la prima mostra personale di Giulio Paolini del 1964 presso il celebre spazio La Salita e una raccolta di opere di Luciano Fabro già esposte nel 1971 in occasione degli Incontri Internazionali d’Arte a Palazzo Taverna. Nell’altra ala del Palazzo troviamo il dipinto La costellazione del Leone di Carlo Maria Mariani esposto nel 1981 da Gian Enzo Sperone e oggi alla Galleria Nazionale di Roma; a seguire lo spazio dedicato a Jan Vercruysse con i suoi Tombeaux che furono presentati nel 1990 presso la galleria Pieroni; a chiusura la raccolta Elisir del 2004 di Myriam Laplante promossa da The Gallery Apart e ospitata dalla Fondazione Volume! sempre a Roma.

A fare da trait d’union troviamo le foto di Sergio Pucci che dagli anni Cinquanta in poi ha fotografato moltissime opere d’arte presso gli studi degli artisti o presso le sale di esposizione.

Mostra a cura di Daniela Lancioni, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, ideata, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo.

data di pubblicazione:01/06/2019

CANI SCIOLTI di Mimmo Calopresti

CANI SCIOLTI di Mimmo Calopresti

Il rinnovato cinema Aquila (Pigneto, Roma) nella sua palingenesi ha organizzato quattro incontri- evento con proiezioni al centro della scena e degna conclusione, dopo il rituale (e mai passato di moda) dibattito con brindisi biologico a base di vino friulano. Il 17 maggio la tappa ha avuto come epicentro la proiezione di Cani sciolti, mediometraggio firmato proprio dal padrone di casa, il direttore artistico della sala, il calabrese Mimmo Calopresti, cineasta felicemente insediato operativamente a Roma. Il “cane sciolto” in questone è Eduard Limonov, irreggimentabile pensatore russo, un po’ bolscevico, un po’ nazionalista, irreversibilmente immortalato e consegnato alla storia (anche della letteratura) dal mirabile saggio di Emanuele Carrère intitolato L’avversario. Limonov è raccontato attraverso il suo viaggio in Italia (principalmente a Roma) che condensa il momento più emotivo sulla tomba di Pasolini con la recita di alcuni versi liberi, testimoniati dalla macchina da presa. Limonov riconosce in Pasolini un formidabile contradditore e quasi un alter ego. Ne aveva sfiorato la conoscenza in un precedente viaggio a Roma, nel 1974, quando cercava un appartamento in affitto dal prezzo congruo a Ostia, quasi negli stessi luoghi dove il poeta sarebbe andato incontro alla morte un anno dopo. Limonov ha attraversato nella propria irripetibile epopea tante stagioni, contestando Putin e poi diventandone sostenitore. Dissidente persino in America rispetto ai tanti secessionisti russi. Fautore di una “grande madre russa” di cui ne interpreta lo spirito arringante. Suo mentore in Italia l’editore Sandro Teti che gli ha chiesto tre contributi editoriali per documentarne estri e grandezza. Nel poco contestabile “minestrone ideologico” di Limonov ci sono Evola, Guevara, Marx in una poco definita distinzione tra destra e sinistra che forse ha anticipato il sovranismo di sinistra oggi invalso e reso nella politica italiana dalle posizioni di Fassina. Un personaggio singolare, un polemista che farebbe la fortuna dei talk show italiani da cui, anche per motivi logistici, per fortuna si guarda bene dall’andare. Calopresti lo porta a Corviale dove, secondo leggenda, si arresta il ponentino per fargli assaggiare un originale piano urbanistico per il popolo. Oggi, riveduto e corretto con le opportune varianti.

data di pubblicazione:20/05/2019

EVA VS EVA. La duplice valenza del femminile nell’immaginario occidentale, a cura di Andrea Bruciati – Massimo Osanna – Daniela Porro

EVA VS EVA. La duplice valenza del femminile nell’immaginario occidentale, a cura di Andrea Bruciati – Massimo Osanna – Daniela Porro

(Villa d’Este – Santuario di Ercole Vincitore – Tivoli, 10 maggio/1 novembre 2019)

Con un titolo che automaticamente ci rimanda al celebre film del 1950 che aveva come protagonista una splendida Bette Davis, è stata appena inaugurata una interessante mostra, grazie alla peculiare organizzazione del team composto dall’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este – Villae, il Museo Nazionale Romano e il Parco Archeologico di Pompei, sulle molteplici sfaccettature dell’immagine femminile attraverso i secoli fino ai giorni nostri.

