SNOWDEN di Oliver Stone, 2016

SNOWDEN di Oliver Stone, 2016

Dopo i clamori e gli scandali sollevati da Wikileaks, nell’era del digitale e della cyber security dove si tenta di dare attenzione e clamore ai recenti tentativi normo-legislativi di garantire una globale ed effettiva sicurezza al trattamento dei dati personali – dal cd. “Safe Harbour Principles” al cd. “Privacy Shield”, fino al nuovo Regolamento U.E. e alla Direttiva europea “Big Data” -, passando per l’ultimo episodio di hackeraggio di Yahoo, irrompe nella Selezione Ufficiale della XI Festa del Cinema di Roma Snowden di Oliver Stone. 

Il grande regista ha riportato con coraggio, in 134 minuti, i nove anni più importanti – per ora – delle vita di Edward Snowden (interpretato da Joseph Gordon Levitt), il tecnico informatico – cresciuto in una famiglia conservatrice di stampo militare al servizio degli Stati Uniti d’America – che da ideatore di sistemi informatici per la CIA creati per la sicurezza del proprio paese assiste alla silenziosa manipolazione delle sue idee e delle sue invenzioni fino al loro abuso/uso distorto da parte della CIA e poi della NSA e dei suoi uffici “tentacolari” diffusi nel mondo. Dalla graduale e devastante presa di coscienza da parte di Snowden del conflitto di tale abusi con i suoi principi e ideali, il giovane tecnico – grazie anche al sostegno dell’unico “essere umano” estraneo ai lavaggi di cervello impartiti nella CIA e in NSA rimastogli accanto, la compagna Lindsay Mills (Shailene Woodley), personaggio al quale Oliver Stone ha voluto dare risalto cogliendo in lei un ruolo discreto ma fondamentale – da “primo della classe” e miglior tecnico della NSA diviene la voce di una delle più grandi denunce che abbiano mai colpito il sistema di intelligence americano e l’amministrazione Obama. Non era facile raccontare la storia del giovane Snowden e Oliver Stone ha sicuramente tentato il suo meglio per condensare nove anni di storia complessa (rivelata dal protagonista solo ai giornalisti del The Guardian e poi al regista in occasione di segretissimi incontri in Russia dove è esiliato per scampare alle condanne per altro tradimento e antispionaggio), articolata prevalentemente su un linguaggio prettamente informatico/tecnico/ingegneristico, in una pellicola di poco più di 2 ore. Se nella prima parte lo spettatore può appunto soffrire la complessità del sistema in cui Ed. Snowden si ritrovò prima a operare orgogliosamente e attivamente e poi sofferente prigioniero, negli ultimi 40 minuti il thriller si fa decisamente più dinamico e avvincente fino al sovrapporsi di “finzione” cinematografica e frammenti di quanto poi i Media riportarono dal 10 giugno 2013 quando il “più grande spionaggio di massa” venne denunciato al mondo intero. Emozionate la scena in cui irrompe l’applauso del pubblico che assiste alla prima intervista di Ed. Snowden dopo la difficile fuga in Russia dove è riuscito ad avere una seconda vita. Bellissimi i titoli di coda del film – alternati alla descrizione di come la vita di Eduard Snowden è proseguita fino ad oggi – accompagnati dalla canzone composta per Oliver Stone da Peter Gabriel “The Veil” (“il velo”): come a voler sottolineare il protettivo tentativo che con questo film Oliver Stone ha reso affinché gli americani tolgano dai propri occhi, dalle proprie orecchie e dalla propria intelligenza quel velo di affidamento e cieca fiducia in un sistema che per anni ha violato i principi e i diritti di libertà e riservatezza fondamentali di ogni cittadino sotto l’altro “velo” della “giustificazione” della minaccia del Terrorismo.

data di pubblicazione:24/11/2016


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3 GENERATIONS – UNA FAMIGLIA QUASI PERFETTA di Gaby Dellal, 2016

3 GENERATIONS – UNA FAMIGLIA QUASI PERFETTA di Gaby Dellal, 2016

Ramona, perdon Ray, ha sedici anni, si sente un ragazzo e vuole essere un ragazzo come tutti gli altri: indossa pantaloni e maglioni larghi, camice a quadri di pesante flanella e scarponi gialli. A scuola si comporta secondo la sua vera natura, provando sentimenti verso una sua compagna, nel quartiere viene visto girovagare con il suo skateboard, adottando il tipico look di un giovane dell’East Village newyorkese.

