VICE – L’UOMO NELL’OMBRA di Adam Mc Kay, 2019

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA di Adam Mc Kay, 2019

Da semplice operaio del settore elettrico ad Amministratore Delegato della potente Halliburton, a Vice presidente degli USA con ampie deleghe. Il film ripercorre la straordinaria carriera di un uomo senza grandi scrupoli come Dick Cheney, nell’ombra, vero artefice della politica americana sotto la presidenza di G.W. Bush.

Già apprezzato regista della Grande Scommessa, sapida commedia nera arricchita dalle interpretazioni di Christian Bale e Amy Adams, Adam Mc Kay, cinquantenne regista e sceneggiatore di Philalphia, si ripete affrontando un tema più impegnativo, la biografia di un discusso artefice, sotto traccia, della politica americana, Dick Cheney. Ancora una volta, lo fa alla sua maniera: la satira spinta e una regia spiazzante e variegata nel ritmo e nelle invenzioni. Ancora una volta, utilizzando i suoi attori feticcio, uno straordinario e camaleontico Bale (Cheney in tutte le età e in tutte le stazze) e una perfetta Amy Adams (Lynne, l’affidabile e ambiziosa compagna di una vita), affiancandogli altri grandi interpreti, tutti candidabili agli Oscar, quali Steve Carell (nel ruolo di Donald Rumsfeld) e Sam Rockwell (uno stralunato G.W. Bush). La pellicola segue il percorso di Cheney dall’arresto per guida in stato di ubriachezza, agli stimoli a cambiar vita offertigli dalla ancor giovane e ambiziosa fidanzata, ai primi timidi contatti con la politica nel partito repubblicano (sarà il fedele portaborse di Donald Rumsfeld) alla costante ascesa nell’olimpo della vita politica ed economica ai tempi del modesto e impacciato G.W. Bush.

Seppure con qualche momento di stanca, forse acuito dalla voce del narratore che vorrebbe rappresentare l’americano medio (destinato, fra l’altro ad un finale che non rivelo…), il film è qualcosa di totalmente differente da altri analoghi biopice, nella sostanza, l’occasione per una rappresentazione, forse crudele e impietosa, ma certamente realistica  di un ‘America dove non ci sono nobili ideali (emblematica la clamorosa risata di Rumsfeld  in risposta alla domanda del giovane Cheney: “ma noi in che cosa crediamo?”) ma solo mezzi anche perversi per raggiungere il potere e il denaro ad ogni costo.

Ecco allora che il film se da un lato è “solo”la storia del più giovane capo gabinetto della Casa Bianca (durante l’amministrazione Ford), ex giovane sbandato, “salvato” da Lynne Ann Vincent e assurto a cariche sempre più prestigiose e remunerate, dall’altro è un percorso della vita americana politica e non che ripercorre eventi che hanno coinvolto il mondo intero con conseguenze spesso catastrofiche. Ribadisco, tuttavia, che il tono della narrazione è lieve e disinvolto, spesso arricchito di momenti anche divertenti, anche se le didascalie che accompagnano i titoli, ci riportano alla triste storia degli ultimi anni. Ci ricordano, ad esempio, l’invasione dell’Iraq costruita al tavolino su prove inesistenti che costò la morte ad oltre 30 mila soldati americani e a quasi 600 mila civili iracheni… Verrebbe da esclamare col cinismo di Cheney: È l’America bellezza!

La pellicola di Mc Kay, dunque, è molto densa: anche grazie ai grandi interpreti, tutti da Oscar nelle varie categorie, il risultato è un film, raffinato, un tantino verboso, ma che fa pensare e non lascia indifferenti.

data di pubblicazione: 5/1/2019


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VAN GOGH –  SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ di Julian Schnabel, 2019

VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ di Julian Schnabel, 2019

“Dio è natura, e la natura è bellezza” in queste parole pronunciate da Van Gogh (Willem Dafoe) è riassunto tutto il significato e la vera chiave di lettura con cui il cinquantenne e talentuoso regista americano Julian Schnabel ha inteso rappresentare il rapporto con la natura del pittore olandese negli ultimi tormentati ma anche fruttuosi anni della sua vita. Anni spesi tutti fra le campagne di Arles nel sud della Francia, alla ricerca ossessiva della giusta luce e del giusto sole per i suoi paesaggi, fra gli incontri scontri con Gaugin e fra continui ricoveri e dimissioni dal nosocomio di Saint Remy.