L’idea di base è quella di presentare la donna attraverso i due poli contrapposti del positivo e del negativo, del buono e del cattivo, per esaltare attraverso una serie di opere d’arte e reperti archeologici ciò che di ambiguo la caratterizza. IL percorso espositivo segue due diversi tracciati in due sedi diverse, Ville d’Este e l’Antiquarium del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, la cui complementarietà è segnata dagli splendidi giardini con fontane che collegano i due siti museali. Partendo dagli aspetti più deleteri dell’immaginario femminile, dove vengono evocate donne diaboliche e dissolute pronte a praticare il male attraverso le proprie arti magiche e seduttive, si passa poi alla rappresentazione più spirituale che la pone al centro dell’universo come unica fonte generatrice capace, donando la vita, di rinnovare l’umanità. Questa rappresentazione trova riscontro non solo attraverso importanti reperti provenienti da Pompei e da altri musei archeologici, ma anche attraverso espressioni proprie d’arte contemporanea fino ad arrivare alla cinematografia di oggi, strumento che è riuscito in qualche modo a plasmare e a rivoluzionare la perenne dicotomia della natura femminile sino a arrivare ai movimenti di liberazione per la difesa dei diritti. Un itinerario che ci fa scoprire la complessità del mondo femminile che ha ispirato e stimolato la fantasia di ogni uomo sino a suscitarne turbamenti e passioni, a volte d’amore a volte d’odio, ma pur sempre frutto di una forte emozione.

Attraverso una serie di figure mitologiche e storiche il visitatore non può fare a meno di pensare alle donne di oggi, per ritrovare attraverso la poliedricità dell’arte un messaggio universale.

Si consiglia la visita possibilmente in una giornata di sole, per gustare appieno la magnificenza dei giardini di Villa d’Este, capolavoro del Rinascimento italiano e patrimonio dell’UNESCO.

data di pubblicazione:12/05/2019

GIACOMO BALLA – Dal Futurismo astratto al Futurismo iconico, a cura di Fabio Benzi

GIACOMO BALLA – Dal Futurismo astratto al Futurismo iconico, a cura di Fabio Benzi

(Palazzo Merulana – Roma, 21 marzo/17 giugno 2019)

Dopo 5 anni di radicali interventi di ristrutturazione di ciò che era il vecchio Ufficio di Igiene, dal 2014 Palazzo Merulana è sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi che insieme a CoopCulture cura una ricca collezione d’arte essenzialmente riservata alle opere di artisti italiani del Novecento. Il tutto ha inizio nel 1985 con l’acquisto del quadro Piccoli Saltimbanchi di Antonio Donghi per poi proseguire con lavori della così detta “pittura tonale” degli anni Trenta sino alla corrente realista e espressionista che comprende Capogrossi, Mafai, Scipione, Trombadori, Pirandello e tanti altri ancora fino a completarsi con opere del primo Novecento da Balla a Sironi, da Campigli a Severini fino a Giorgio de Chirico divenuto il centro assoluto di interesse in particolare per una delle sue serie più significative: I bagni misteriosi. Accanto a questi artisti che costituiscono il fulcro dell’arte italiana del secolo scorso, in questi giorni e sino al 17 giugno, è in esposizione una serie di opere di Giacomo Balla del periodo futurista e post-futurista in cui trova rilievo il ritratto del pugile Primo Carnera, campione del mondo nel 1933. Il quadro venne dipinto sui due lati: da una parte è rappresentato un soggetto tipicamente futurista, Vaprofumo del 1926, attraverso quelle forme chiare che intendono suscitare le sensazioni olfattive di un flacone di profumo spezzando così la forma tradizionale ed il concetto stesso di dipinto e ampliando la percezione visiva attraverso un’altra dimensione; pochi anni dopo sul retro l’artista dipingeva un soggetto completamente diverso, vale a dire il ritratto di Carnera. Questo dipinto era ispirato ad una foto di Elio Luxardo pubblicata sulla Gazzetta dello Sport quando il pugile era diventato campione del mondo e la sua particolarità sta nella tecnica usata dall’artista consistente nell’applicare sul fondo della tela una rete metallica su cui poi egli dipinse, creando così un effetto di retinatura che ricorda quello prodotto dalle immagini a stampa dei giornali. Questa tecnica, che fu poi ripresa ad esempio dalla pop art americana (da Warhol a Lichtenstein), aprirà a Balla nuove prospettive ponendo le basi di una sorta di “avanguardia di massa” che, nata all’interno del futurismo, andrà poi oltre per sperimentare immagini che spesso si rifanno a soggetti della moda e del cinema di quel periodo. Il percorso riguarda quindi dipinti futuristi e quelli del periodo successivo mettendoli a raffronto con le immagini dei divi eseguite da grandi fotografi come Anton Giulio Bragaglia e Arturo Ghergo.