Ray (Elle Fanning) vive in una famiglia di sole donne dal momento che sua madre Maggie (Naomi Watts) da anni non ha più contatti con il suo uomo, e la nonna Dolly (Susan Sarandon) vive da sempre un equilibrato ménage con la sua compagna Frances (Linda Emond). Una famiglia, più o meno, come tante altre, che come tutte si trova a dover affrontare il delicato problema della crescita di un figlio adolescente: non tanto nella ricerca del proprio orientamento sessuale, quanto piuttosto nella determinazione di riconoscere la propria identità e prendere atto di essere nato in un corpo che non gli appartiene. Il film di Gaby Dellal si fa subito amare per la delicatezza con la quale vengono affrontate le diverse dinamiche all’interno del nucleo familiare. In casa tutte sono animate da buoni sentimenti e rispettano la decisione, oramai inconfutabile, presa da Ray di iniziare la terapia ormonale che lo spingerà in una nuova dimensione dove non sono ammessi ripensamenti. Tutte, ognuno a modo proprio, sono pronte ad affrontare questa sfida che le impegnerà in prima persona anche a confrontarsi con problemi di identità nei confronti di sé stesse. Film divertente ed intelligente che però nel contempo coinvolge lo spettatore in tematiche che possono risultare anche molto forti per chi è ancora legato a schemi sociali preconfezionati dove c’è poco spazio per la tolleranza e il rispetto delle scelte altrui. La sceneggiatura, curata dalla stessa regista insieme a Nikole Beckwith, è bene equilibrata e mette in risalto l’intero cast che, inutile dirlo, è di ottimo livello. Elle Fanning, bravissima nel ruolo di Ray, è un transgender felice di poter finalmente affrontare comportamenti e tematiche maschili e ci insegna che è bello anche presentarsi a casa con un occhio nero dopo aver fatto a cazzotti per strada.

data di pubblicazione:24/11/2016


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LA RAGAZZA DEL MONDO di Marco Danieli, 2016

LA RAGAZZA DEL MONDO di Marco Danieli, 2016

Giulia cammina con gli occhi bassi senza un filo di trucco, con una lunga treccia che le oscilla sulle spalle di un vestito castigato. Giulia non sembra appartenere a questo tempo dove ci sono facebook e la rete, e infatti non gli appartiene, perché il suo mondo è la comunità (la setta?) dei Testimoni di Geova e tutto quello che c’è fuori è proibito, pena la disassociazione dal gruppo. Giulia è Sara Serraiocco de La ragazza del mondo, un mondo che si lascia sempre più desiderare nonostante i pericoli che gettarcisi dentro comporta.

La ragazza del mondo è la promettente opera prima di Marco Danieli che getta lo sguardo dentro le stanze del Regno dove la comunità dei Testimoni di Geova si riunisce. Oltre a negare le trasfusioni e ad aver ricevuto più di una volta la fatale scampanellata che te ne annuncia la visita, poco sappiamo del modo che hanno di tenere compatto il loro esercito, minacciato a volte dagli ormoni. Sì perché il film, ispirato a una storia vera, racconta di Giulia, della sua giusta sete di vita, di baci e di desiderio carnale, e che trova in Libero, Michele Riondino, il compagno per aprirsi all’impetuosità di questo desiderio.

La vita di Giulia è regolata dalle adunanze, dal proselitismo, schiacciata da genitori che non le permettono nemmeno di pensarsi all’Università, lei che frequenta un istituto tecnico per ragionieri ed è un vero talento per la matematica. Studiare è coltivare un atteggiamento narcisistico, questo le dice il padre, meglio essere assunte dal mobilificio dove sta già facendo uno stage e scordarsi di farsi stregare dagli algoritmi. Ma Libero, appena uscito di galera per spaccio e a cui Giulia offre un lavoro in azienda, la travolge con la sua fisicità, con la sua scanzonata trasparenza che cozza contro le regole che da sempre le hanno imposto, ma che si fa sempre più strada nel suo sangue.

