CYRANO, MON AMOUR di Alexis Michalick, 2019

CYRANO, MON AMOUR di Alexis Michalick, 2019

Parigi fine 1800, il giovane drammaturgo Edmond Rostand (Thomas Solivérès) ha famiglia, è oberato di debiti, poco o nessun successo ed è da tempo privo di ispirazione. Per uno strano concorso di circostanze ha un’opportunità, deve però comporre un testo teatrale che andrà in scena entro poche settimane. Non ha alcuna idea di cosa scrivere, fra incertezze, attori capricciosi e scrittori gelosi troverà però la Musa che riaccenderà la sua creatività ed assisteremo allora alla genesi ed al trionfo imprevedibile del suo capolavoro: il Cyrano de Bergerac.

Se avete perso Cyrano, mon amour, per distrazione, per mancanza di tempo, o, non sia mai, per supponenza snobistica, cercate di recuperarlo in qualche saletta cinematografica, non ve ne pentirete e mi darete ragione, in caso contrario, scriverete.

Si tratta di “buon cinema popolare”, il che non significa affatto sciatteria recitativa o creativa oppure banalità narrativa, ma, al contrario, essendo il Cinema essenzialmente Divertimento e Spettacolo, è invece un cinema che unisce grazia, talento, qualità e sano divertimento. Si tratta di una bella commedia elegante, buffa e divertente che conferma che humoured intelligenza possono coesistere con successo, servita per di più, da un castingdalla notevole capacità comunicativa. Un film che, nello scenario di una programmazione dominata solo da Blockbusterse da film insignificanti e stereotipati, avrebbe meritato una visibilità maggiore.

Il giovane autore e regista franco-britannico Alexis Michalick, dopo averla già portata con successo in teatro, trasferisce, con abilità e talento, sullo schermo la storia della genesi creativa del capolavoro di Rostand. Come già aveva fatto J. Madden nel 1999 con Shakespeare in love, anche in questo film, il regista, pur con qualche licenza e fantasia rispetto alla verità storica, ci fa entrare dietro le quinte per illustrarci e farci vivere il caotico, comico ed imprevedibile percorso del processo creativo di un capolavoro. In genere gli adattamenti cinematografici di piècesteatrali producono film imprigionati nella piatta logica del “campo/controcampo” ed in allestimenti con scenografie piatte e limitate. Il nostro autore è invece abile nell’evitare di fare solo del teatro filmato. Il film è infatti tutt’altro che statico, anzi, al contrario, ha un ritmo molto elevato, un montaggio mozzafiato, una scrittura briosa e dialoghi intelligenti e frizzanti ed infine un apprezzabile gusto nell’uso della cinepresa mobile. Per di più arredi, costumi e locationsimpeccabili ci regalano anche un affresco lussuoso e credibile della Parigi della Belle époque.Al buon risultato generale del lavoro contribuisce certamente Thomas Solivérès, eccellente nel rendere la giovanile fragilità, gli imbarazzi e le esaltazioni creative di Edmond Rostand. Con lui bravi tutti i secondi ruoli, tutti perfetti e divertenti nei loro personaggi.

Cyrano, mon amour è dunque un film intelligente e divertente, brioso e ricco di spirito e humourmalizioso che da spazio alla verità delle emozioni, un film in cui ci si può anche commuovere alla fine dell’ultimo atto. Una commedia fresca e vivace, forse poco profonda e con qualche clichè, a voler essere proprio ipercritici, ma sicuramente un puro piacere visivo apprezzabilissimo. Un buon cinema che non ha bisogno di ricorrere ad effetti speciali o di colpire lo spettatore allo stomaco.

data di pubblicazione: 25/5/2019


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TUTTI PAZZI A TEL AVIV di Sameh Zoabi, 2019

TUTTI PAZZI A TEL AVIV di Sameh Zoabi, 2019

Salam, uomo senza qualità, fa il pendolare tra Gerusalemme e Ramallah (la capitale amministrativa dell’Autorità palestinese), dove lavora presso lo zio produttore televisivo palestinese adattandosi a qualunque necessità sul set di una soap opera anti israeliana che si realizza con pochi mezzi e grande successo di un pubblico trasversale. Senza volerlo e senza averne le capacità, finirà con diventare l’autore di Tel Aviv in fiamme trovando anche l’insperato amore in un finale ottimistico.

