NUREYEV – THE WHITE CROW di Ralph Fiennes, 2019

NUREYEV – THE WHITE CROW di Ralph Fiennes, 2019

La mattina del 16 giugno 1961 Rudolf Nureyev era in procinto di lasciare Parigi dopo che si era esibito con successo all’Opéra insieme alla Compagnia di Balletto del Teatro Kirov di Leningrado; la destinazione successiva della tournèe sarebbe stata Londra, prolungando così lo strepitoso trionfo soprattutto personale al di fuori dell’Unione Sovietica. Già in aeroporto, oramai pronto insieme agli altri ballerini per prendere il volo, alcuni funzionari del KGB, che non lo avevano mai perso di vista durante la permanenza parigina, gli comunicano che per un improvviso cambio di programma dovrà rientrare subito a Mosca per una esibizione straordinaria al Cremlino. Nureyev intuisce subito che tornato in patria non sarebbe più stato autorizzato a lavorare all’estero e decide di consegnarsi alla polizia di frontiera richiedendo formalmente asilo politico alla Francia.

 

 

Oramai archiviate le celebrazioni per i venticinque anni dalla scomparsa di Rudolf Nureyev, avvenuta proprio a Parigi nel gennaio del 1993, viene presentato nelle sale italiane il film che Ralph Fiennes ha diretto, e in parte interpretato, sulla figura straordinaria del ballerino più acclamato di tutti i tempi. Non tutti sanno che il suo lavoro come coreografo influenzò in maniera decisiva il concetto di danza in quanto riuscì a fondere insieme il balletto classico con quello moderno e diventando altresì il precursore di uno stile ancora oggi preso a modello dai ballerini di tutto il mondo. Nureyev, notoriamente molto impulsivo e poco incline al rispetto dell’ordine gerarchico, riuscì infatti a sovvertire le rigide regole impostegli nel balletto e ad accentuare l’importanza del ruolo maschile che sino a quel momento era stato mantenuto sotto tono rispetto a quello femminile. Proprio sulla lettura del suo singolare carattere si base il film di Fiennes senza soffermarsi troppo nel voler raccontare tout court gli esordi professionali dell’artista, quanto piuttosto il suo carattere e quanto questo influenzò la sua carriera e la sua vita. Nureyev sin da bambino aveva percepito la vocazione verso la danza nonostante le difficoltà ambientali e familiari in cui era inserito, prima a ridosso del secondo conflitto mondiale, e successivamente in piena guerra fredda quando l’Unione Sovietica soffriva di un totale isolamento politico.

Partendo da questi fatti il regista, che nel film si ritaglia per sé il ruolo del famoso coreografo del Teatro Kirov Alexander Pushkin, maestro oltre che di Nureyev anche di Baryshnikov, affida coraggiosamente il ruolo di protagonista a Oleg Ivenko, ucraino di 22 anni, famoso come ballerino della Tatar State Oper, ma alla sua prima volta davanti alla macchina da presa come attore. Dai ripetuti primi piani di Oleg si scorge una forte somiglianza con il grande Rudolf e, nonostante l’assoluta mancanza di esperienza cinematografica, il neo attore riesce ad esprimere il carattere deciso, spigoloso ed a tratti arrogante del grande ballerino; ma è con il suo talento professionale che Oleg riesce a sintetizzare la fisicità di Nureyev, la cui tecnica lo rendeva talmente leggero da rimanere sospeso e fuori da ogni reale dimensione.

Girato tra Parigi e San Pietroburgo, Nureyev-The white crow è un prodotto autoriale di tutto rispetto che riesce a mettere a nudo l’anima del grande ballerino-coreografo, ribelle e dissidente, capace di determinare il suo percorso personale e professionale contro ogni schema precostituito. Ralph Fiennes focalizza l’attenzione sul personaggio nella sua intimità più che realizzare un semplice biopic, confezionando così un sentito omaggio verso un ballerino che ha lasciato il suo segno indelebile nel mondo della danza e non solo.

data di pubblicazione:15/07/2019


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I DUE AMICI di Louis Garrel, 2019

