LISETTA CARMI – La bellezza della verità

LISETTA CARMI – La bellezza della verità

(Museo di Roma in Trastevere, 20 ottobre 2018/3 marzo 2019)

Prima mostra fotografica a Roma tutta dedicata all’artista-fotografa Lisetta Carmi, oggi ultranovantenne. La Carmi con i suoi scatti ha voluto segnare una sorta di percorso personale, caratterizzato da una non casuale visione della realtà, dando essenzialmente “voce” a chi non ce l’ha: gente umile, emarginata e povera, ma con una tale ricchezza interiore da riuscire ad esprimere con rabbia la volontà di costruire un mondo migliore.

Nata a Genova nel 1924 da una famiglia borghese di origini ebraiche, Lisetta Carmi negli anni Sessanta abbandona la sua attività di pianista per dedicarsi interamente alla fotografia scoprendo improvvisamente l’essenza della vita da un semplice scatto. Inizia così ad andare oltre il rappresentato riuscendo a vedere quello che non c’è e imparando a percepire, da un semplice sguardo, il travaglio dell’intero genere umano. Proprio così nasce la sua vocazione fotografica, dal desiderio irrefrenabile di fissare con l’immagine il mondo interiore dell’individuo, entrare in perfetta empatia con esso per raccontare in un attimo il suo universo e inserirlo nella propria quotidianità.

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso circa 170 immagini, tutte realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui si illustra inizialmente la realtà operaia del porto di Genova per passare poi ai particolari di tombe patrizie nel cimitero monumentale Staglieno, con i suoi gruppi scultorei a perenne memoria. Una specifica sezione viene dedicata al suo incontro con Ezra Pound: come Umberto Eco ebbe a commentare“le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono di più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria”. La mostra tende comunque a concentrare l’attenzione del visitatore su tre temi fondamentali concepiti inizialmente come progetti per varie pubblicazioni, con tematiche molto diverse tra di loro. Il primo del 1965 è Metropolitain dove per la prima volta vengono presentate al pubblico immagini dettagliate all’interno della metropolitana parigina accompagnate dal testo Instantanés dello scrittore e saggista francese Alain Robbe-Grillet. Il secondo del 1972 I travestiti è un importante reportage ricavato da immagini sulla comunità dei travestiti del centro storico di Genova durante un periodo di sei anni in cui lei stessa condividerà le loro problematiche legate all’identità di genere, convinta che non esistono gli uomini e le donne ma solo esseri umani. Il terzo progetto Acque di Sicilia del 1977, arricchito con testi di Leonardo Sciascia, partendo dalla ricerca dei corsi d’acqua in Sicilia intende avviare un discorso più profondo sugli abitanti dell’isola e sul loro rapporto con l’ambiente. Dopo una rapida carrellata su rinomati esponenti del mondo culturale di quel periodo (Lucio Fontana, Lele Luzzati, Carmelo Bene, Claudio Abbado, Alberto Arbasino, ecc.) il percorso si chiude con una sequenza fotografica di un parto realizzata nel 1968 all’Ospedale Galliera di Genova dove la Carmi, ignorando totalmente ogni retorica, riesce a ottenere immagini forti e dirette e quindi proprio per questo molto emozionanti.

Una mostra tutta da scoprire per catturare, con le immagini, un mondo che dal passato viene riportato alla contemporaneità per rimanere poi a futura memoria. La bellezza della verità, al Museo di Roma in Trastevere fino al 3 Marzo 2019, viene promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali a cura di Giovanni Battista Martini e con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Da non perdere.

data di pubblicazione:08/11/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL The Prisoner, di Peter Brook

ROMA EUROPA FESTIVAL The Prisoner, di Peter Brook

(Teatro Vitttoria – Roma, 11/20 ottobre 2018)

Un uomo siede da solo davanti a un’enorme prigione in un paesaggio desertico. Chi è? E perché si trova in questo luogo? È una sua libera scelta oppure sta scontando una qualche forma di punizione?

Si apre con questi interrogativi The prisoner, ultimo lavoro di Peter Brook diretto insieme a Marie-Hèlène Estienne e presentato in prima italiana per il Roma Europa Festival al Teatro Vittoria, dall’11 al 20 ottobre.

