UNSANE di Steven Soderbergh, 2018

UNSANE di Steven Soderbergh, 2018

Sawyer Valentini è costretta a lasciare la sua città e il suo lavoro a causa di un uomo che, spinto da una vera ossessione nei suoi confronti, la perseguita. Pur iniziando una nuova vita in un ambiente completamente estraneo, la giovane donna non riesce suo malgrado a lasciarsi dietro le paure incapace soprattutto di distinguere il passato dal presente: tra realtà e fantasia, il suo equilibrio mentale risulta oramai seriamente compromesso. Nonostante il ricovero in un centro medico per disturbi del comportamento, una serie di eventi metteranno gravemente a rischio la sua stessa incolumità.

 

Con questo thriller psicologico che affascina subito lo spettatore trasmettendogli la giusta dose adrenalinica, Steven Soderbergh ancora una volta si insinua nei meandri della psiche umana per indagare quanto si possa essere influenzati da un soggetto esterno in maniera così violenta da non poter più riconoscere ciò che sia la vita reale da quello che invece i sensi riescono a generare come conseguenza di un trauma subìto e irrisolto. Il regista, al pari dell’indimenticabile Alfred Hitchcock, risulta così essere un vero e proprio maestro del brivido lavorando molto sul rapporto psicotico tra la donna ed il suo stalker che riesce a generare in lei uno stato di così forte ansia da compromettere lo svolgimento della sua normale vita quotidiana. La protagonista (Claire Foy) è sicuramente una donna insicura perché costantemente minacciata, ma nonostante ciò riesce a trovare la forza e la determinazione per gestire situazioni a volte senza una apparente via di scampo. Se a tutti i costi si vuole attribuire al film una lettura attuale che riguarda la fragilità della donna contro la prepotenza dell’uomo si è liberi di farlo, ma il soggetto va sicuramente oltre per dimostrare invece quanto l’essere umano sia vulnerabile e spesso soggetto a condizionamenti dai quali difficilmente se ne viene fuori. Sawyer è una donna che rimane vittima non solo del suo aggressore ma anche di un sistema sociale all’interno della clinica dove è forzatamente reclusa e dove tutto sembra congiurare contro di lei, per smorzare il suo istinto di sopravvivenza quando oramai tutto sembra perduto.

Ottima la sceneggiatura curata da Jonathan Bernstein e da James Greer. Un ottimo cast accompagna la credibile interpretazione di Claire Foy (debutto sul grande schermo nel 2011 con il film L’ultimo dei Templari di Dominic Sena).

Curiosità da segnalare: le riprese sono state effettuate dal regista in un brevissimo lasso di tempo con un normale iPhone. Presentato fuori concorso all’ultima edizione della Berlinale, il film ha ottenuto ritorni positivi di critica da parte della stampa internazionale.

data di pubblicazione:16/07/2018


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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO di Yorgos Lanthimos, 2018

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO di Yorgos Lanthimos, 2018

Il cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell) vive felicemente con la moglie Anna (Nicole Kidman) e i due figli Kim e Bob, sino a quando nella loro vita compare Martin (Barry  Keoghan), un sedicenne disturbato che ha perso il padre durante un intervento al cuore effettuato dallo stesso Steven. L’arrivo del ragazzo sconvolgerà l’armonia di cui era pervasa la loro vita.

Il regista greco Yorgo Lanthimos per il suo film si affida alle sue origini culturali classiche, traendo ispirazione da Euripide, il più moderno degli autori tragici greci. La modernità di Euripide consiste nel superamento del conflitto uomo-Dio in favore della narrazione dell’uomo comune, con tutte le sue contraddizioni ed i suoi aspetti psicologici; il mito diventa metafora dei problemi profondi che contrappongono uomo a uomo.

