THREE IDENTICAL STRANGERS di Tim Wardle, 2018

THREE IDENTICAL STRANGERS di Tim Wardle, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Il film del documentarista Tim Wardle, che prima di approdare alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival, parla dell’incredibile storia di tre fratelli americani nati il 12 luglio del 1961 da madre single e che, tramite un’agenzia di adozione ebraica, furono dati separatamente in adozione in tre diverse famiglie, di diversi livelli economico-sociali.

 

 

 

Ciascuna delle famiglie dei neonati, ignare che il loro figlio adottivo avesse dei fratelli, accettò dall’agenzia che il loro bambino, per almeno 10 anni, venisse monitorato di tanto in tanto da degli assistenti con il pretesto di voler tutelare la crescita del minore nel migliore dei modi possibile.

La storia non sarebbe venuta a galle se, al compimento del diciottesimo anno di età, due dei tre fratelli non si fossero incontrati casualmente al college: la loro foto, finita su molti giornali, arrivò agli occhi del terzo fratello che si palesò. I tre divennero ben presto delle celebrità, oggetto di interesse da parte della stampa, della televisione e persino Madonna li volle in un suo film. Sul perché i tre fratelli fossero stati separati alla nascita, l’agenzia di adozione rispose che era l’unico modo per garantire loro la possibilità di essere adottati all’interno di una famiglia, cosa difficile se al contrario fossero rimasti uniti. Ma nel 1995, il giornalista investigativo Lawrence Wright pubblicò un articolo in cui rivelò che i tre gemelli, assieme ad altre coppie di gemelli monozigoti separati alla nascita, furono oggetto di un lungo studio da parte dello psichiatra Peter B. Neubauer.

Il documentario di Tim Wardle oltre che essere fatto molto bene, è anche molto interessante perché racconta minuziosamente tutta l’intrigata e dolorosa vicenda. Vittime infatti, oltre ai tre fratelli, furono le famiglie adottive, “ingannate” in un periodo in cui la legislazione sulla tutela dei minori aveva sicuramente dei buchi tali da permettere la separazione di tante coppie di gemelli, senza che la cosa fosse ascrivibile ad un reato, seppur ad oggi rimane comunque un atto eticamente riprovevole che ha segnato in modo profondo le loro vite.

Il film dovrebbe essere distribuito a fine dicembre nelle sale italiane.

data di pubblicazione:27/10/2018








FIORE GEMELLO di Laura Luchetti, 2018

FIORE GEMELLO di Laura Luchetti, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)

Il fiore gemello è una rarità ed è un regalo della natura che non può essere separato. Fiore Gemello è la storia di due adolescenti presi a schiaffi dalla vita, che troveranno proprio l’uno nell’altro insieme la forza per riconquistare l’innocenza perduta. Anna, sedici anni è inseguita e minacciata e non riesce a parlare più. Basim è un immigrato clandestino ivoriano alla ricerca di pace e dignità. Insieme intraprendono un percorso che è di fuga e di crescita, di consapevolezza e di dolore ma anche di rinascita. E’ un viaggio anche dentro la natura acerba e misteriosa che protegge e accoglie.

Un immigrato africano clandestino e la figlia di un trafficante di migranti inseguita in maniera ossessiva dall’uomo per cui suo padre lavorava che si è invaghito di lei e la vuole ad ogni costo,si incontrano per caso. Anzi è lui che la protegge da alcuni bulletti. Entrambi sono in fuga dal male. Tutto intorno è più grande di loro. Ma bisogna sopravvivere, bisogna lavorare, bisogna trovare un luogo sicuro per dormire, bisogna proteggersi e bisogna crescere. Ad ogni costo anche attraverso la sofferenza. Non parlano la stessa lingua, vengono da mondi troppo diversi, ma l’affetto e l’amore che progressivamente li lega diventa la loro forza ed il loro futuro. Tutto ciò che accade intorno li aiuta a ritrovarsi e a credere l’uno nell’altro. Un sentiero doloroso che lascia intravedere la luce.