 

Schnabel si è affermato giovanissimo con un film su un altro pittore maledetto, Basquiat nel 1998, ha poi vinto ai festival di Venezia e di Cannes fino all’Oscar come migliore regista nel 2008 con il suo Lo scafandro e la farfalla. Appassionato ed apprezzato pittore oltre che regista, l’autore ci racconta, con cognizione di causa e dichiarata empatia, tutte le difficoltà dell’essere pittore, del dipingere la Natura, la ricerca dell’attimo di follia sottostante l’esplodere della scintilla creativa/artistica. Come da sua dichiarazione resa durante l’ultimo Festival del Cinema di Venezia, il suo intento era proprio di centrare il suo racconto sul “significato e sul tormento dell’essere artista”. Il film può quindi essere tutto qui, non siamo però davanti ad un classico biopic, anzi siamo ben lontani, forse anche per qualità, da quelli che lo hanno preceduto: Brama di vincere del 1956 di V. Minnelli, con un indimenticabile K. Douglas, e dal più recente Vincent e Theo del 1998 di R. Altman, e poi ovviamente, lontanissimi dalle tante produzioni più o meno divulgative od artistiche sul pittore olandese che unitamente al nostro Caravaggio, per drammaticità delle loro vite, per l’eccezionalità della loro Arte e per l’amore degli appassionati, condivide il record di essere al centro di innumerevoli documentari o fiction in tutto il mondo.

È quindi proprio e solo sulla vicenda dell’essere artista di Van Gogh che si sofferma il regista cercando di renderci con passione e partecipazione gli aneliti della sua anima, la sua sensibilità, l’affannosa ricerca creativa, la complessità ed il tormento della sua fragile personalità. Schnabel si fa però prendere proprio da questa sua passione, da questa sua empatia, tenta di trasmetterci quanto prova l’artista, ed ecco allora che la macchina da presa viene volutamente usata quasi come un pennello, come a voler restituire allo spettatore la follia visionaria del pittore. Abbondano quindi primi piani prolungati, ci sono inquadrature sfuocate, dissolvenze, camera a mano che accompagna l’artista nel suo camminare, quasi pellegrino, fra le campagne ed i boschi alla ricerca dell’attimo e dell’apparizione del Paesaggio, dell’Infinito e dell’Eternità. Ne risulta così, a tratti, quasi danneggiata anche l’intensa e vibrante interpretazione di Dafoe, supportato da un pregevole cameo di una splendida Emmanuelle Seigner. Purtroppo questo eccesso di mentalismo e le contraddizioni di cui sopra rallentano ed appesantiscono il giusto ritmo del film ed incidono fin troppo sul modo di raccontare, riducendo brio ed incisività. Dunque, uno Schnabel sempre autoriale e buono, ma molto lontano dalle eccellenze cui ci eravamo un po’ abituati.

data di pubblicazione:03/01/2019


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SUSPIRIA di Luca Guadagnino, 2019

SUSPIRIA di Luca Guadagnino, 2019

Dopo essere stato presentato in concorso nell’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, finalmente è stato distribuito nelle sale l’attesissimo lavoro di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo film di Dario Argento: più che un remake, Suspiria, a detta dello stesso regista, è un doveroso omaggio a un autore che lo aveva letteralmente impressionato quando, appena adolescente, aveva avuto l’opportunità di vedere al cinema quello che sarebbe divenuto a breve un cult a livello internazionale. Una sfida non facile: trarre ispirazione da un soggetto così conosciuto dai cinefili di tutto il mondo è già di per sé un rischio, soprattutto per il genere horror.

 

Il film di Guadagnino segue le orme indelebili tracciate da Dario Argento in una rivisitazione dove, al di là delle linee fondamentali del plot originario, il regista inserisce del suo dandone una personale lettura in chiave più metafisica, in cui sono coinvolte donne e solo donne, che coesistono nella prestigiosa scuola di danza Markos Tanz ubicata nella Berlino ancora divisa dal muro. Il film è ambientato nel 1977, proprio nell’anno in cui Argento presentò il suo film, in una Germania scossa dai violenti attacchi terroristici della Raf, gruppo terroristico di matrice marxista-leninista chiamata anche banda Baader-Meinhof dal nome dei suoi fondatori, che il regista ha voluto porre come sfondo all’azione misteriosa che si svolge all’interno dell’Accademia. Fondamentale la figura della coreografa Madame Blanc, una magnetica ed eterea Tilda Swinton alla sua ennesima collaborazione con il regista, in una evocazione della grande Pina Bausch, la cui scuola ha decisamente rivoluzionato il concetto di danza contemporanea, ed intorno alla quale gravita l’apprensione emotiva che accompagna l’intero film. Il tema centrale è quello della stregoneria e della magia nera che ci riporta ad alcune riflessioni sul concetto dell’illusione e dell’ultraterreno, con uno sguardo particolare alla funzione delle donne, tema che sin dai primi fotogrammi è sintetizzato in una frase contenuta in un quadro “Una madre è una donna che può sostituire tutti ma non può essere sostituita”, e che si riallaccia al concetto di Mother nella trilogia di Argento.