Il sacrificio del cervo sacro è un film sul tema della vendetta e della espiazione. La prima scena, l’incipit del film, è il primo piano di un intervento a cuore aperto, un cuore enorme, sanguinolento, macabro nel suo pulsare e reso ancor più drammatico dalle note dello Stabat Mater di Schubert. L’inquadratura anticipa il tema in gioco: il conflitto epocale uomo contro uomo fino all’ultimo battito.

La colonna sonora del film si avvale di due momenti classici, quello dell’inizio di cui si è detto e quello dell’epilogo con La passione di San Giovanni di Bach: per il resto solo musica elettronica più adatta ad un horror come a tratti il film stesso sembra essere, che tuttavia tende a distrarre e confondere lo spettatore, facendo perdere un po’ di intensità alla narrazione. Gli accadimenti, volutamente inspiegabili, concorrono a far crescere un senso di angoscia nello spettatore, con una tecnica che vuole sicuramente ispirarsi a Kubrick.

Respingente, sgradevole per scelta, Il sacrificio del cervo sacro è un tuffo negli abissi più cupi della natura umana, in cui si scontrano il bisogno di razionalizzare di Steven  con l’irrazionale esasperato di Martin.

Film ricco di premesse e aspettative, non tutte purtroppo realizzate, pensato per dissacrare e sorprendere, ma che non raggiunge perfettamente l’obiettivo.

data di pubblicazione:03/07/2018


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DUE PICCOLI ITALIANI di Paolo Sassanelli, 2018

DUE PICCOLI ITALIANI di Paolo Sassanelli, 2018

Felice (Paolo Sassanelli) e Salvatore (Francesco Colella) vivono in un istituto di recupero per persone affette da patologie mentali situato a Minervino Murge, un paesino dell’entroterra pugliese. Felice a causa di un trauma infantile ha lo sviluppo mentale di un bambino di 7 anni, mentre Salvatore è affetto da impotenza: tra i due nasce una profonda amicizia fatta di complicità e tenerezza. Quando Salvatore in un eccesso d’ira ferirà due assistenti e deciderà di scappare, porterà con sé anche l’amico in un rocambolesco quanto metaforico viaggio dal Sud Italia a Rotterdam volto alla ricerca di sé stessi e del proprio posto nel mondo. 

Paolo Sassanelli, a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge Basaglia – 13 maggio 1978 -, sceglie il tema del disagio mentale per il suo primo lungometraggio.

Basaglia rivoluzionò la logica dei manicomi, luoghi di controllo sociale dei soggetti considerati deviati (malati di mente, prostitute, sovversivi, omosessuali) con la necessità di restituire diritti, cittadinanza e dignità a persone che per la prima volta venivano considerate fragili e bisognose che qualcuno le aiutasse a riprendere il filo perso della propria esistenza. Felice e Salvatore a Rotterdam saranno ospitati da Anke, una ragazza giunonica, allegra e “non giudicante”: un bagno nelle acque calde di un laghetto islandese in prossimità di un vulcano, simbolicamente amniotiche, sugelleranno la nascita di una nuova famiglia formata dai tre protagonisti, in cui amore e tenerezza serviranno a fugare ogni paura e solitudine.

La narrazione, scritta a 6 mani da Paolo Sassanelli, Francesco Apice e Chiara Balestrazzi, procede sciolta e divertente alternando la commedia al dramma e alla favola. Un film spigliato, ingenuo, pieno di buoni sentimenti: amore, amicizia, tenerezza.