Laura Luchetti ha diretto il suo secondo lungometraggio, Fiore Gemello con un amore infinito trasformando una verità cosi attuale in poesia. Il film in concorso ad Alice nella città, si è aggiudicato già numerosi riconoscimenti, quali una menzione speciale al Toronto Film Festival 2018 e al Festival di Cannes. sarà presto in concorso anche ai BFI London e Busan International Film. La metafora di Anna e Basim (veramente unici i giovanissimi attori Anastasiya Bogach e Kalill Kone), accomunati da uno stesso destino è un percorso di dolore e di rinascita: scopriranno di appartenere allo stesso bulbo e di essere inscindibili, nonostante il passato tormentato ed il futuro incerto accompagnati da una Sardegna bellissima, ancora incontaminata ed impervia che rende la storia ancora più sospesa e magica, evocativa e mistica.

data di pubblicazione:27/10/2018








FRIDAY’S CHILD di A.J. Edwards, 2018

FRIDAY’S CHILD di A.J. Edwards, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)

In una cittadina del Texas Richie Wincott, un ragazzo appena maggiorenne, esce dall’istituto nel quale è stato praticamente dalla nascita. Senza famiglia né riferimenti, deve cercare di far avviare la propria esistenza e guadagnarsi un ruolo nella società, ma non è facile, e il crimine è una tentazione facile, specie se intorno inevitabilmente arrivano le cattive compagnie. Si mette subito nei guai e viene sospettato di essere il fautore di una rapina. Niente sconti, anzi paradossalmente tutto è ancora più difficile visto che il destino lo fa innamorare di una brava ragazza mettendolo crudelmente di fronte a chi senza saperlo ha ferito mortalmente.

 

Friday’s Child, presentato alla tredicesima edizione di Alice nella città nella sezione Panorama, è la storia di un ragazzo confuso e sperduto che prova ad entrare in un mondo che non gli concede alcun appiglio. Richie è un ragazzo problematico, dallo sguardo quasi assente, dalle poche parole, sussurrate quasi sotto voce (straordinaria l’interpretazione di Tye Sheridan). Ancora incapace di poter trovare una propria stabilità inizia a commettere furti e piccoli crimini per poter sbarcare il lunario. Alla sregolatezza della sua vita si mischia poi il tentativo di trovare un lavoro, finché non si intromette nella sua storia l’elemento devastante, Swim che trascinerà in avventure sempre più estreme che porteranno la polizia sulle loro tracce.

L’ultimo personaggio che accidentalmente si incastra nella vita del protagonista è quello di Joan (molto brava l’attrice Imogen Poots), una giovane ragazza benestante che tenta di introdurre Richie nella sua vita. Ma le loro realtà sono troppo lontane per convivere. E quando forse uno spiraglio sembra aprirsi, il crimine commesso lo punisce in maniera ancora più drammatica, senza lasciargli scampo. L’espiazione forse riuscirà a trasmettergli una speranza per dare un senso al suo futuro.

A.J. Edwards disegna un mondo sfocato tra le strade del Texas, fatto di movimenti fluidi e liberi, grandangoli, vuoti e sovrapposizioni di luci e suoni, tra il reale e l’angoscia con lo sfondo di una natura immobile e ostile. Il regista porta sullo schermo il peso di una vita ai margini, la ricostruzione di una verità degradante, ma questo lo fa sempre mantenendo salda la sua percezione artistica delle immagini, facendo così trasparire le influenze subite dal suo maestro Terrence Malick. Angosciosamente innovativo Friday’s Child, vede inoltre coinvolto anche Gus Van Sant in veste di produttore esecutivo.

Un film che rimane attaccato alla pelle. Nonostante tutto si rimane legati ai personaggi fino alla fine, alla ricerca forse di un senso a tutto quello che sta accadendo, fino all’ultimo sospiro finale, fino a quel colloquio devastante e gelido che nello stesso tempo restituisce una dignità ed una ragione di esistere ad entrambi.

data di pubblicazione:27/10/2018








TI PRESENTO SOFIA di Guido Chiesa, 2018

TI PRESENTO SOFIA di Guido Chiesa, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)

Un padre separato, premuroso e concentrato sulla figlia Sofia, anni 10 reincontra una sua vecchia fiamma che non vede da tempo. È il colpo di fulmine tra Gabriele (Fabio De Luigi) e Mara (Micaela Ramazzotti). Lui è proprietario di un negozio di strumenti musicali ed ex musicista che ha abbandonato il sogno di sfondare nel rock per prendersi cura della figlia Sofia (Caterina Sbaraglia), una bambina di 9 anni che in camera insieme ai peluches ha i poster di Deborah Harry. Lei fotografa affermata che viaggia in giro per il mondo, indipendente, single e senza nessun desiderio di maternità.