Un mix quindi tra horror e stregoneria con uno sguardo anche alla psicoanalisi dal momento che tra i personaggi spicca la figura del dottor Klemperer interpretato da Lutz Ebersdorf, storico psicoanalista degli anni sessanta attivo anche nel teatro sperimentale di quegli anni.

Comunque il film rimane sicuramente una concreta testimonianza dell’universo femminile e dei suoi misteri, tema che come dichiarato dallo stesso regista in conferenza stampa a Venezia, trova ispirazione nella cinematografia del grande regista e drammaturgo Rainer Werner Fassbinder, uno dei maggiori esponenti del cinema tedesco moderno.

Suspiria si può considerare un esperimento realmente riuscito solo se non lo si vede come un fedele remake del capolavoro di Dario Argento: Guadagnino ha voluto seguire un suo stile personale cercando di affrontare per la prima volta il genere horror, con un taglio diverso e scevro da qualsiasi condizionamento. Nonostante l’eccessiva durata, il film non annoia grazie anche alla ricercatezza della fotografia e degli effetti speciali che lasciano lo spettatore con il fiato sospeso, coinvolgendolo in terrificanti tensioni emozionali. Bravissime le giovani interpreti, tra cui va menzionata Dakota Johnson nella parte della protagonista Susie Bannion, attrice oramai di fama internazionale dopo che nel 2015 ha vestito i panni di Anastasia Steele in Cinquanta sfumature di grigio di Sam Taylor-Johnson.

data di pubblicazione:03/01/2019


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BEN IS BACK di Peter Hedges, 2018

BEN IS BACK di Peter Hedges, 2018

Una madre, un figlio, l’amore indissolubile che li tiene legati, l’inferno della tossicodipendenza che trasforma le persone ma non i sentimenti.

 

È la vigilia di Natale. Holly Burns (Julia Roberts) e la sua famiglia allargata si preparano per la rappresentazione annuale in chiesa, per i regali, per la cena in cui ogni ingrediente deve essere quello giusto. Manca solo un tassello allo splendido mosaico che si va componendo: manca Ben (Lucas Hedges), il figlio maggiore di Holly, che sta cercando di disintossicare il suo corpo e la sua anima dal terribile demone della droga. Così, quando Ben si materializza di fronte alla porta di casa, Holly non riesce a trattenere le sue lacrime di gioia. La sua seconda figlia Ivy (Kathryn Newton) e il suo secondo marito (Courtney B. Vance), invece, sono terrorizzati: hanno paura che Ben non sia pronto, che non sia ancora capace di mantenere le sue promesse, che la droga tenga ancora in ostaggio la parte migliore di un ragazzo cui è stata rubata la spensieratezza dell’infanzia e della gioventù.

Holly e Ben raggiungono un accordo: Ben potrà restare a casa solo ventiquattro ore, poi tornerà nella comunità presso la quale sta faticosamente portando avanti il suo programma di disintossicazione. Holly si divide tra la gioia e il sospetto, tra l’amore della madre di Ben e il terrore della madre di un tossicodipendente.

Il ritorno di Ben, in effetti, non si rivela privo di conseguenze. A seguito di un incidente in casa, Holly e suo figlio inizieranno uno spasmodico viaggio proprio durante la notte di Natale: un viaggio che per Holly somiglia molto a una discesa agli inferi, che la porterà a guardare negli occhi le persone e i luoghi, colmi di disperazione e di degrado, in cui Ben ha trascorso buona parte della sua giovane vita. Holly imparerà a conoscere meglio suo figlio e, soprattutto, il temibile potere oscuro dell’eroina. Nonostante tutto, però, resterà la madre di Ben, pronta a rischiare anche la sua vita pur di essere presente quado suo figlio avrà bisogno di lei.