La storia è quella del giovane e irrequieto Mavuso che uccide suo padre dopo averlo sorpreso a letto insieme a sua sorella. Mavuso in realtà ama la propria sorella Nadia e uccide il loro padre per gelosia. Lo zio Ezekiele diventa giudice di questa situazione, che è frutto di grande amore ma che ha portato a un assassinio, e condanna Mavuso a una punizione esemplare: dovrà rimanere sulla collina di fronte alla prigione, da solo a guardare le mura per un tempo indefinito, aspettando una presunta redenzione, mentre a farlo prigioniero, più che le sbarre, sono i suoi fantasmi.

Brook ed Estienne mettono in scena una parabola sul tempo della pena, uno spettacolo stupefacente che affronta i temi della punizione, della giustizia e del crimine con quel consueto tocco vibrante e poetico che caratterizza la sua scrittura scenica.

Il cast è formato da un eccezionale gruppo di attori di varie nazionalità, Hiran Abeysekera, Hayley Carmichael, Hervé Goffings, Omar Silva e Kalieaswari Srinivasan.

Gli autori antepongono la meditazione al dramma, partendo da una scenografia sospesa e immobile che racconta soprattutto il percorso tutto intimo e personale di Marvuso verso la salvezza, dal piano della redenzione a quello della consapevolezza.

Uno spettacolo rarefatto, assolutamente asciutto e essenziale. Tutto viene appunto semplicemente messo in scena, con un sapiente uso delle luci, senza interpretazioni, rivelando nodi, interrogativi, umanità cui è lo spettatore a dover dare un senso. E sono spesso i corpi, gli sguardi, i volti, la fisicità a essere assolutamente espressivi. L’umanissimo teatro antropologico del grande regista.

data di pubblicazione:22/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Grand Finale, di Hofesh Shechter

ROMA EUROPA FESTIVAL Grand Finale, di Hofesh Shechter

(Teatro Olimpico – Roma, 17/19 ottobre 2018)

Un mondo in caduta libera, pieno di conflitti, ma carico di energia e forza anarchica e propulsiva, una commedia violenta dal sapore agrodolce. Dieci meravigliosi danzatori in scena accompagnati da un gruppo di straordinari musicisti live, per il Grand Finale di Hofesh Shechter al Roma Europa Festival dal 17 al 19 ottobre al Teatro Olimpico, “una danza intorno all’abisso per indagare i grandi temi del presente” come la precarietà della quotidianità, i disastri politici ed ecologici, la violenza e il terrore, “senza rinunciare a quel black humor che è ormai firma del coreografo”. Una danza ai confini del mondo, al suono dell’apocalisse, ma con quella componente british, che tradisce un ottimismo leggero e fiducioso. È il marchio di fabbrica Hofesh Shechter, coreografo israeliano trapiantato a Londra, riconosciuto a livello internazionale come uno degli artisti più emozionanti della danza contemporanea, tornato ospite al RomaEuropa Festival per la terza volta. Regista e coreografo, ma anche musicista, Hofesh Shechter fa parte di quel gruppo di straordinari artisti nati, cresciuti in Israele e poi emigrati nel mondo (Ohad Naharin, Sharon Eyal, Gai Behah,).

Un lavoro che amalgama danza, teatro e musica, guardando al passato e aprendo a nuove strade.

Una nebbia avvolge la scena e la platea, efficacissime luci e sonorità di contrasto tra classico e contemporaneo enfatizzano le gestualità dei performer, a tratti enfatiche, a tratti devastanti. Un piano sequenza che scorre in uno spazio in perenne evoluzione fatto di pieni e di vuoti, di storia e di rivolta. È il talento di Shechter quello di analizzare ed esorcizzare, allo stesso tempo, i demoni del nostro presente.

Spettacolo comico, cupo e meraviglioso, carico di eccessi, di forza, bellezza, dinamismo che ti devasta ma che ti auguri non finisca.

data di pubblicazione:22/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Quasi niente, di De Florian Tagliarini

ROMA EUROPA FESTIVAL Quasi niente, di De Florian Tagliarini

(Teatro Argentina – Roma, 9/14 ottobre 2018)

Ha debuttato il 9 ottobre al Teatro Argentina in prima italiana, per una coproduzione tra Romaeuropa Festival 2018 e Teatro di Roma, Quasi niente, la nuova creazione del duo Daria Deflorian e Antonio Tagliarini.