L’amore sembrerebbe trionfare ma c’è un grosso ostacolo da superare: lei non vuol sentire neanche parlare di bambini. Gabriele decide quindi di nasconderle la presenza di Sofia. L’impresa però non sarà per niente facile e Gabriele finisce per impelagarsi in un pasticcio di bugie e sotterfugi per nascondere la presenza dell’una all’altra.

Dopo Classe Z  Guido Chiesa torna dietro alla macchina da presa per dirigere De Luigi e la Ramazzotti in Ti presento Sofia fortemente ispirato alla sceneggiatura del riuscito film argentino Sin Hijos, uscito in Italia col titolo Se permetti non parlarmi di bambini.

Chiesa, che firma la sceneggiatura con Nicoletta Micheli e Giovanni Bognetti, manifesta l’intento di provare andare al di là dei cliché con l’inversione dei ruoli tra l’uomo che rinuncia alla carriera per mettere la figlia al centro della propria vita e viceversa una donna che di figli non ne ha voglia non solo per dedicarsi appieno al lavoro, ma anche perché i bambini non li può sopportare.

Tra tante tematiche forti e dense un tocco di leggerezza ad Alice nella città.

Il film è a tratti divertente, da domenica pomeriggio, la coppia di protagonisti funziona e Sofia, interpretata dalla bravissima Caterina Sbaraglia, per la prima volta sullo schermo, intenerisce anche per una naturale vis comica che le appartiene , ma risulta poco credibile quello che ruota attorno ai protagonisti. Un tocco più ironico e grottesco probabilmente avrebbe reso il film più interessante.

data di pubblicazione:27/10/2018







AMERICAN ANIMALS di Bart Layton, 2018

AMERICAN ANIMALS di Bart Layton, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Un gruppetto di studenti benestanti, stanchi ed annoiati della loro vita piatta e banale, cercano di uscire dalla pesantezza della routine e fare qualche cosa di eccitante. Pianificano un furto che più folle non si può: rubare un raro libro antico custodito nella biblioteca della loro Università nel Kentucky. Però … nulla va come previsto.

Layton è un giovane cineasta britannico, conosciuto come valente documentarista ed autore di docufiction. Questa sua ultima opera, di cui ha anche scritto la sceneggiatura, è stata già presentata e premiata al Sundance Festival, ed è interamente ispirata ad una storia vera. L’autore ci racconta i fatti connessi con il furto con una capacità evocativa così fuori dal comune che riesce a tenerci legati alla nostra poltrona di spettatori dall’inizio alla fine, facendoci totalmente immedesimare con i personaggi e con il loro progetto. La vicenda è tutta narrata al passato e la narrazione unisce e fonde abilmente in un ottimo amalgama realtà e finzione, vale a dire: ricerca dei fatti e rappresentazione dei fatti stessi. Nel film infatti, pur prevalendo la fiction, i veri protagonisti del colpo sono intervistati e raccontano davanti alla cinepresa lo svolgimento degli eventi reali di ieri, e, contemporaneamente, con costanti cambi temporali, la scena si sposta sulla rappresentazione diretta dell’azione e di quegli stessi eventi con gli attori al loro posto. L’effetto filmico che ne risulta non è solo credibile ed equilibrato ma è anche rimarchevole e godibile grazie ad un montaggio accelerato perfetto, senza alcuna cesura o tempi morti, e ad un ritmo narrativo sempre sostenuto ed incalzante, accompagnato da una musica rock di fondo che scandisce il succedersi dei fatti.

Oltre alla narrazione del furto ed alla satira graffiante di una certa America, quel che veramente sembra interessare all’autore è capire “il perché” degli avvenimenti raccontati. Perché mai dei ragazzi privi di veri problemi abbiano prima potuto pensare e poi addirittura potuto decidere di mettere in moto un tale progetto criminoso, perché mai abbiano voluto provocare il Destino. Forse, perché convinti di dovere avere una vita interessante, e, in assenza, di potersene creare una.