I DUE AMICI di Louis Garrel, 2019

Due amici, ognuno, a modo suo, immaturo ed ai margini della società parigina: Clement(Vincent Macaigne) fragile, candido, sentimentale e depresso, si arrangia facendo la comparsa; Abel(Louis Garrel) bel tenebroso, seduttore, sicuro di sé ed egoista fa il benzinaio ma ha velleità di scrittore. Clement si è invaghito di Monà(Golshifteh Farahani)che lavora in uno snack alla Gare du Nord e che ha accettato di scambiare qualche chiacchiera con lui dopo il lavoro prima di dover assolutamente correre a prendere il treno(lo spettatore sa perché). Il povero Clement non trova di meglio che chiedere aiuto proprio ad Abel. Riuscirà l’amicizia fra i due a resistere alla presenza fascinosa, all’attrazione, alla rivalità e al tradimento?

 

Una volta tanto dobbiamo ringraziare la vituperata Distribuzione che, visto il discreto apprezzamento avuto da L’uomo Fedele (da noi recensito ad Aprile, in occasione della sua anteprima nell’ambito della IX edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese), ha ritenuto di importare anche quest’altro film di Garrel. Così, complice l’Estate cinematografica, quasi come in una retrospettiva, abbiamo modo di vedere come “seconda” l’opera prima del nostro talentuosissimo direttore/attore. Il film d’esordio infatti risale al lontano 2014 ed era stato presentato alla Settimana della Critica a Cannes 2015!

Garrel che è anche coautore, si inserisce con questo suo lavoro nel filone dei drammi sentimentali tipico della tradizione artistica francese, e, giocando sulla contrapposizione di personalità e sul ribaltamento dei ruoli e delle situazioni, affronta il tema classico del triangolo amoroso, elemento questo quasi indissociabile all’arte del raccontare storie d’amore. Soprattutto nel Cinema Francese in particolare. Garrel riprende tutti gli archetipi del Genere, li amalgama con elementi eterogenei e ci regala un triangolo amoroso bizzarro, ma, ciò nondimeno con tutte le tensioni crudeli che formano e deformano le geometrie del triangolo stesso con il procedere della storia, fra le incongruenze a volte tragiche dei due amici e la serietà/drammaticità del comportamento della giovane desiderata. Come in tutte le “opere prime” non mancano ingenuità o la riproposizione di situazioni già viste mille volte altrove, ma Garrel sa, a tratti, giocare bene sulla rottura dei toni, alternando leggerezza delle situazioni alla serietà dei sentimenti, tensioni e pause contemplative.

Il vero centro del triangolo è però l’Amicizia, il più bello e complesso dei sentimenti, la crisi di un’amicizia, la rottura di una relazione di amicizia, raccontata così come si può raccontare di una rottura di una relazione amorosa: il momento in cui l’altro/a, amico o innamorata che sia, diviene “tossico” ed il distacco allora si rende necessario per poter sopravvivere.

Il film riposa tutto sull’alchimia perfetta fra Macaigne e Garrel, ma è illuminato dalla finezza recitativa e dalla bellezza della Farahani, all’epoca compagna di vita e d’arte del regista, dopo la V. B. Tedeschi e prima di L. Casta. Dei bei ruoli per un trio di attori ottimi, sullo sfondo una Parigi minore e notturna, accompagnati da una partitura musicale molto coinvolgente.

I Due Amici , a mio parere, è un film quasi bello e quasi sbagliato al tempo stesso, un film che la critica apprezzerà, non piacerà a tutti gli spettatori e rischierà di annoiarne molti. Il film difatti, è rimasto come sospeso oscillando fra commedia e mélo pesante ed a tratti teatrale. Sembra quasi aver rinunciato alle sue ambizioni. Troppi temi appesantiscono la storia e la narrazione ed annacquano lo spirito originario della commedia francese classica e della Nouvelle Vague di cui è evidentissimo l’influsso su Garrel che, del resto, gioca a rendere palese omaggio ed a citare i vari Truffaut, Godard e Sautet, in un cocktail sì seducente ma , a tratti, assai pesante.

