VOX LUX di Brady Corbet, 2019

VOX LUX di Brady Corbet, 2019

A prima vista, Vox Lux di Brady Corbet, può apparire un documentario, una pellicola sgranata, una voce narrante (la splendida voce di W. Dafoe), macchina a mano, e poi la narrazione ripartita, dopo un breve drammatico prologo, in varie sezioni riferite ciascuna agli anni presi in esame per le vicende narrate.

 

Il giovanissimo autore, l’americano B. Corbet, appena trentenne e già considerato quasi un mostro sacro in quanto apprezzato talento sia come attore sia come regista fin dal suo primo esordio dietro alla macchina da presa con L’Infanzia del capo, premiato a Venezia nella sezione Orizzonti nel 2015, si concede ora, autorialmente , questi vezzi per affrontare senza inibizioni l’appuntamento con la sua opera seconda presentata in concorso alla Mostra l’anno scorso. L’avvio semidocumentaristico di cui dicevamo è infatti lo spunto originale per il regista per concentrarsi sugli ultimi venti anni, dal 1999 al 2017, illustrando gli eventi che hanno segnato definitivamente il nostro modo di vivere e pensare e che hanno inciso e modificato per sempre i comportamenti sociali e culturali del Mondo Occidentale in senso lato. Come dichiarato in conferenza stampa dallo stesso regista: “il suo è un racconto sulla sindrome post-traumatica dell’Occidente, una riflessione sull’ansia collettiva che ci caratterizza ormai tutti… e… più in particolare, sull’intreccio fra cultura pop, spettacolo e violenza…”

Lo spunto narrativo interessante è la vicenda della giovane americana Celeste (Raffey Cassidy, da adolescente, e poi Natalie Portman, da adulta) sopravvissuta alle ferite riportate durante una strage nella scuola ove studiava e divenuta poi, quasi inconsapevolmente, una pop singer conosciuta ed idolatrata in tutto il mondo, aiutata con dedizione costante “dietro le quinte” dalla sorella (Stacy Martin) che, in effetti, è la vera autrice dei testi e delle musiche.

Metaforicamente, come la nostra Società anche Celeste subisce una trasformazione, e da dolce, ingenua, pulita e sincera ragazza, la ritroviamo, passato un decennio, ormai divenuta una donna cinica, dura, indifferente ed egoista, una star violenta, irrispettosa e priva di affetto perfino per la figlia e preoccupata solo per la propria carriera. Un essere centrato solo su se stessa, sulla sua immagine pubblica, sulle ansie di dover sempre essere al centro dei riflettori, priva di riconoscenza anche verso la sorella che sempre l’ha sostenuta in tutte le sue vicende umane ed artistiche.

Celeste è l’equivalente della nostra Società che, persa ormai definitivamente la propria innocenza, in una sorta di sindrome post trauma, convive ormai cinicamente, in un alternarsi umorale, con la dura realtà che è costretta ad affrontare.

Due anni dopo Jackie e lo splendido Il cigno nero del 2008, torna sugli schermi una bravissima ed autorevole N. Portman nei panni di Celeste allorché è divenuta ormai una Star tanto brava, quanto disperata e sgradevole. Nel film l’attrice canta e balla su musiche composte da una cantante pop australiana e si conferma splendida interprete sia nella recitazione sia nelle parti coreografiche. Con lei anche un buon Jude Law nel ruolo del suo agente.

Sembra tutto perfetto, ottimo regista, ottimi interpreti, ottimi coprotagonisti, soggetto interessante… ma … ma il risultato è purtroppo un film discontinuo. Sembra che qualcosa si sia perso strada facendo. L’opera è bella, ben recitata, ben diretta, ma è come priva di anima e vita, manca una vera passione ed il risultato sembra quasi didascalico…”ecco quel che volevamo rappresentare…”. Un film di un valido autore, certamente, ma proprio per questo non basta essere “più che sufficienti”, ci si aspetta decisamente qualcosa di più. A distanza di un anno dai tiepidi consensi con cui fu accolto alla Mostra, proposto finalmente solo oggi sugli schermi, la valutazione resta ancora molto vicina alla “sufficienza”.