Comunque sia, il film mantiene tutta la struttura degli Heist Movies classici e dei migliori film del genere che lo hanno preceduto, anzi l’autore si diverte a citarli esplicitamente e ad ammiccare a Tarantino, facendo riferimento, non ultimo, anche a Rashomon, il vero ed unico modello di un racconto di testimonianze contraddittorie a seconda di chi narra la “verità” della storia. Apprezzabile infine la capacità di Layton nel dirigere i suoi giovani attori che infatti, sotto la sua guida, sono tutti molto credibili nel rendere evidenti i passaggi emotivi e psicologici dei vari personaggi che passano dalla noia iniziale, all’euforia della fase di pianificazione del furto, al panico durante la fase esecutiva, al senso di colpa e disillusione finale. Da seguire in particolare i talentuosi astri nascenti Evan Peters e Barry Keoghan.

American Animals, pur non sembrandoci all’altezza delle aspettative generate dall’entusiastica accoglienza ottenuta in America, va comunque segnalato perché è pur sempre un piccolo gioiello che rinnova il genere, un buon melange fra film comico e heist movie, una pellicola da vedere e da godersi, convinti che il buon cinema lo si trova sempre più spesso fra i piccoli film.

data di pubblicazione:26/10/2018








MONSTERS AND MEN di Reinaldo Marcus Green, 2018

MONSTERS AND MEN di Reinaldo Marcus Green, 2018

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)

Le violenze, gli abusi e i silenzi della polizia americana, che nasconde dietro la divisa i più odiosi pregiudizi razziali, si incrociano con le storie di tre uomini chiamati a scegliere da che parte stare: perché, nella vita, prima o poi, sempre un momento in cui si può scegliere se restare mostri o divenire uomini.

Danny (John David Washington) è poliziotto nero costretto a fare i conti, malgrado la divisa che indossa, con i pregiudizi legati al colore della sua pelle. Manny (Anthony Ramos) è un giovane padre di famiglia che si divide tra la strada e la ricerca di un lavoro “per bene”. Zyrick (Kelvin Harrison Jr.) è un ragazzo con il talento per il baseball, che, insieme al suo papà, accarezza il sogno del successo da professionista.

Le storie dei tre protagonisti si incrociano e si sfiorano nel momento in cui una notte, in uno dei quartieri “difficili” di Brooklyn (Bed-Stuy), sei poliziotti fermano Darius Larson (Samel Edwards), il nero che tutti conoscono come il gestore del negozio di alimentari all’angolo della strada: sempre pronto a donare un dollaro ai ragazzini, ma anche a rifornire di sigarette di contrabbando chiunque ne faccia richiesta. L’atmosfera diviene nervosa, l’agente Sala lascia partire un colpo di pistola e Darius resta ucciso. Manny assiste alla scena e filma tutto con il suo telefono cellulare: ci vuole ben poco a comprendere che la versione fornita dalla polizia non coincide con quella mostrata dalle immagini. A questo punto i tre protagonisti sono chiamati a scegliere da che parte stare: dalla parte del silenzio codardo ma rassicurante o da quella della verità coraggiosa ma pericolosa; dalla parte dei mostri o dalla parte degli uomini.

Monsters and Men, primo lungometraggio di Reinaldo Marcus Green e già vincitore del premio speciale della Giuria per la migliore opera prima all’ultima edizione del Sundance Film Festival, si confronta con il volto oscuro dell’America, quello in cui il grilletto della polizia è troppo sensibile alla vista di uomini della pelle nera, quello cantato dalla chitarra di Springsteen con American Skin (41 Shots), quello che ancora rappresenta un nodo irrisolto degli Stati Uniti multirazziali ma non sempre multiculturali. Lo stesso volto che, del resto, anche l’Italia si è trovata a mostrare con il caso di Stefano Cucchi, portato sul grande schermo dal film Sulla mia pelle. Non importa che la vittima sia un nero o un “tossico”: la sostanza, in fondo, resta la stessa.

Il razzismo è un ottuso pregiudizio difficile da superare. La 13ma edizione della Festa del Cinema lo ricorda con tutti i registi, con film come The Hate U Give, cui fa da sfondo la stessa tematica di Monsters and Men, o Green Book, con i toni della commedia dal retrogusto amaro. Così come è difficile scoperchiare il vaso di Pandora degli abusi commessi da chi avrebbe il dovere istituzionale di tutelare i diritti dei cittadini. Il film di Reinaldo Marcus Green, tuttavia, pur restituendo uno spaccato di indubbio interesse, non riesce a toccare le corde giuste per convincere fino in fondo. Le storie dei tre protagonisti restano troppo distanti le une dalle altre e la narrazione perde spesso di ritmo, lasciando senza sviluppo alcuni spunti che restano appena accennati.

data di pubblicazione: 26/10/2018