Ben is back, seguendo le cadenze di una parabola del figliol prodigo in versione contemporanea, è certamente un film che si caratterizza per una buona scrittura, a cui però manca un tratto che lo caratterizzi in maniera decisiva: l’impressione è quella di un racconto, pur nel complesso godibile e, nell’ultima parte, commovente, che non riesce a raggiungere le vette del film “da incorniciare”. Inappuntabile e da applausi la prova di Julia Roberts, il cui volto è capace di raffigurare l’intera gamma delle emozioni da cui è travolto il suo personaggio: la felicità, la paura, l’orgoglio, il coraggio, la disillusione. Non sempre all’altezza il coprotagonista Lucas Hedges, diretto dal papà Peter, che, per contro, non riesce a reggere il peso delle innumerevoli ed eterogenee sfaccettature che affrescano un personaggio indubbiamente complesso.

Un film da vedere, dunque, se non altro per il “coraggio” di riportare sul grande schermo il tema della tossicodipendenza, molto di moda negli anni Novanta e rispetto al quale è bene che (almeno) il cinema non spenga i riflettori.

data di pubblicazione: 30/12/2018


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TROPPA GRAZIA Gianni Zanasi, 2018

TROPPA GRAZIA Gianni Zanasi, 2018

La giovane geometra Lucia (Alba Rohrwacher), ragazza madre dell’adolescente Rosa, tenta di sopravvivere e di rimanere a galla barcamenandosi in piccoli lavoretti che talvolta lei stessa, nonostante la sua figura femminile esile, graziosa ed angelica, si trova in buona fede ad “estorcere” imponendo consulenze o pareri alle direzioni di cantiere in cui si intrufola mossa, in primis, dall’irrefrenabile voglia di far bene e garantire che l’edificazione, il progetto siano in regola con le regole del piano regolatore, delle mappe del catasto e dell’agenzia del territorio.
Nei maldestri e a volte rischiosi tentativi di sbarcare mensilmente il lunario, Lucia viene designata, proprio per la sua disperato bisogno di lavorare, dal sindaco Paolo (Giuseppe Battiston) per mettere “ordine” nelle mappe di classamento di alcuni ettari di terreno della campagna del viterbese dove un suo amico imprenditore (Thomas Trabacchi) dovrà realizzare un impianto alberghiero di lusso. Lucia, la quale ha da poco messo alla porta il compagno Arturo (Elio Germano), si tuffa in questo incarico che ben presto diverrà la fonte dei tormenti della sua coscienza. Lucia si rende conto di alcune irregolarità tra il progetto edile in fase di avvio e la reale conformazione dei terreni interessati dall’imminente edificazione, ma il sindaco le chiede di chiudere un occhio. Non appena si trova costretta a rinnegare i suoi principi di geometra corretta che agisce nel rispetto delle regole, Lucia inizia ad avere delle apparizioni: una giovane Madonna, dai modi talvolta aggressivi, le chiede di bloccare i lavori del progetto e di costruire una Chiesa su quell’area.
Il film, vincitore del premio Label nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del Festival del cinema di Cannes, è una commedia che timidamente, in una chiave a tratti tragicomica, ricorre ad una storia del paranormale per raccontare come ormai la vera normalità – sicuramente in Italia come in altri paesi – sia quella di un modus operandi conforme al non rispetto delle norme, dei piani regolatori, dei vincoli a tutela dell’ambiente e del paesaggio. Tutti lavorano chiudendo un occhio, violando o fingendo di non conoscere il limite della regola posta nell’interesse comune ed ecco che allora deve scomodarsi addirittura la Madonna per rimettere in riga quelle “perle rare” che a discapito della loro esistenza, del successo e dell’affermazione economica personale, agiscono nel rispetto del prossimo e della legalità. Che direzione prenderà Lucia? Cosa si cela sotto quei terreni?
Troppa grazia parte sicuramente da una buona intuizione e regala qualche sorriso grazie alla bravura del cast, a cominciare da Alba Rohrwacher, Elio Germano e il cameo di Carlotta Natoli (nel ruolo della migliore amica di Lucia). Tuttavia, la storia non fluisce, a tratti è troppo lenta, non ha il ritmo che probabilmente con qualche minuto in meno – ad esempio eliminando una serie di dialoghi e momenti spenti e inutili tra i personaggi di Lucia e Arturo (quest’ultimo davvero superfluo nella sceneggiatura) – e con dei migliori effetti speciali sarebbe stato meno banale e più sensato seppure nell’ambito di un racconto del paranormale.
Probabilmente in contrapposizione con il parere della giuria della sezione Quinzaine a Cannes 2018, il film non prende l’attenzione dello spettatore e non convince, salvo per la bravura della protagonista che finalmente veste i panni di un personaggio imperfetto e sorretto da una certa vis comica.
data di pubblicazione: 26/12/2018