 

In tempi davvero grami per le commedie intelligenti, non fatevi sfuggire un piccolo gioiello, nel quale ci eravamo imbattuti nella sezione Orizzonti della 75° Mostra del Cinema di Venezia. Parliamo di Tutti Pazzi a Tel Aviv, una pellicola che ha il pregio di far divertire con garbo su un tema drammatico come il conflitto israelo-palestinese. La trama è un mix di spie, hummus, militari machisti, amori irrealizzati, set alla Boris, che si sviluppa dietro le quinte di una fiction dai grandi ascolti traslata nella la quotidianità di un paese diviso. Con tanto di check point che diventa luogo nevralgico delle vite dei protagonisti (avverranno lì gli incontri fra l’imbranato sceneggiatore palestinese e il militare israeliano pronto a ri-scrivere un soggetto che aggiunge romanticismo a quello che è il personaggio in cui si identifica nella fiction). Siamo quindi dalle parti, non nuove peraltro, del cinema nel cinema (nella fattispecie la tv), ma, il doppio piano è solo il riuscito pretesto per consentire al regista (nato nel 75 in un piccolo villaggio palestinese, Iksal), attraverso l’arma di un umorismo surreale e persino  kitsch, di suggerire soluzioni per una narrazione realmente diversa da quella delle pieghe del reale conflitto. La pellicola si concluderà infatti con un consapevole happy end, evidentemente, aperto al dialogo, tra i due popoli oggi contendenti. Riuscire a ridere e a far ridere alle spalle di una contesa fra le più laceranti dei nostri giorni è il grande merito di Sameh Zoabi, nella doppia veste di regista e sceneggiatore, alle prese con un plot e ingranaggi sempre fluidi e mai beceri, sempre in bilico e senza schierarsi mai troppo apertamente per una delle due parti. La trama è godibilissima e ricca di spunti originali sia pure all’interno di schemi comici già collaudati. Aiutano il regista interpreti ben caratterizzati nei rispettivi ruoli: su tutti il protagonista, Kais Nashif (lo spaurito Salam, che fa pensare al nostro Troisi), premiato come miglior attore a Venezia per la sezione Orizzonti, la bella Lubna Azabal (la fascinosa spia araba, finta francese) e Nadim Sawalha, il militare cialtrone. Gli altri comprimari (dai nomi complicati) non sono da meno, come pure montaggio, fotografia e colonna sonora a completare la riuscita messa in scena di una commedia, un ricco affresco, a tratti surreale ma sempre godibilissimo.

data di pubblicazione:24/05/2019


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DOLOR Y GLORIA di Pedro Almodòvar, 2019

DOLOR Y GLORIA di Pedro Almodòvar, 2019

Un film maturo. Bello. Incredibilmente pacato. Una descrizione perfetta di come le nostre origini ed il nostro antico sentire giuochino un ruolo fondamentale su ciò che diveniamo. Banderas nella sua migliore interpretazione, supportato da un cast di attori di primissimo livello.