In un cinema italiano attento a storie che si ambientano tra camera e cucina (mi si passi la spiccia definizione per lo stile del cinema nostrano), il film di Danieli invece riesce a dialogare con un contesto sociale più ampio utilizzando il linguaggio del cinema di genere. Anche se racconta in modo meno convincente la deriva della storia, arrivando, per le vicende che riguardano lo spaccio, a snodi narrativi prevedibili, la personalità di Libero riesce comunque a saldare i distinti mondi, sospeso com’è tra il desiderio di una normalità sentimentale dalle tinte melò e l’appartenenza alla strada.

Scritto molto bene, quasi filologico nell’attenzione ai gesti e ai linguaggi che parlano i vari personaggi rendendoli sempre credibili, si affida a volte (colpevolmente) alla musica come riempitivo per una scena già risolta, come se il cinema da solo non bastasse. Invece le immagini sono “giuste”, serrate nonostante a volte si ripetano. Sullo sfondo una galleria umana che racconta una città sdrucita, disoccupata, lontanissima dalle griffes del centro, davvero dirompente quando arriva Pippo Del Bono, uno degli anziani della comunità, bravissimo nel suo ruolo di controllore viscido e vischioso della morale delle ragazze aderenti ai Testimoni, e guardiano implacabile della coesione della setta. L’atmosfera è soffocante, ma Giulia nonostante qualche incertezza, troverà con coraggio la sua strada, una strada che la porta nel mondo, che ha il sapore della libertà e che imparerà a percorrere da sola.

Sia la Serraiocco che Riondino hanno vinto per le loro interpretazioni il Premio Pasinetti a Venezia, dove La ragazza del mondo era in cartellone alle Giornate, essendo davvero coinvolgenti e credibilissimi. Resta a lungo nello spettatore il passo di questa giovane che dal buio dell’indottrinamento, cerca la luce, percorrendo una città che a poco a poco sarà più sua, una città totalmente priva di smalto e raccontata solo nelle sue strade periferiche che Danieli racconta in modo convincente e senza maniera.

data di pubblicazione:22/11/2016


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A SPASSO CON BOB di Roger Spottiswoode, 2016

A SPASSO CON BOB di Roger Spottiswoode, 2016

Una storia di amore e di amicizia tra un artista di strada e un gatto rosso. Una storia sulla forza dei sentimenti. Una storia sulla possibilità di risurrezione e di riscatto.

A spasso con Bob porta sul grande schermo la storia vera di James Bowen, già divenuta famosa per il grande pubblico a seguito del successo dell’omonimo racconto letterario edito da Sperling & Kupfer (titolo originale A Street Cat Named Bob, un milione di copie vendute in Inghilterra e traduzione in in trenta lingue), seguito da altri capitoli della “saga” di James e Bob.

James (Luke Treadaway) ha 27 anni, un passato familiare complicato e un presente segnato dalla dipendenza all’eroina. Si aggrappa con forza alla sua chitarra e alla sua musica, che rappresentano l’unico appiglio in grado di evitare la definitiva caduta nel baratro, tra le viscere delle strade di una Londra capace di trasformarsi in un insidioso percorso a ostacoli per chi è costretto a frugare nella spazzatura pur di svegliarsi la mattina successiva.

Il programma di recupero, il metadone, la solitudine e l’isolamento; poi, finalmente, un’assistente sociale che decide di “scommettere” su James assegnandogli un alloggio popolare. Una finestra lasciata aperta di notte nella sua nuova casa diviene la porta attraverso cui un gatto rosso (il vero Bob, nel ruolo di se stesso) decide di fare irruzione nella vita di James. È affamato, porta sul corpo i segni della strada, non ha una casa: è insomma l’alter ego felino di James.