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IL GIOCO DELLE COPPIE di Olivier Assayas

IL GIOCO DELLE COPPIE di Olivier Assayas

La storia di due coppie: un editore che deve far fronte alla rivoluzione digitale che investe il mondo della scrittura e dell’editoria, sua moglie attrice di successo (Juliette Binoche), uno scrittore autobiografico, depresso, e la sua compagna (Nora Hamzawi). Un quartetto e, con loro, i loro amici intellettuali parigini, tutti indistintamente, ciascuno a modo suo, in preda a dubbi e perplessità sulle loro scelte di vita e professionali davanti ai cambiamenti che sono costretti a subire e che non sono più in grado di controllare.

 

Film che ho perso alla recente Mostra di Venezia e che ho inseguito poi sui nostri schermi romani. Ma … lo dico subito, una delusione! Assayas è un regista e sceneggiatore francese con oltre 20 anni di carriera e discreti successi, suoi i recenti Sils Maria (2014) e Personal Shopper (2016) accolti entrambi positivamente sia da critica che dal pubblico di cinefili. Questa volta l’autore cambia registro e fa un’escursione nel mondo dell’editoria per parlarci dei mutamenti in atto come spunto per poterci poi parlare anche delle conseguenze dei mutamenti di costume nelle relazioni di coppia. Tutti sono doppi, tutti i personaggi hanno delle doppie vite e dei doppi fini (ben più corretto il titolo originale Double Vies, perché non mantenerlo? Vecchia questione questa dei titoli originali mal tradotti o fuorvianti), di cui il regista ci svela progressivamente segreti, ipocrisie e compromessi. Tutto è doppio: nelle vite, nelle coppie, nei libri autobiografici, nella realtà e nella politica. Il tema è certamente interessante, per l’autore non c’è una verità assoluta, tante infatti sono le possibili messe in scena della vita e tutte sono contraddittorie. Il regista avanza dubbi e domande riflettendo sulla cultura, sulla società che si evolve e sul fallimento della politica e delle utopie. Temi interessanti, ma risultati non certo all’altezza. Tanto pretestuoso è infatti lo spunto di affrontare il mondo dell’editoria, tanto pretestuoso, banale ed aneddotico è poi lo sviluppo filmico che ne consegue. Una specie di divertissement molto radical-chic, tutto intellettuale e fine a se stesso, un giochino che potrebbe, forse, riuscire a toccare le menti degli spettatori, ma non certo le loro emozioni.

Il Cinema francese, si sa, è da sempre un cinema molto “parlato” ove il linguaggio, le parole hanno un ruolo fondamentale, significativo e talora poetico, ma, nel nostro film i personaggi parlano, parlano e parlano senza mai arrivare ad alcun punto, il punto forse è solo il parlare ed il continuare a parlare. Se intenzione di Assayas era poi di voler prendere in giro una certa borghesia parigina persa fra cene e salotti intellettuali in cui si dibatte di argomenti di moda solo nel loro mondo esclusivo, il risultato è, ancora una volta, scarso perché poco convincente, privo del necessario mordente, di raffinatezza ed intelligenza. Al contrario, anche il discorso dell’autore si avvita su se stesso e sul piacere narcisistico di ascoltarsi parlare.

Un po’ poco, un po’ troppo poco direi io, da un autore come Assayas. Il film mostra fin dall’inizio tutti i suoi limiti, sarebbe forse bastato limitarsi ad accennare, invece il regista tende a sottolineare ed ancora a sottolineare cosicchè la storia inizia dopo poco a girare a vuoto, perdendo ogni mordente, salvo che lo spettatore voglia appassionarsi ai dibattiti fra intellò durante le varie cene, tutti eguali e tutte eguali.

Una storia povera, una quasi pigrizia di scrittura e sciatteria di riprese che lascia fin da subito perplessi. Un film decisamente non riuscito nonostante la buona interpretazione della Binoche e della Hanzawi e qualche lampo di humour, o piuttosto, di sarcasmo. Speriamo solo che Assayas torni presto ad essere all’altezza di se stesso con molte meno chiacchiere e più impegno

data di pubblicazione: 26/12/2018


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