 

Salvador Mallo è un famoso regista, ancora molto amato dalla gente, conosciuto in tutto il mondo, ma oramai senza più ispirazione. Vive solo, “ascoltando” il malessere fisico ed interiore che nasce dalle innumerevoli patologie che hanno colpito il suo corpo, segnato anche da un delicato intervento alla colonna vertebrale. Il senso di vuoto che prova nel non riuscire più a scrivere e a dirigere un film, è a tratti colmato da tutta una serie di ricordi a partire da quelli della sua infanzia segnata da molte presenze femminili e da sua madre, donna energica ed infaticabile scomparsa da appena due anni, ma anche da Federico, il suo primo ed indimenticato amore al cui ricordo si affianca quello infantile del suo primo vero desiderio (El primer deseo, titolo nel titolo del film) che solo oggi gli appare chiaro, nitido ed ancora palpitante. La creazione artistica sotto forma di scrittura e di regia cinematografica sono la sua unica terapia, ma Salvador non riesce più a creare; alla disperazione ed alla rabbia per questa deriva che ha colpito la sua mente, Salvador preferisce la solitudine affollata solo dai ricordi, che pian piano riaffiorano regalandogli momenti di inaspettata felicità. L’infanzia trascorsa in un piccolo paesino di provincia ricco di sole, con due genitori poveri che decidono di mandarlo in seminario per garantirgli un’istruzione, l’arricchimento negli anni adulti a Madrid in cui esplode prepotente la passione per il cinema e per Federico che, assieme, rappresentano la sua “dipendenza”, come recita il titolo di una sceneggiatura parcheggiata da anni sul desktop del suo computer.

Amore è ciò che traspare dal nuovo film di Almodòvar, solo amore e null’altro: amore per la vita, per il cinema, per la scrittura, per la luce, per i colori, per le canzoni (magnifica la scelta sul brano del 1961 Come sinfonia interpretato da Mina). Commuove questo Pedro maturo e privo di eccessi, che si mette a nudo come non mai, fragile ma anche consapevole di aver avuto molto o quanto meno tutto ciò che maggiormente desiderava dalla vita. Inevitabile non provare ad immedesimarsi profondamente in quei ricordi che rappresentano l’ossatura di ciò che Almodòvar è diventato. Un film diverso da tutti gli altri, sull’importanza delle proprie radici, scacciando tuttavia la nostalgia dei ricordi.

Banderas non è Almodòvar nelle fattezze fisiche, quanto la materializzazione dei suoi sentimenti e del suo animo: è Pedro senza assomigliargli fisicamente ed è bravissimo, un vero e proprio alter ego segnato da malattie che l’eroina può tentare di placare, ma che solo l’arte del cinema e dello scrivere possono guarire, in un film dal linguaggio semplice, maturo e consapevole, semplicemente da non perdere.

data di pubblicazione:18/05/2019


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RED JOAN di Trevor Nunn, 2019

RED JOAN di Trevor Nunn, 2019

L’anziana Joan Stanley, fisica nucleare che aveva collaborato negli anni quaranta alla sperimentazione della bomba atomica negli uffici britannici della Tube Alloys, viene arrestata e accusata di spionaggio per aver a suo tempo fornito ai russi informazioni riservatissime sul progetto. Durante l’interrogatorio la donna racconta della sua vita a partire dal periodo in cui studiava a Cambridge, della sua attrazione per il comunista Leo Galich e di ciò che l’aveva indotta a collaborare con i servizi segreti sovietici. Tutto a fin di bene…

 

Una sempre più agguerrita Judi Dench, nei panni della protagonista del film di Trevor Nunn, interpreta una storia vera, ma soprattutto umana, dove si combinano tutti gli ingredienti di una spy story insieme a qualcosa che tocca il sentimento comune del “far del male a fin di bene”. Joan Stanley non è altro che Melita Norwood, definita la ragazza del KGB in quanto considerata una pedina importantissima dello spionaggio sovietico che permise ai russi di poter realizzare la bomba atomica, bilanciando così con gli Stati Uniti la corsa agli armamenti nucleari. In effetti Joan la rossa, non tanto per il colore dei capelli quanto per le sue pseudo simpatie comuniste, se all’inizio mostra fedeltà alla Corona di sua Maestà Britannica nel non rivelare le notizie segrete richieste dal giovane Leo Galich (Tom Hughes) del quale era innamorata, poi cede per una questione morale quando apprende dei disastri di Hiroshima e Nagasaki. Alla fine degli interrogatori, intramezzati da lunghi flashback in cui si rivela la bravura di Sophie Cookson nei panni di Joan da giovane, viene fuori che il passaggio delle informazioni era un atto dovuto a fin di bene perché non era corretto che solo gli americani potessero disporre a proprio piacimento di quell’arma letale.