Le due solitudini si incontrano e si sostengono vicendevolmente. Bob accompagna James nelle sue esibizioni e all’improvviso le strade di Londra divengono più luminose. I passanti sono incuriositi e affascinati dalla strana coppia, le offerte divengono più consistenti, i due nuovi amici possono permettersi una spesa al supermercato che sia degna di questo nome. Bob diviene l’angelo custode di James, che a questo punto trova il coraggio di munirsi di ali per ricambiare il favore. Sia pur con inevitabili difficoltà, James intraprende la via del cambiamento ed esce vittorioso dalla sua battaglia con la vita.

Se si dovesse giudicare A spasso con Bob con il metro esclusivo dell’opera cinematografica, dovrebbe probabilmente rilevarsi il limite di una favola che, sebbene non rinunci alla rappresentazione a volte cruda del dramma della tossicodipendenza, resta troppo spesso in superficie, frenata dalla prevedibilità di certi stereotipi narrativi più vicini alla televisione che al cinema.

Se però si guarda il film di Roger Spottiswoode attraverso il filtro della “storia vera” e, soprattutto, attraverso gli occhi del vero Bob che mostra doti di attore consumato mentre resta saldamente ancorato alle spalle di James e batte il cinque con tenera disinvoltura, allora il giudizio razionale lascia il posto a quello emotivo e A spasso con Bob assume la consistenza di un inno all’amore, alla speranza e alla possibilità di riscatto.

data di pubblicazione: 21/11/2016


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LA VERITÀ NEGATA di Mick Jackson, 2016

LA VERITÀ NEGATA di Mick Jackson, 2016

La professoressa di storia moderna dell’ebraismo Deborah Lipstadt accusa in un suo libro lo storico e saggista britannico David Irvin perché sostenitore di tesi che negano l’Olocausto. Irvin la cita in giudizio per diffamazione ma, secondo il sistema legale inglese, spetta all’imputato l’onere della prova.

 

Il termine inglese denial indica, nel film omonimo diretto dal regista e produttore televisivo Mick Jackson arrivato nelle nostre sale con il titolo La verità negata, colui che nega l’evidenza dei fatti o, come meglio lo definisce la protagonista, un negazionista. La professoressa americana Deborah Lipstadt (Rachel Weisz), parlando in uno dei suoi libri sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, si scaglia contro lo storico David Irvin (Timothy Spall) che sostiene apertamente la tesi che l’Olocausto sia tutta una invenzione ideata da Israele per ricavarne vantaggi economici e politici. Irvin intenta contro la Lipstadt una causa per diffamazione che verrà sottoposta al giudizio di una corte inglese: la particolarità del sistema giudiziario inglese è che l’onere della prova non è, come in America, a carico dell’attore che promuove la causa bensì a carico della parte convenuta. Dunque, Deborah Lipstadt si troverà a dover dimostrare l’infondatezza delle accuse per diffamazione non mediante la prova della verità dei fatti narrati nel proprio libro, bensì mediante la prova degli errori commessi dal negazionista Irvin. Per riuscire nell’impresa, verrà sostenuta dal famoso avvocato Julius, tra i migliori di tutta la City, e dal suo team, la cui strategia difensiva, estremamente accurata e lungimirante, non poggerà sulla schiacciante prova testimoniale dei sopravvissuti allo sterminio di Auschwitz.

La verità negata è un thriller giudiziario che, seppur presenti nella sceneggiatura dei punti di debolezza, si avvale di un buon cast e tratta molto bene il profilo legale e processuale del contenzioso in materia di diffamazione, tema che rende la pellicola particolarmente interessante ed intrigante: senza ricorrere a troppi colpi di scena o ad immagini capaci di sorprendere, il film coinvolge per due ore senza annoiare. Il processo (che realmente durò otto settimane), riesce infatti a calamitare lo spettatore tenendolo abilmente ed alquanto “incredibilmente” con il fiato sospeso, a causa di una palmare incertezza dell’esito che trapela dal volto imperscrutabile del Giudice designato e da alcuni sue inaspettate osservazioni rese in occasione dell’ultima arringa.