Comunque sia in Garrel c’è del notevole talento, ed il successivo e più smaliziato L’Uomo Fedele ce ne ha già dato conferma.

data di pubblicazione:14/07/2019


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IL SEGRETO DI UNA FAMIGLIA (LA QUIETUD) di Pablo Trapero, 2019

IL SEGRETO DI UNA FAMIGLIA (LA QUIETUD) di Pablo Trapero, 2019

Due sorelle legate da un amore profondo, fisico, due metà che si completano solo quando sono insieme perché la distanza reale è troppo dolorosa. Un “amore irrequieto, drogato, completo” è al centro del nuovo film di Pablo Trapero, presentato fuori concorso nel 2018 a Venezia e appena uscito nelle sale italiane: il film parla di “sorellanza”, in un complesso rapporto tra due donne che si amano nonostante le apparenze le vorrebbero l’una contro l’altra, con uno sguardo molto attento e profondo verso l’intimo femminile, all’interno di una famiglia. Una storia al presente, che tuttavia affonda le sue radici nelle storture del passato argentino al tempo della dittatura, in un ideale sequel de Il clan con il quale il regista vinse il Leone d’argento alla regia nel 2015.

 

Eugenia (Bèrénice Bejo) e Mia (Martina Gusman) si ritrovano al capezzale del padre colpito da ictus per sostenere la madre Esmeralda (Graciela Borges) presso la loro tenuta denominata la quietud, immersa nelle campagne vicino Buenos Aires. Il rapporto tra le due sorelle è mutuato dal modo con cui la madre si comporta con loro: sempre molto amorevole con Eugenia, verso la quale ha ricordi di grande tenerezza e che le ha appena annunciato di aspettare un figlio che Esmeralda vede come una benedizione, e sempre molto dura con Mia che forse, solo per difendersi, riversa tutto il suo affetto nei confronti del padre morente. Eppure, nonostante Esmeralda non faccia nulla per celare questa evidente diversità di sentimenti nei confronti delle figlie, esse al contrario si amano, si cercano ed ogni volta ritrovano un afflato quasi fisico che le unisce: questo legame speciale farà loro superare avversità di ogni genere.

Trapero, con La quietud riprende il tema della violenza de Il clan, ma lo tratta in maniera differente: il dolore è presente ma non palese, s’impadronisce di queste donne ma non si sa da dove provenga, causato sicuramente in parte dal legame malato che la madre, che non le sa amare, ha con una di loro, condannandola inevitabilmente all’infelicità.

Le due bravissime attrici (una è la moglie del regista) si somigliano talmente tanto da sembrare proprio due sorelle, e riescono con molta naturalezza ad esprimere questo profondo sentimento che le lega. Sulle esistenze di Eugenia e Mia incombono in maniera dolorosa e strisciante vecchi fantasmi che insufflano in loro una non ben identificata sofferenza: tuttavia queste due sorelle sanno amare e, quando tutto sembra perduto, raggiungono a loro modo insieme quella “quiete” evocata dal titolo.

Film originale, sensibile, profondo, tutto al femminile.

data di pubblicazione:06/07/2019


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LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI di Patrick Cassir, 2019

LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI di Patrick Cassir, 2019

Marion (Camille Chamoux) e Ben (Jonathan Cohen) entrambi trentenni, prossimi ai quaranta, borghesi, in carriera e… parigini, si incontrano tramite Tinder. Non hanno nulla in comune, ma scatta una forte attrazione fisica. Dopo una scoppiettante nottata decidono di partire in vacanza insieme. Lei aveva progettato Beirut, lui Biarritz, e… vanno in Bulgaria! Una vacanza che metterà a dura prova il loro idillio nascente, fra ostelli e spiagge affollate …

Siamo ormai agli inizi di Luglio ed andare al cinema e vedere un buon film sta diventando un’impresa sempre più difficile. Il quadro dei film in sala, fatte salve due/tre eccezioni, è veramente sconcertante, e, nonostante le belle promesse, anche quest’anno le prospettive di programmazione per i prossimi mesi estivi sono veramente deprimenti. Quindi, complici la “dipendenza cinematografica” e la gran calura, unite alla speranza di combinare un po’ di fresco in sala ed un film che consentisse di distendersi senza troppo riflettere, ci hanno fatto scegliere un film che ha avuto un discreto apprezzamento di pubblico in Francia e che qui da noi ancora resiste in sala, ad oltre una settimana dalla sua prima uscita. Ma… a fine stagione anche i francesi ti rifilano un croissant confezionato frettolosamente e per palati e gusti molto, molto, molto facili.