Nonostante alcune imprecisioni ed ingenuità, e l’inevitabile accostamento del personaggio di Felice a Dustin Hoffman in Rain man, la bravura straordinaria dei due protagonisti fa decollare il film e Due piccoli italiani possiamo considerarlo un inizio incoraggiante per Paolo Sassanelli, che è innanzitutto un valido attore di teatro e di cinema.

data di pubblicazione:22/06/2018


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LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher, 2018

LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher, 2018

Alice Rohrwacher ci racconta una favola moderna, intrisa di poesia ed estetica, con radici che affondano nel passato e si nutrono della lirica di pellicole come Miracolo a Milano, e di ambientazioni che ci riportano ad Olmi e al suo L’albero degli zoccoli. La giovane regista con Lazzaro felice ci esorta a salvare la bontà in quanto valore universale senza tempo né luogo, e le conferisce una fisicità incarnandola in un giovane contadino di 20 anni dallo sguardo dolce ed indifeso, sempre disponibile con tutti, felice di stare al mondo pur non sapendo di chi è figlio, il cui spirito puro e semplice, che crede in valori come l’amicizia ma in un modo quasi sacro, riesce a trasmetterci quel religioso senso di perfezione che appartiene solo a chi da’ senza mai volere nulla in cambio, a chi ama senza pretendere di essere amato.

 

Nella tenuta agricola dell’Inviolata, la cattiva Marchesa Alfonsina de Luna, madre distante di un figlio viziato ed egoista, per coltivare tabacco sfrutta una cinquantina di persone ignare della realtà esterna alla loro comunità contadina, trattandoli ancora come mezzadri dell’Ottocento (e non siamo nell’Ottocento), che ricevono da lei solo la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni, avendo pagliai e stalle come abitazioni, e le notti di luna piena a volte come sola fonte di luce notturna. In questo posto, non ben identificato e dove gli ignari mezzadri parlano un misto di vari dialetti, vive Lazzaro che viene sfruttato dai suoi stessi familiari, fanalino di coda di una catena di sfruttamenti che dalla marchesa si propaga senza soluzione di continuità. Decenni dopo, Lazzaro riapparirà, tornato – per magia o per miracolo come il suo stesso nome ci suggerisce – per cercare quei posti perduti che troverà profondamente cambiati; i suoi compagni sono lì, giustamente invecchiati al contrario di lui per il quale il tempo sembra non essere passato, e ugualmente poveri ma con una indigenza ascrivibile alla nostra contemporaneità. Passato e presente sembrano mescolarsi, ma Lazzaro rimane uguale a sé stesso, incarnazione di un cuore semplice e puro che la riduzione in schiavitù non è riuscito a schiacciare, ma che tuttavia non può sopravvivere all’indifferenza delle moderne metropoli dove non c’è più posto per la purezza d’animo. Solo un lupo, che per antonomasia è un animale cattivo, fiuta la bontà di Lazzaro, la riconosce e corre via libero tra i rumori della città, come avesse raccolto quel testimone per attraversare indenne i mutamenti dell’umanità.

Film da non perdere per comprendere bene dove stiamo andando e, se necessario, operare qualche cambiamento di rotta.

data di pubblicazione:20/06/2018


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LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2018

LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2018

Mirko e Manolo sono due ragazzi di una borgata romana che frequentano svogliatamente l’ultimo anno dell’istituto alberghiero e, a causa della loro giovane età, sono molto più inclini a divertirsi che ad essere concentrati sul proprio futuro. In una dello loro frequenti scorribande notturne i due investono un uomo e, invece di prestargli soccorso, fuggono sconvolti.

L’indomani Mirko e Manolo scoprono di aver ucciso un personaggio di spicco di uno dei due clan malavitosi che si contendono il dominio sulla città, ed entrano così, inconsapevolmente e di diritto, nell’entourage della famiglia mafiosa avversaria a cui hanno fatto il “piacere”. Catapultati nel mondo della droga e della prostituzione, i due inseparabili amici si troveranno a svolgere senza scrupoli gli incarichi che di volta in volta gli verranno assegnati.