data di pubblicazione:13/09/2019


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76. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – LA BIENNALE DI VENEZIA 29.08—–8.09 2018: I PREMI

76. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – LA BIENNALE DI VENEZIA 29.08—–8.09 2018: I PREMI

… Siccome anime disperate vaganti alla ricerca di qualche perla nascosta da scoprire ed attente, nel contempo, ad evitare il “film incubo”, quello che ti costringe all’orribile dilemma “…resisto fino alla fine…o mi alzo e me ne vado?”, così torme di appassionati, di cinefili e critici superstiti, si aggiravano ormai, programmi alla mano, fra le ultime proiezioni di questi giorni conclusivi della Mostra. Volti stralunati, occhi stanchi, tutti resistevano indomiti, solo nell’attesa del verdetto finale… del successo del “proprio” film. Su tutti aleggiava però il grande quesito di questa edizione numero 76: chi avrebbe vinto? Sarebbe poi stato discriminato Polansky?

Sarà pur vero che il bello, il sublime e l’arte si nascondono nei dettagli anche delle opere meno appariscenti e, che sono solo l’occhio e la mente di chi osserva che filtrano ciò che è bello e ciò che è brutto e, quindi, che è solo “il relativo” che domina, ma, i giudizi di pubblico, stampa ed addetti ai lavori, mai come questa volta, sembravano essere unanimemente concordi sui film da premiare.

Eccoci finalmente al disvelamento di tante attese e tanti pronostici!

Dopo la dura presa di posizione della Presidente della Giuria, l’argentina Lucrecia Marcel contro Polansky, si temeva infatti il peggio, ed invece la Giuria è stata, una volta tanto, più saggia della sua stessa presidente ed anche in quasi assoluta sintonia con le principali valutazioni, previsioni ed auspici sia dei critici che degli appassionati di cinema presenti a Venezia.

Il Leone d’oro è andato meritatamente a Joker di Todd Phillips con l’interpretazione eccezionale, inquietante e dolente di un superbo Joaquin Phoenix (già in opzione Oscar!) sottolineando così, giustamente, che non è eccezionale solo l’attore, ma lo è tutto il film dal cast alla regia. Altrettanto accettabile ed apprezzabile il “compromesso” del Leone d’argento al magnifico J’accuse di Polansky (… è un leone di un argento purissimo, prezioso quanto l’oro!!). Due film da correre subito a vedere quando usciranno in sala!

Meritati e corretti anche i premi per le interpretazioni:

la Coppa Volpi per il migliore attore è stata correttamente assegnata al nostro bravissimo Luca Marinelli per il suo apprezzato Martin Eden di Pietro Marcello che brillantemente e genialmente ha trasportato il romanzo di Jack London a Napoli

Un po’ più a sorpresa, quella per la migliore attrice è andata invece alla francese A. Ascaride per la sua vibrante nonna nel film diretto da suo marito Robert Guediguian: Gloria Mundi, un drammone ambientato a Marsiglia sulle battaglie quotidiane di una famiglia che lotta “dignitosamente e non” per far fronte allo sfaldamento ed alle difficoltà economiche. Forse qualche aspettativa, delusa, c’era per la Scarlett Johansson di Marriage Story, e chissà, forse anche per una delle due dive francesi de La Verité. Molto probabilmente la Giuria ha però inteso premiare indirettamente anche la produzione artistica del regista, già apprezzatissimo qui a Venezia nel 2017 con La casa sul mare.

Il Premio Speciale della Giuria è poi andato anche qui meritatamente all’italiano Franco Maresco con il suo originale La mafia non è più quella di una volta.

Unica vera sorpresa che genera più di qualche perplessità è invece il secondo Leone d’Argento che va allo strano, discusso e più che discutibile film dello svedese Roy Andersson About Endlessness, scene fisse, tipo tableaux vivants, filmate, come spunto per una serie di riflessioni sulla vita umana. Può capitare di sbagliare o … di vedere cose che noi umani non abbiamo visto!