La prima vacanza non si scorda mai è l’opera prima di P. Cassir un giovane cineasta che viene dal mondo della grafica e che ne ha anche scritto la sceneggiatura insieme alla Chamoux, sua protagonista femminile ed anche sua compagna nella vita. Il regista intendeva proporci la storia di una coppia negli istanti in cui si sta formando. Quei primi istanti in cui nasce e si forgia l’intimità, quella sequenza di attimi in cui due innamorati si scoprono l’un l’altro. La storia di un amore, la magia e la follia dell’innamoramento, unitamente alla difficoltà intima di adattarsi ed accettare l’altro o di cambiare se stessi, soprattutto quando si hanno caratteri o comportamenti già definiti.

L’autore non è riuscito però a trovare il giusto tono ed equilibrio fra commedia romantica, commedia di costume e satira delle ossessioni del turismo contemporaneo. Certo, si ride e si sorride, le situazioni e le battute sono buffe e la coppia di protagonisti ha un buon senso della commedia e fanno entrambi scintille specie nella prima parte del film, ma, purtroppo, la regia è troppo convenzionale e la sceneggiatura e la messa in scena sono troppo fragili e tenui. Il film così scivola ben presto in una serie di gags e soprattutto di clichés caricaturali, trash e grossolani. Il giochino allora si rompe, perde la sua forza e la sua credibilità e la comicità delle situazioni si disperde tutta, e l’efficacia dei primi momenti non è che un lieve ricordo. Resta solo la sensazione di un’occasione che avrebbe potuto dare anche risultati migliori.

Comunque sia il film di Cassir è un film che se cinema addicted o accaldati, permette di distrarsi senza troppo riflettere, anzi, senza affatto riflettere, ed anche di ridere e sorridere. Nulla di più! Assolutamente nulla di più!!

data di pubblicazione:02/07/2019


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LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN di Xavier Dolan, 2019

LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN di Xavier Dolan, 2019

Il giovanissimo ma già affermato attore Rupert Turner, durante un’intervista per una importante testata rivela i retroscena della vita di John F. Donovan, anche lui giovane attore e famosa star della televisione, morto dieci anni prima in circostanze poco chiare. Rupert, ancora bambino, aveva iniziato una fitta corrispondenza epistolare con John che considerava un mito, un super eroe, un esempio da seguire e che ancora oggi, dopo tanto tempo, continua ad avere un ruolo determinante nelle sue scelte individuali e professionali.

 

 

Xavier Dolan, l’enfant prodige canadese oramai considerato tra i grandi registi della cinematografia internazionale, ne La mia vita con John F. Donovan ci racconta in parte la sua storia vissuta perché sin da bambino nutriva il forte desiderio di dedicare al cinema tutto se stesso. Basti ricordare che appena diciannovenne esordì come regista a Cannes con il suo primo lungometraggio J’ai tué ma mère, più volte premiato, mentre qualche anno dopo, sempre a Cannes, vinse il Premio della Giuria con il film Mommy, da molti considerato il suo capolavoro. Penultimo lavoro di Dolan (seguito da Matthias & Maxime in competizione quest’anno per la Palma d’oro) La mia vita con John F. Donovan fu presentato nel 2018 in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival dove fu completamente annientato dalla critica internazionale che lo ritenne il suo peggior film, con un plot troppo articolato e confuso, oltre ad una serie di flashback che, nonostante l’eccellenza del cast, avevano reso il film lungo e noioso. Nonostante l’insuccesso, probabilmente a causa di una scarsa originalità narrativa, si lascia comunque seguire grazie alla descrizione di personaggi che non riescono ad essere se stessi e a relazionarsi con la società che li circonda, perché imbrigliati in schemi che impediscono loro di esprimere i propri sentimenti fuori da ogni reticenza. Ritroviamo, come in ogni sua pellicola, il tema ricorrente del rapporto con la madre, che in questo caso sembra invadere prepotentemente la scena: una madre a suo modo protettiva ma che sa anche essere spietata e che si pone quasi in competizione con il figlio che, seppur ancora bambino, sa già ciò che vuole e soprattutto dove vuole arrivare. Quanto a Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Kathy Bates, Ben Schnetzer, Thandie Newton, Amara Karan, che compongono il cast del film, ognuno di loro è perfettamente calato nel suo ruolo, anche se non sembra essere sufficiente a riscattare un montaggio che inficia in maniera determinante il risultato finale.