È evocata la storia di Giuliana, protagonista del film Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, interpretato da una straordinaria Monica Vitti.

Giuliana ed il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza.

Una canzonetta pop esaspera la fragilità del reale ed attraversa il vuoto delle relazioni umane.

Cinque esseri umani, uomini e donne senza un nome proprio si rivelano e prendono la parola gli uni davanti agli altri: i trentenni, la quarantenne, la quasi sessantenne, il quarantenne.

Una patina li separa e rende sfocato quello che è il contatto con l’esterno. Così scena e drammaturgia si costruiscono come un territorio spazio aperto, di osmosi tra interiore ed esteriore, tra spazio intimo e spazio sociale.

Scorrono le parole e i gesti di Daria e Antonio, quelle dell’attrice Monica Piseddu, del performer Benno Steinegger, e della cantante Francesca Cuttica, una filastrocca della nostra quotidianità.

Una confessione, un racconto privato, una testimonianza di vita pulsante dopotutto.

“Giuliana è una donna borghese ma è anche una ‘selvatica vestita bene’ ed è proprio in questo senso che, alla fine, non rappresenta nulla: chiamata a rappresentare la borghesia, (poiché l’identità borghese è uno dei grandi temi del cinema dell’epoca) finisce per eccedere le rappresentazioni, comprese quelle ideologiche o sociologiche. È un punto di fuga” raccontano gli autori.

Il duo approfondisce così la propria riflessione sul significato stesso del teatro e sul ruolo dell’attore. Dramma o commedia che voglia essere, la vita è così e in quanto tale va raccontata anche attraverso quella intimità non certo serena ma a tratti ironica, a volte angosciante, a volte vuota, un quasi niente.

Un lavoro non solo sul disagio e sulla fragilità ma anche sulla purezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare.

Parole, urla, riflessioni, gesti liberatori, estasi e follia per dare vita e forma ad un personaggio, moglie e madre, che attraversa il deserto della sua vita ma che certamente alla fine è più viva di tutti.

Un teatro nobile e spirituale, estetico e denso.

data di pubblicazione:16/10/2018

BOXE CAPITALE di Roberto Palma, 2018

BOXE CAPITALE di Roberto Palma, 2018

Fotografia su uno sport ridotto alla pura sopravvivenza per cattiva gestione di sistema. Vitale ancora a Roma, nicchia di un folclore che non si cancella ma semmai si trasforma.

Un film documentario che è quasi un lasciato testamentario su quello che è rimasto del pugilato a Roma, lontano dai fasti mediatici e televisivi di un tempo. Piazza di Siena ospitò nel 1933 un campionato mondiale vincente di Primo Carnera con decine di migliaia di persone assiepate nei luoghi dell’attuale Concorso Ippico. Oggi Davide Buccioni, l’unico organizzatore pugilistico della capitale, promuove nei luoghi più impensati, quando non addirittura all’aperto, quello che rimane dello sport di un tempo. Le interviste illuminanti ai maestri e ai campioni di una volta aprono uno spaccato nostalgico sulla boxe che fu. Quella che ti faceva assaporare il profumo del sudore. Un ambiente borderline, naif e insieme ruspante. Sottoproletariato di periferia spesso appannaggio di una violenza che usciva dalle sedici corde. E questo spiega anche il successo delle grandi famiglie zingare che rimbalzano dallo sport alla cronaca giudiziaria: i Casamonica, gli Spada, i Di Silvio. Alberi genealogici ricchi di campioni italiani e di partecipanti alle Olimpiadi. Mario Romersi, ex campione italiano dei medi, racconta delle epiche scazzottate con Monzon, prima che questi cancellasse Nino Benvenuti dal trono dei medi. 71’ filanti e coinvolgenti, e insieme distaccati per valutare a distanza un passato irripetibile. Il pugilato è decaduto per un’infinità di motivi ma la decadenza è ancora più viva a Roma che era una fucina di pugili e di luoghi attrezzati per questo sport in via di estinzione. Nonostante la presenza in poche sale specializzate la pellicola sta diventando oggetto di culto per chi ama una disciplina che ha regalato pagine drammatiche di letteratura, una filmografia intensa proprio in ragione della sfida cruenta uomo contro uomo. Uno sport in crisi ma che sta riscoprendo una passione tutta femminile che, in fin dei conti, potrebbe servire a rianimarlo.