Fermandosi sui soli premi maggiori possiamo senz’altro dire che quest’anno non è andata poi tanto male per l’Italia che vince premi significativi come non accadeva da molto, ma, soprattutto, va sottolineato che Venezia continua a premiare film di produzioni americane, film che poi come La forma dell’acqua nel 2017, e Roma o La Favorita nel 2018, procedono sull’abbrivio, spediti verso la conferma del loro valore con i premi Oscar. Questa specie di staffetta, o preliminare “benedizione” veneziana spiega la sempre maggiore presenza delle Majors, dei registi e produttori ed il ritorno in massa delle stars internazionali e dei film di gran qualità alla Mostra.

Ma, più di ogni altra cosa, quest’anno è andata benissimo proprio per il Festival, un Festival che ha riguadagnato e consolidato ormai il suo peso e ruolo storico, un Festival che ha avuto oltre 200.000 presenze, oltre 21 film in concorso e quasi tutti di buona qualità, 36 film fra fuori concorso o nella sezione Orizzonti, un pubblico internazionale, una presenza giovanile altissima, entusiasta e partecipe, e, un mercato commerciale vivacissimo. Sono tutti questi i tanti diversi pregi, segno e conferma nel loro complesso di una vitalità e qualità ormai stabile. Una Venezia 76 dunque con alcuni ottimi film, diversi buoni film, varie conferme autoriali di grandi registi, qualche piccola delusione su un paio di divi ed infine anche qualche gioiellino piccolo, piccolo che fa buon cinema e che speriamo possa uscire sui nostri schermi.

Come ha detto Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra dal 2011 … appuntamento di nuovo a Venezia il 2 Settembre 2020!!

data di pubblicazione:08/09/2019

GUEST OF HONOUR di Atom Egoyan, 2019

GUEST OF HONOUR di Atom Egoyan, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Una giovane insegnante di musica al liceo (Laysla de Oliveira) è accusata di aver abusato della sua posizione per aver rapporti con un suo allievo minorenne. Incarcerata, rifiuta i tentativi del padre (David Thewlis) di farle ottenere la libertà anticipata perché, pur se innocente, ritiene di dover comunque scontare una punizione per un qualcosa avvenuto nel loro passato. Il suo e quello del padre….

 

Manca ormai solo un pomeriggio di pioggia, vento e foglie autunnali per dare forma concreta alla sensazione di “fine stagione”… Purtroppo, a differenza di tanti altri Festival (perfino di quello di Roma), Venezia persiste nel suo recente pessimo vezzo di “sparare” i migliori film o quelli di maggior richiamo nella prima settimana di programmazione, dopo di che è tutto un disperato aggirarsi di critici ed appassionati fra proiezioni di film di non apparente grande appeal o di cinematografie marginali. Sono, ahinoi le dure leggi dettate ed imposte dalle Majors Americane e dai vincoli del “circo” dello Star System che porta le grandi stelle e produzioni da un Festival all’altro. In questa settimana è infatti partito il Festival di Toronto, ed ora, quelli che contano o su cui molto si è investito sono quasi tutti lì!

Eppure… Eppure… si trovano fortunatamente ancora delle belle sorprese o piuttosto delle gradite conferme come nel caso dell’ultimo lavoro di Egoyan.

Il non prolifico regista e sceneggiatore canadese amatissimo dai Festival e talora molto apprezzato anche dal pubblico per i suoi: Dolci Inganni 1997, Chloe 2010, ed il recente Remember 2015, ripropone con questo suo film alcune delle sue tematiche costanti: il senso di colpa, il lutto e l’espiazione. Ancor di più, questa volta tutti questi suoi temi s’incrociano anche con i grovigli di segreti, di equivoci e di incomprensioni che si celano nella famiglia e nelle relazioni fra genitori e figli. Nel nostro caso fra un padre vedovo ed una figlia unica.