Un’operazione dunque non perfettamente riuscita ma che comunque merita la dovuta attenzione perché evidenzia il tocco di un grande regista che sa sempre portare sul grande schermo sé stesso, mettendosi in discussione in ogni suo lavoro. Un film che pur raggiungendo appena la sufficienza, riesce a farci pensare come mondi diversi possano coesistere sottolineando l’importanza di essere sempre liberi dai condizionamenti e da false ipocrisie.

data di pubblicazione:02/07/2019


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BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen, 2019

BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen, 2019

Nic Sheff è bello, bravo e intelligente ed è circondato dall’affetto della sua famiglia benestante e liberal ma, dopo aver provato come tanti suoi coetanei, la metanfetamina, diventa totalmente dipendente da tutte le droghe possibili e immaginabili. La storia è il vero calvario cui si sottopone il giovane, ma anche la sua famiglia per tentare il problematico recupero. Come si dice in questi casi: tratto da una storia vera.

 

Beautiful boy è la dolcissima canzone di John Lennon dedicata al figlio Sean ed è anche un brano che si ascolta in sottofondo nel film di Felix Van Groeningen dal titolo omonimo. Anche nella pellicola si parla di un bellissimo ragazzo con dei problemi…

Già ammirato nei paesi di lingua inglese, il film di Van Groeningen, quarantaquattrenne regista e sceneggiatore belga (il suo Alabama Monroe del 2012 fu candidato agli Oscar), oltre a una buona storia tratta dalle biografie degli stessi reali protagonisti, David Sheff e Nic Sheff, ha l’indiscusso merito di proporre una recitazione “da Oscar” per gli attori: il padre (Steve Carrell) e il figlio (Timothèe Chamalet, già ammirato nel film di Guadagnino). La regia, pur solida, non mostra tracce di particolare originalità, attenendosi a uno stile sobrio e rigorosamente classico. Scelta forse meditata e voluta per una storia non originale, ma, purtroppo ancora attualissima in differenti realtà. Il regista sceglie di raccontarci quello che accade in una famiglia della middle class americana, aperta e felice prima della scoperta della “tossicità” del loro bellissimo e apparentemente bravissimo Nic. Nel film viviamo con il padre, la madre (Amy Ryan) e la seconda moglie di David (l’intensa Maura Tierney), le innumerevoli “guarigioni e ricadute” del giovane. Più volte ci illudiamo che dopo cliniche riabilitative, ripensamenti, ansie, paure, pentimenti, rischi di overdose, il ragazzo sia finalmente uscito dal tunnel della dipendenza, ma, per quasi due ore, si tratta solo di illusioni per la famiglia e per il pubblico. L’Happy end, però, giunge nel finale e sembra legato principalmente all’affetto ritrovato nel focolare domestico e alla nuova consapevolezza del giovane. Beautiful Boy, è nel complesso un buon film che, attraverso flash back, una narrazione solida e soprattutto una assai convincente prova di attori, offre uno spaccato realistico di un percorso doloroso, comune a tante famiglie. Certo la pellicola non entra nel merito di approfondimenti psicologici sulle motivazioni che portano alle dipendenze, ma si apre, e bene, ad esplorare il forte rapporto affettivo padre-figlio, cardine del film stesso, grazie – come detto – alle notevoli performances dei due attori, dove Steve Carrell è un padre decisamente credibile: lacerato ma mai melenso, sempre nelle righe nel dolore come nei suoi entusiasmi, e Chamalet è al pari perfetto, sia nei momenti più drammatici, sia in quelli gioiosi e persino poeticamente dolci (come nei giochi con i piccoli fratellini nati dal secondo matrimonio del padre).

Dunque film che, pur alle prese con un tema non facile, risulta avvincente e mai noioso, accettabilissimo proprio perché privo di quella retorica che spesso è sottesa in pellicole similari.

data di pubblicazione:20/06/2019


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