Ci troviamo di fronte ad una storia vera come è pur vero, purtroppo, che esistono ancora oggi diversi gruppi estremisti antisemiti che, in quanto negazionisti, affermano il contrario di quanto perpetuato nei lager.

data di pubblicazione:17/11/2016


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FAI BEI SOGNI di Marco Bellocchio, 2016

FAI BEI SOGNI di Marco Bellocchio, 2016

Torino, 30 dicembre 1969. É sera e sta nevicando. Una mamma si avvicina al letto del proprio bambino mentre lui dorme e chinandosi per dargli il bacio della buona notte gli sussurra all’orecchio “fai bei sogni”. Massimo non sa che quel gesto, vissuto da lui passivamente come qualcosa di già appartenente alla sfera onirica, segnerà l’inizio della sua nuova vita senza di lei, che svanirà nel nulla al suo risveglio. Lei, sua mamma, e quella frase sussurrata tanto amorevolmente, saranno per molti anni oggetto di racconti paterni, una sorta di “ricordo filtrato” che condizionerà la sua vita sin nell’età adulta.

 

É arrivato sugli schermi italiani l’atteso film di Marco Bellocchio liberamente ispirato al romanzo autobiografico Fai bei sogni di Massimo Gramellini, giornalista e scrittore, noto anche al grande pubblico televisivo per avere affiancato Fabio Fazio in una famosa trasmissione, divenendo personaggio dei nostri giorni molto amato. Solo un grande regista come Bellocchio poteva raccontare la storia narrata nel libro distaccandosi da esso, perché il Massimo del film non è il Massimo del romanzo, senza tuttavia allontanarsene e stravolgerla, ma dando ad essa la sua personale lettura nel raccontare “un’assenza” ingombrante con cui fare i conti e riconciliarsi. Questa assenza e questo vuoto, riemergono apparentemente per caso, in seguito ad un profetico attacco di panico del protagonista (interpretato da un misurato e taciturno Valerio Mastandrea), come manifestazione di desiderio e nel contempo di paura nello scoprire una verità da sempre negata e distorta. La storia, già nota in quanto il romanzo è del 2012, è raccontata da Bellocchio attraverso un’ambientazione in cui il ricordo ed il sogno si insinuano costantemente nel reale, attraverso la descrizione di una serie di personaggi chiave. Essi rappresentano l’ossatura del ricordo di Massimo oltre ad essere i capisaldi della propria crescita, e servono al regista come filtro per dare la sua personale versione di Fai bei sogni, in cui emerge spesso una mancanza prevalentemente affettiva da parte di chi resta accanto al bambino dopo la morte della madre. Un bravissimo Guido Caprino interpreta il padre di Massimo, distaccato e severo, che non trova mai il momento giusto per rivelargli la verità sulle cause della scomparsa, supportato da una governante che non prova neanche minimamente a colmare questa figura mancante; poi ci sono una coppia di zii, anch’essi allineati all’ideologia dell’omertà nei confronti del bambino, e un professore (prete) che lo esorta al coraggio di vivere senza “se”, ma imparando a farlo “nonostante” (figura questa magistralmente interpretata da Roberto Herlitzka). E poi c’è la vita reale, in cui Massimo incontra alcuni personaggi che ne tratteggiano la professione di giornalista: dall’intervista esclusiva ad un industriale che ricorda la figura di Raul Gardini nel momento del suo tragico epilogo (interpretato da un magico Fabrizio Gifuni), la figura di una madre (Piera degli Esposti) tratteggiata da una lettera del figlio che non la ama indirizzata al giornale al quale Massimo dovrà replicare, sino alla sua esperienza a Sarajevo in cui non potrà fare a meno di fotografare un bambino che non smette di staccare gli occhi dal suo giochino elettronico, pur di non guardare ciò che la vista non può sopportare.
Il film ci porta per mano in una favola adulta, dove i bambini soffrono e i grandi sono colpevoli perché sottraggono affetto invece di darlo, in cui la rigidità di un’educazione cattolica e la negazione della verità prevalgono sul coraggio di raccontarla ma anche sull’umiltà di farlo, segnando inevitabilmente la vita di quei figli, che da adulti dovranno fare i conti con la rabbia di una vita sempre in salita.

data di pubblicazione:13/11/2016


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