Damiano e Fabio D’Innocenzo si sono da sempre dedicati alla scrittura e alla fotografia: hanno successivamente prodotto videoclips, un film per la televisione e uno per il cinema oltre ad un lavoro teatrale; con La terra dell’abbastanza – presentato quest’anno nella Sezione Panorama della Berlinale – sono al loro debutto come registi. Il film segue il filone TV Gomorra che, prendendo le mosse dal film di Matteo Garrone tratto dal romanzo di Saviano, racconta le lotte di clan mafiosi per spartirsi il dominio e poter così trafficare indisturbati nel proficuo campo della droga e della prostituzione. Ancora una volta sono le vite dei giovani ad esserne travolte: Mirko e Manolo uccidono a sangue freddo convinti che l’unica cosa che conti per loro è far bella figura di fronte al “capo famiglia” e riscuotere compensi in denaro. La realtà è quella prevedibile: le borgate delle grandi città (tanto care a Pasolini) e le famiglie inesistenti che si danno da fare come possono per crescere i propri figli, fornendo purtroppo esempi di vita non eticamente raccomandabili ed ai limiti della legalità.

Un plauso va ai due promettenti registi a cui bisogna dare atto di aver confezionato un lavoro tecnicamente ben fatto, in cui i continui primi piani su Andrea Carpenzano (Mirko) e Matteo Olivetti (Manolo) evidenziano la loro indiscutibile bravura, ma il plot non convince noi spettatori, oramai saturi di storie come questa, come non aggiunge nulla di nuovo Luca Zingaretti nella parte del capo clan.

data di pubblicazione:07/06/2018


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LA TRUFFA DEI LOGAN (LOGAN LUCKY) di Steven Soderbergh, 2018

LA TRUFFA DEI LOGAN (LOGAN LUCKY) di Steven Soderbergh, 2018

I fratelli Logan, non curanti della loro sfortuna leggendaria che li perseguita peggio di una maledizione, si apprestano ad organizzare il colpo del secolo alle spese della Charlotte Motor Speedway. Il colpo dovrà avvenire durante la leggendaria gara di auto Coca-Cola 600 e ad affiancare i due fratelli ci sarà Joe Bang (un irriconoscibile quanto spassoso Daniel Craig), esperto in esplosioni che, seppur in galera, troverà il modo di partecipare ugualmente al colpo. Il suo ingrediente “segreto” per costruire una bomba? Due confezioni di caramelle gommose… a forma di orsetti!

E così l’organizzazione del colpo più goffo della storia parte, inframezzato da stupide gare da reginette di bellezza, piloti vanesi che intralciano i Logan nella loro “folle corsa”, due soci in affari alquanto bizzarri e una serie di rocamboleschi incidenti. Su tutto questo indagherà un integerrimo quanto “rigido” agente dell’FBI (interpretato da una irriconoscibile Hilary Swank) che vorrà vederci più chiaro, senza fermarsi di fronte a quelle alquanto scoraggianti apparenze…

Ironia, una buona dose di umorismo e tanta leggerezza sono alla base di questo nuovo film di Soderbergh che, a giudicare dal finale aperto, fa già presupporre un sequel.

Sulla scia delle tre pellicole che hanno narrato le gesta della banda capitanata da Danny Ocean, ne La truffa dei Logan – presentato alla 12^ Festa del Cinema di Roma con il titolo di Logan Lucky – il regista assolda Channing Tatum (con lui in Magic Mike del 2002) nella parte di Jimmy Logan, offeso ad una gamba e fratello di Clyde (Adam Driver), che invece ha perso un braccio in Iraq. È un’America profonda e sempliciona al tempo stesso quella che emerge da questa pellicola, grazie ad un impacciato gruppo di ladri ingenui, certamente non glamour come la banda della trilogia Ocean’s, ma piuttosto con caratteristiche accostabili a certi personaggi visti in qualche pellicola dei Coen.

Divertente, leggero, autoironico (il regista si cita nel film), con brani musicali ben scelti, un finale non banale che ci fa sognare un po’ e senza che neanche tutti i tasselli tornino al proprio posto, La truffa dei Logan è intrattenimento di qualità, distribuito da Lucky Red.

data di pubblicazione:02/06/2018


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