Nonostante gli sforzi del regista, che ha cercato per quanto possibile di attenersi ai fatti attingendo dal romanzo La ragazza del KGB di Jennie Rooney, e nonostante l’ottima interpretazione delle due Joan, la storia tuttavia non prende spessore e rimane quasi sospesa, incompiuta, forse anche poco credibile. Il film, ambientato negli anni quaranta in pieno conflitto mondiale, ci vuole parlare di etica politica, di distensione dopo una guerra fredda tra le superpotenze durata anni, di un buon senso per aggiustare gli squilibri internazionali, il tutto imbastito in un plot che, pur non funzionando alla perfezione, ha almeno il merito di non annoiare troppo.

Grande esperto del teatro di Shakespeare, Trevor Nunn ha diretto nel tempo vari film che non si possono certo annoverare tra i capolavori della cinematografia internazionale e Red Joan ha tutti i presupposti per seguire la medesima sorte.

data di pubblicazione:18/05/2019


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SARAH & SALEEM – Là dove nulla è possibile di Muayad Alayan, 2019

SARAH & SALEEM – Là dove nulla è possibile di Muayad Alayan, 2019

Il sottotitolo con cui questo film è arrivato nelle nostre sale dice molto, forse tutto, di ciò che “non può accadere” in una terra dilaniata da un clima di costante tensione, come quello che caratterizza i rapporti tra Israele e Palestina.

 

L’israeliana Sarah è sposata con un ufficiale dell’esercito e gestisce un bar a Gerusalemme Ovest; Saleem, anche lui sposato e prossimo padre, è palestinese e vive a Gerusalemme Est dove fa il fattorino per un panificio. I due, pur non trascurando le rispettive famiglie, hanno una relazione che di fatto si limita a fugaci rapporti sessuali consumati all’interno del furgoncino che l’uomo usa per il suo lavoro. Sarah e Saleem sono due persone che “politicamente” parlando non dovrebbero stare insieme ma che invece non considerano affatto questo aspetto delle loro vite: il loro “tradimento” privato si trasformerà incredibilmente in un caso politico e sociale di dimensioni inimmaginabili.

Palestinese doc, ma con una formazione cinematografica americana, Muayad Alayan con Sarah & Saleem realizza un piccolo capolavoro costruito su una sceneggiatura, curata da suo fratello Rami, perfetta, che non cade nei soliti cliché della storia d’amore impossibile, sullo sfondo degli attriti sanguinosi tra israeliani e palestinesi. Ma ciò che affascina e appassiona di più, di questo vero e proprio gioiello cinematografico, è il peso delle circostanze casuali che trasformano una semplice infedeltà coniugale in qualcosa che sfugge a qualunque controllo, in un meccanismo dove i tasselli della storia sembrano incastrarsi alla perfezione per arrivare ad un risultato quanto mai imprevedibile e per dimostrare, ancora una volta, come in questa terra massacrata nulla sia veramente possibile.

Lo scontro titanico tra le due donne coinvolte, Sarah e Bisa, la giovane moglie di Saleem in attesa del loro primo figlio, rappresenta il fulcro del film: sono loro le vere protagoniste della storia e saranno loro a trovare una soluzione non banale, e di certo non priva di sofferenza, mentre agli uomini non rimarrà che scontrarsi per fomentare un odio che non sembra avere soluzione di continuità.