Ciò che ha sempre affascinato ed affascina l’autore è, in particolare, anche l’emergere della “vera” Verità all’interno delle varie realtà che ognuno di noi si autoconvince e vive poi come la “Vera Realtà”. Talora però, sottolinea il regista, la Verità si scopre quando è ormai troppo tardi. Il dolore e la solitudine non riescono ad abbattere le barriere erette dal pudore dei sentimenti, delle emozioni e da quell’amore inespresso che padre e figlia non sono, da soli, in grado di superare. Se solo fossero riusciti a parlarsi, ad aprirsi prima! Non è facile essere padri oggi, ci dice Egoyan.

Spesso, secondo il regista, il legame di amore può essere così forte ed inesprimibile da arrivare ad essere schiacciante e deviante fino a generare equivoci tragici ed irreparabili.

Egoyan è bravo, in un’alternanza fluida fra passato e presente a disvelarci nel flusso dei ricordi la realtà del quotidiano vivere, la solitudine, l’affetto inespresso, il vuoto affettivo mai anestetizzato o cicatrizzato che ha inciso la vita dei due protagonisti. Il lento rivelarsi della Verità e dei segreti equivoci. Guest of Honour è un film autoriale profondo, inquietante ed intrigante che cattura lo spettatore tenendolo sospeso nei vortici emotivi che si dispiegano progressivamente. Dove, come e quando ci si riesce a riconciliare? è l’interrogativo che il regista lascia aperto per le nostre riflessioni di spettatori.

Un film autoriale come detto, assistito dall’ottima interpretazione della rivelazione De Oliveira, bella, giovane, brava ed intensa e soprattutto da un eccezionale tragico e straniato Thewlis. Un film non certo facile e non certo banale, dinamico e leggero; un film che invece fa riflettere e che si può anche riuscire ad apprezzare pur senza essere tra i migliori ed i più originali dell’autore.

data di pubblicazione:04/09/2019








THE KING di David Michod, 2019

THE KING di David Michod, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Inghilterra xv Secolo. In una libera revisione degli Shakespeariani Enrico IV ed Enrico V, ritroviamo il giovane futuro re (Timothée Chalamet) costretto a succedere, suo malgrado, al trono d’Inghilterra. Nonostante il suo desiderio di pacificare il Regno, sarà poi costretto dalle ragioni di Stato, dagli intrighi di corte e dalle logiche di potere a proseguire le guerre volute dal padre…

 

Fuori concorso è stato presentato l’ultimo lavoro di D. Michod, giovane regista e sceneggiatore australiano il cui primo lungometraggio Animal Kingdom era stato accolto con successo alla Festa del Cinema di Roma nel 2010. Il film di oggi è prodotto da Netflix e, come sappiamo, Venezia pur fra vivaci polemiche e proteste continua ad ammettere in concorso o ad ospitare dei prodotti destinati alla sola fruizione televisiva, a differenza di quanto, a nostro parere più correttamente, fanno invece Cannes ed altri Festival che li hanno banditi.

Il regista di nuovo in collaborazione con Joel Edgerton che nel film interpreta anche il ruolo di Falstaff, ha coscritto la sceneggiatura cercando coraggiosamente di restituirci, senza timori di confronti con i precedenti Enrico V di L. Olivier o di K. Branagh, la figura di un giovane sovrano ribelle e di cercare nel contempo di renderlo quasi un eroe dei nostri tempi, attualizzandone emozioni, reazioni e valori. L’occasione consente all’autore di cimentarsi con Shakespeare “si parva licet comparare” per sottolineare senza retorica l’attualità delle vicende di un giovane uomo costretto a cimentarsi con il Potere, la Guerra, gli Intrighi, l’Arroganza, la Paura e con essi tutto il microcosmo di dubbi e di sentimenti, tanto eterni quanto anche attuali e pressanti oggi giorno.

Dunque: un po’ di Shakespeare, un po’ di Storia, un po’ di invenzione ed un po’ di attualizzazione ed ecco che ben miscelati fra loro si ottiene come risultato un film apprezzabile, coinvolgente ed a tratti anche avvincente, ovviamente commercialmente valido perché pensato intelligentemente con un occhio ben puntato anche sul botteghino.