Mostra sicuramente da visitare anche per scoprire questo nuovo spazio museale romano il cui restauro, pur realizzato in una struttura antica, ha creato una serie di ambienti moderni e nello stesso tempo funzionali.

data di pubblicazione:05/05/2019

CLAUDIO IMPERATORE. MESSALINA, AGRIPPINA E LE OMBRE DI UNA DINASTIA

CLAUDIO IMPERATORE. MESSALINA, AGRIPPINA E LE OMBRE DI UNA DINASTIA

(Museo dell’Ara Pacis – Roma, 6 aprile/ 27 ottobre 2019)

E’ stata inaugurata in questi giorni, presso il Museo dell’Ara Pacis, una mostra molto interessante sulla figura dell’Imperatore Claudio e delle sue due ultime mogli Messalina e Agrippina nel contesto della corte imperiale caratterizzata da efferati fatti di sangue, intrighi e vicende a dir poco ardite.

Claudio nacque fuori dal territorio italico, esattamente a Lugdunum, l’attuale Lione, nel 10 a.C. ed, a causa delle sue precarie doti fisiche e psichiche, non era mai stato seriamente preso in considerazione da Augusto il quale, come suo successore, avrebbe preferito indicare il fratello Germanico che però morì in strane circostanze. Designato il figlio Caligola per le sue indiscusse abilità politiche ma che disgraziatamente rimase ucciso in una congiura di palazzo, il posto rimase vacante in favore di Claudio che a cinquant’anni venne acclamato imperatore dal corpo militare dei pretoriani.

La mostra, attraverso un curatissimo percorso espositivo, ci presenta i vari personaggi attraverso installazioni audio-visive e preziose opere d’arte provenienti da importanti musei italiani ed internazionali che hanno contribuito ad elevare il valore dell’esposizione ad un livello molto alto. Tra i più importanti oggetti di interesse storico e archeologico esposti, troviamo la famosa Tabula Claudiana su cui è impresso il discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 d.C. sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio, nonché il prezioso cameo con il ritratto dell’imperatore, per gentile concessione del Kunsthistorisches Museum di Vienna, ed il piccolo ritratto bronzeo di Agrippina Minore proveniente dalla Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo.

La Mostra, così articolata, ha saputo ben evidenziare la vita e il regno di un imperatore che, nonostante fosse discusso dagli storici del tempo, mostrò al contrario grandi abilità politiche nel prendersi cura del suo popolo e nel promuovere grandi lavori pubblici, contribuendo così allo sviluppo e all’espansione dell’impero romano. Suscita curiosità il rapporto intrigato di Claudio con le sue quattro mogli e soprattutto con la lasciva Messalina, uccisa con il suo consenso, e con la nipote Agrippina, sua ultima moglie, considerata l’artefice della sua morte allo scopo di agevolare la successione al figlio Nerone.

Il grande evento Claudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia è stato curato da Claudio Parisi Presicce e Lucia Spagnuolo, ideato dal Musée des Beaux-Arts de Lyon che ha ospitato l’esposizione sino allo scorso 4 marzo. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da Ville de Lyon, la mostra è sicuramente da non perdere in quanto ci presenta uno dei più controversi imperatori romani e ci fa scoprire gli elaborati meccanismi di corte e le spietate congiure per la conquista del potere.

data di pubblicazione:08/04/2019