Il film trova ispirazione da una storia vera e riesce a tratteggiare, in un’ambientazione dove ogni singola scena ci parla di conflitto razziale e di soprusi, il ritratto di due donne molto diverse, rivali in amore ma entrambe vittime, che hanno tuttavia il coraggio di lottare insieme per far emergere la verità, sfidando ogni possibile conseguenza.

Presentato in anteprima italiana al Bari International Film Festival, il film ha già riscosso importanti premi con ampi consensi di critica e di pubblico. Da non perdere.

data di pubblicazione:08/05/2019


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IL CAMPIONE di Leonardo D’agostini, 2019

IL CAMPIONE di Leonardo D’agostini, 2019

Matteo Rovere e Sydney Sibilla con i loro film hanno contribuito a delineare una nuova e brillante corrente nel panorama del cinema italiano: basti pensare a Veloce come il Vento e a Smetto quando voglio. Questa volta, con la loro casa di produzione Groenlandia, in veste di produttori, hanno dato la possibilità all’esordiente Leonardo D’agostini di portare sugli schermi, e con successo, una pellicola commerciale ma di qualità, che riesce ad abbracciare il gusto di una vasta platea di spettatori senza distinzione di genere, seppur ambientata in ambiente calcistico, concorrendo un po’ a risollevare le sorti del cinema di casa nostra in perenne crisi creativa ed esistenziale.

 

Christian Ferro (e non poteva che chiamarsi così!) è un asso del pallone del nuovo millennio: una vera e propria pop star, con ingaggi plurimilionari non solo in veste di campione dell’A.S. Roma, ma anche come immagine di spicco di pubblicità e sponsorizzazioni di ogni genere. Christian (figura quasi “mitologica” dalle fattezze, gli atteggiamenti ed il talento di Cassano, Totti, Ronaldo e Balotelli messi assieme) è del Trullo, un quartiere popolare di Roma. Orfano di madre e con un padre nullafacente a carico, Christian è circondato da un insieme di amici veri e no, che gli ruotano attorno come pescecani pronti ad azzannare le briciole (e anche più) di ciò che riesce a divorare nella sua giovane esistenza di ventenne: dalle Lamborghini di ogni foggia e colore con cui spesso fa dei clamorosi incidenti, agli abiti firmati, dalla villa hollywoodiana con piscina, alle frotte di ragazze immagine adoranti e ai ristoranti penta stellati. Il suo talento, al pari della sua spavalderia, lo identificano ovunque lui vada, e quando uno dei suoi amici d’infanzia lo apostrofa con un “te sei ripulito”, il suo onore ferito da ex ragazzo romano di periferia lo induce a commettere l’ennesima bravata che il Presidente della sua squadra (interpretato dal grande Massimo Propolizio) non potrà perdonargli. Dimostrerà di mettere la testa a posto studiando per prendere (e si spera anche raggiungere) la maturità o verrà punito con la tribuna a vita?

Christian Ferro è incarnato da Andrea Capenzano (classe 1995) che, dopo Tutto quello che vuoi e La terra dell’abbastanza, conferma la sua stupefacente bravura; mentre un maturo Stefano Accorsi, misurato e generoso nei panni di Valerio Fioretti ex professore di liceo squattrinato e tormentato da un passato ingombrante, è colui che si assumerà l’onere e l’onore di insegnargli ad apprezzare le materie scolastiche, al pari di quanto nel “Ferro fenomeno” ci sia ancora tanto di quel ragazzo del Trullo che ha più paura di restare solo che di perdere soldi e notorietà.

I personaggi di Valerio e Christian non sono certo originali cinematograficamente parlando, ma la complicità tra questi due attori sono la vera forza del film: entrambi non sconfinano, non prevaricano, ma si compenetrano, in una perfetta sinergia che fanno di questo film, dalla trama semplice e forse un po’ scontata, una pellicola sulla maturità e sull’amicizia da vedere ed apprezzare, una vera sorpresa anche per chi, come chi scrive, di calcio non se ne intende affatto.

data di pubblicazione:04/05/2019


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