La regia di Michod procede senza guizzi particolari con uno stile molto classico ed il ritmo narrativo, pur se fluido, procede con un taglio forse un po’ televisivo senza particolari variazioni se non nel finale quando le vicende stesse impongono un’accelerazione di tempi e drammaticità.

Al centro della vicenda e si può pure dire che regge il confronto con gli illustri precedenti, è l’ormai lanciatissimo ed anche bravo Chalamet, idolo qui a Venezia di folle di giovani fans in delirio, e, con lui ed attorno a lui un bel gruppo di ottimi attori tutti perfetti nei loro vari secondi ruoli, nel finale appare nei panni della promessa sposa Caterina di Valois anche la giovanissima figlia di J Deep, la bella Lily Rose Deep interprete di sicura ascesa e compagna nella vita reale di Chalamet.

Per chi lo potrà vedere al cinema, The King è pur sempre uno spettacolo godibile, un’apprezzabile allegoria del Potere e di ciò che si cela dietro ad esso, girato con dovizia di mezzi ed interpretato e diretto con professionalità con l’unico scopo di divertire e fare spettacolo e non certamente arte.

data di pubblicazione:04/09/2019








MARTIN EDEN di Pietro Marcello, 2019

MARTIN EDEN di Pietro Marcello, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Martin Eden, bel giovane dedito per sopravvivenza ai lavori più disparati, tornando da un periodo di navigazione, salva nel porto di Napoli il rampollo di una buona famiglia. Per i ringraziamenti di rito viene invitato a cena e scopre un mondo nuovo subendo il fascino della dolce e altolocata Elena che lo avvicina alla lettura e all’arte. Da quel momento in poi, da autodidatta, s’infervora di letteratura e decide di diventare scrittore di professione e di conquistare il suo amore. Il bel romanzo di Jack London, dalla California a Napoli.

Dopo Martone, con la riuscita rivisitazione de Il Sindaco di Rione Sanità, un’altra operazione di trasposizione seppure rischiosa, ma azzeccata, è quella del Martin Eden operata da Pietro Marcello, di cui ricordiamo La Bocca del Lupo del 2009 e Bella e Perduta del 2015, con il romanzo di Jack London. Lo scrittore di Auckland agli inizi del ‘900 era il romanziere più letto al mondo; Lenin e Trotzskj lo adoravano e altri milioni di lettori lo avevano reso ricco e famoso. Di umili origini, figlio illegittimo, aveva viaggiato giovanissimo in lungo e in largo, era stato cercatore d’oro in Alaska, pescatore di perle nella baia di San Francisco; poi, attraverso studi e letture disordinate, ma intense, era divenuto il primo romanziere d’America. Era stato individualista (seguace di Nietzsche), poi socialista convinto (indimenticabile il suo saggio sociale Il Popolo degli Abissi), aveva vissuto molto intensamente, si era sposato due volte, bevuto anche troppo ed era morto (probabilmente suicida), appena quarantenne sul suo yacht, dopo aver accumulato e dissipato intere fortune.

Trasferendo la vicenda dello scrittore e il suo personaggio Martin Eden – figure speculari – nella realtà napoletana degli inizi del XX secolo, Marcello compie un’operazione complicata, ma pienamente riuscita. Il suo Eden (un magnifico, a volte esagerato, Luca Marinelli) in chiave proletaria con vocazione “elitaria”, precipitato nell’antropologia italiana pre-war, non disturba, ma affascina. Mescolando con sapienza e grazie a un montaggio (Aline Hervè e Fabrizio Federico) di prim’ordine, la trama e materiali d’archivio, il regista napoletano realizza un film di ampia portata. Una pellicola che coniuga l’emozionante storia (universale) del povero che s’innamora della bella aristocratica Elena (Jessica Cressy al suo felice debutto) con la lotta di classe (quella personale di Martin contro i pre-giudizi della famiglia e quella delle agitazioni socialiste e anarchiche del contesto storico). Martin, innamorato pazzo di Elena affronta e supera, con profondo travaglio personale, gli ostacoli derivanti dalla propria origine: andrà contro tutti, editori, famiglia di origine, famiglia di Elena… Unico a dargli vero supporto e amicizia sarà il vecchio e disadattato compagno, Russ Brissenden (uno strepitoso Carlo Cecchi) che al tempo stesso ne accentuerà i   travagli interiori, portandolo al contrasto definivo con il mondo elitario di cui avrebbe voluto far parte e al rifiuto della stessa Elena. Si diceva che Martin Eden è romanzo universale e va dato atto al regista Marcello e al suo co-sceneggiatore Maurizio Braucci, pur nella sua ibridizzazione in salsa partenopea, di aver mantenuto e attualizzato il rigore e l’energia primordiali. Nella magnifica follia di Martin Eden (romanzo e film, all’unisono), c’è tanto (pubblico e critica sembra lo abbiano percepito), ma oltre storia, ideologia, interpretazioni, quello che veramente ci lascia alla fine della visione è il senso di ampio respiro che lo ha connotato, proprio dei classici senza tempo.