data di pubblicazione:15/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Orestea – Compagnia Anagoor

ROMA EUROPA FESTIVAL Orestea – Compagnia Anagoor

(Teatro Argentina – Roma, 2/3 ottobre 2018)

L’Orestea ed il teatro dilatato di Anagoor nella nuova sfida proposta dalla compagnia diretta da Simone Derai e Marco Menegoni. Quattro ore di spettacolo ed un teatro colmo soprattutto di giovanissimi in cui la variabile tempo scorre senza sussulti, grazie a una costruzione che lentamente cattura l’occhio e assorbe la mente ed a una estetica fatta di classico e ancestrale, ma anche di performing e multimediale, in un’atmosfera rarefatta che viaggia al di sopra di qualsiasi riferimento temporale.

La storia è quella nota della mitologia e parte da Atreo, padre di Agamennone, che somministra al fratello Tieste i propri figli da lui trucidati e affida al sopravvissuto Egisto il ruolo del vendicatore. Elena che scappa con Paride, Agamennone che sacrifica la figlia Ifigenia, il trono di Argo edificato sui cadaveri, Clitennestra che vendica la figlia ed uccide marito e Cassandra, Oreste che è tenuto dall’imposizione di un oracolo a uccidere la madre e a vendicare il padre.

Il dolore della fine e la filosofia che porta rimedio al dolore: ecco la lezione dei Greci.

Il testo eschileo è inizialmente assunto nella sua integralità, ma con linguaggi e strumenti propri della compagnia attraverso riferimenti letterari e salti culturali: registrazioni e canti, lunghi monologhi e una colta babele di linguaggi per meditare su alcuni temi capitali della civiltà occidentale, ma anche un’indagine sulle possibilità di comunicazione del teatro stesso. La storia degli Atridi diventa una interrogazione sul male e sulla violenza, sulla tragedia e sul mondo, sul destino e sulla morte e sulla filosofia che aiuta a comprendere e a sopravvivere.

Le orazioni di Menegoni diventano un racconto denso e immediato sul senso della morte, sui rituali con cui questa è stata inscritta all’interno della nostra esistenza o invece nascosta o offuscata.

L’Orestea, composta da tre parti (Agamennone, Schiavi, Conversio), parte dalla saga della famiglia di Agamennone e man mano si sublima fino a perdere i connotati elementari della storia per diventare movimento, immagine, concetto.

Agamennone, la cui durata copre metà dello spettacolo, è reso pressoché nella sua interezza, a partire dalla caduta di Troia, il ritorno in patria del sovrano e della schiava Cassandra, l’assassinio del re per mano di Clitennestra e di Egisto. Tutto è vivo e reale: Clitennestra che diffonde un requiem per le vittime della guerra, Cassandra che recita in armeno il proprio dolore, Agamennone forte e virile che celebra il proprio ritorno ed attorno un susseguirsi di corse, processioni, pause ieratiche. Un registratore annuncia le vendette, le maledizioni e le morti, il sangue che scorrerà.

Schiavi e Conversio, secondo e terzo capitolo delle trilogia sono meno terreni e fisici: nessun tribunale si riunisce a decidere il destino di Oreste, solo una folta schiera di presenze tra anime e sopravvissuti che alla fine trovano nell’arte e nella filosofia il senso ed il superamento del dolore.

Orestea è la storia del nostro mondo in rivolta, è la storia che del male che ci affligge cui fa da contraltare la fragilità del bene, ma è anche una meditazione sul valore e sulla speranza del cambiamento e sulla fede nella giustizia, quanto di più importante e necessario oggi. Un’esperienza da vivere nel silenzio e nella riflessione, dilatata nel tempo lungo e breve della rappresentazione.

Da applausi.

data di pubblicazione:08/10/2018