data di pubblicazione:03/09/2019








THE LAUNDROMAT di Steven Soderbergh, 2019

THE LAUNDROMAT di Steven Soderbergh, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Ellen Martin, pensionata, felicemente coniugata, vede morire il marito e altri turisti in un’assurda tragedia durante una crociera sul lago George. Il tragico evento porta l’ignara vedova a imbattersi nell’assurdo mondo di una certa finanza nella vana speranza di vedersi riconoscere il legittimo risarcimento per la morte del marito, da parte della compagnia di navigazione. Non sarà così, e, per assurdi e illegali passaggi fra compagnie di assicurazioni “fantasma”, Ellen avrà difficoltà ad ottenere giustizia. La sua ricerca sulla frode assicurativa le aprirà gli occhi sul mondo della finanza globale, quella dei “Panama Papers”, per intenderci.

 

Ancora una volta Steven Soderbergh, (già Palma d’Oro al Festival di Cannes per lo splendido Sesso, Bugie e Videotape e di un Oscar per la regia di Traffic) ci regala un altro piccolo gioiello, un’altra storia vera, tra le più drammatiche dei nostri tempi. La pellicola, partendo da un evento legato alla sfera personale delle vittime di un mancato risarcimento, ricostruisce, racconta e spiega la vicenda dei così detti “Panama Papers”, scandalo devastante nel mondo della finanza. A dieci anni da The Informant! il talentuoso regista di Atlanta, ci regala, alla sua maniera, una storia vera basata sul libro-inchiesta Secrecy World: Inside Panama Papers…, del reporter investigativo Jake Bernstein premiato con il Pulitzer, un evento che fece tremare il mondo della finanza internazionale e che vide coinvolte oltre 200.000 società offshore e tantissimi ignari risparmiatori. Soderbergh delega, sin dall’apertura del film, alle figure di due dei grandi truffatori, Jurgen Mossack (un sornione Gary Oldman) e Ramòn Fonseca (Banderas al meglio), il compito di spiegare agli spettatori il chi e il come del formidabile raggiro. Alla fine, oltre i responsabili in concreto ai danni della povera Ellen, effettivamente smascherati, il vero colpevole di tutto finisce con l’essere naturalmente l’ossessione per il denaro e il potere e Soderbergh non nasconde che delle conseguenze drammatiche che ne conseguono i governi di molti grandi paesi, gli USA in primis, ma anche Russia e Cina non sono estranei.

Con la direzione della fotografia dello stesso regista, la sceneggiatura di Scott Z.Burns e la solita ineccepibile interpretazione di Meryl Streep, The Laundromat è un ibrido fra un commedia nera e un film politico e intelligente che, grazie a un montaggio serrato, a un buon ritmo e al colpo di scena finale, ha buone possibilità di premi a Venezia, vista l’ottima accoglienza del pubblico in sala. A parte questa evenienza, ha comunque l’innegabile merito di riportare alla luce uno scandalo senza precedenti, che la scarsa memoria dei nostri tempi rischiava di rimuovere.

data di pubblicazione:02/09/2019