IL VERDETTO – THE CHILDREN ACT di Richard Eyre, 2018

IL VERDETTO – THE CHILDREN ACT di Richard Eyre, 2018

Un giudice, una donna, la vita privata che non riesce a tenere il passo con quella professionale, soprattutto quando né il diritto né la religione né l’etica offrono quelle risposte che solo la coscienza è in grado di suggerire.

Fiona Maye (Emma Thompson) è un giudice dell’Alta Corte britannica e spesso si trova a confrontarsi con le questioni che, pur gravitando intorno alla sfera del diritto di famiglia, finiscono per impattare la bioetica e il biodiritto: come quando il giudice Maye deve decidere se autorizzare o meno la separazione di due gemelli siamesi nella consapevolezza che uno di loro morirà.

Fiona è una donna tanto decisa e risoluta sul lavoro quanto, neanche a dirlo, debole e vulnerabile nella sua vita privata: il matrimonio con Jack (Stanley Tucci) vive un momento di crisi e di fronte al bivio tra lavoro e famiglia Fiona sembra vacillare.

Proprio in questo momento arriva sulla sua scrivania il caso del giovane Adam (Fionn Whitehead), un diciasettenne Testimone di Geova che, pur gravemente malato, rifiuta per ragioni religiose la trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita. Da una parte la libertà di autodeterminazione del singolo, espressa attraverso i suoi genitori (Ben Chaplin e Eileen Walsh) perché ancora minorenne; dall’altra parte la fede, con la sua irrinunciabile carica di irrazionalità. Il giudice Maye, seguendo una procedura per molti aspetti irrituale, decide di incontrare Adam in ospedale, forse per cercare nei suoi occhi quello che non riesce a trovare nella legge.

L’incontro rappresenterà uno spartiacque tanto nella vita di Fiona quanto in quella di Adam, ponendo il giudice al crocevia tra diritto e giustizia e dimostrandole quanto sia complicato tenere fuori i sentimenti da un’aula di tribunale.

Tratto dal best seller La ballata di Adam Henry di Ian McEvan, che firma anche la sceneggiatura del film di Richard Eyre, Il verdetto mostra il suo più evidente punto di debolezza proprio nella scrittura, scarsamente incisiva, poco empatica e pericolosamente incline ad annullarsi in quello stereotipo della “donna in carriera” che finisce per fagocitare l’intera storia. La concatenazione di eventi innescata dall’incontro tra Fiona e Adam conduce in maniera fin troppo prevedibile all’esito della storia, senza che la componente “giudiziaria”, che pure dovrebbe rappresentare il perno centrale del film, riesca a emergere in maniera convincente.

Inutile soffermarsi sull’interpretazione di Emma Thompson, tanto intensa quanto misurata, che certamente rappresenta la punta di diamante del film. Resta sotto tono Stanley Tucci, confinato nel ruolo di “spalla” rispetto a un personaggio, quello del giudice Maye, indubbiamente pervasivo.  Strepitoso Jason Watkins, nel ruolo del cancelliere del giudice Maye che, probabilmente, è uno dei personaggi più riusciti del film.

data di pubblicazione: 13/11/2018


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QUASI NEMICI – L’IMPORTANTE È AVERE RAGIONE  di Yvan  Attal, 2018

QUASI NEMICI – L’IMPORTANTE È AVERE RAGIONE di Yvan Attal, 2018

Un professore di Diritto (Daniel Auteuil) tanto bravo quanto reazionario, élitario, aggressivo e conosciuto per il suo gusto per la provocazione, una giovane studentessa universitaria (Camélia Jordana) di famiglia magrebina e della periferia parigina, ambiziosa ed intelligente, pronta a sfidare i condizionamenti della sua origine sociale pur di emergere ed intraprendere poi la professione legale. Il loro incontro in aula crea scintille fin dalla prima lezione. Il professore, per evitare le conseguenti sanzioni del Consiglio Disciplinare di Facoltà, accetta, suo malgrado, di preparare la giovane per il prestigioso concorso interuniversitario di eloquenza.

 

Il cineasta francese Y. Attal, attore e regista ben conosciuto in Francia, ha sempre rivolto lo sguardo della sua produzione cinematografica sui problemi della Società contemporanea. Anche questa volta firma, con humour e sagacia, un film ben riuscito e di attualità tutto centrato sulla virtù dell’impegno e del sacrificio come mezzo di elevazione sociale, culturale e individuale e sulla fragilità degli scambi fra personalità di diversa età e differente estrazione ed educazione. La narrazione, secondo gli schemi propri della commedia classica, riposa essenzialmente sull’antagonismo dei due protagonisti, tutto si oppone fra loro. Il cinico professore e la studentessa, due età e due visioni sociali, culturali e politiche antitetiche fra loro, eppure “condannati” a fare insieme un percorso spigoloso ma, alla fine, istruttivo per entrambi; l’una riuscirà a compiere il suo cammino di crescita grazie ai metodi antipatici ma efficaci dell’odioso docente costretto a farle da mentore, quest’ultimo, a sua volta, dopo il confronto inizierà, forse, a guardare il mondo con occhio meno negativo e, forse, ritroverà anche un proprio volto un po’ più umano.

Il regista è abile nell’osservare e restituirci con finezza questi due personaggi per quel che effettivamente sono, senza esaltare né stigmatizzare i loro comportamenti nel loro milieu di appartenenza e, così facendo, permette allo spettatore di confrontarsi con i problemi sociali della Realtà: l’intolleranza, i pregiudizi, la trasmissione del sapere, la volontà di emergere, i privilegi di classe, le opportunità …

Il tocco intelligente di Attal è sostenuto da una buona sceneggiatura, da una scrittura solida ed arricchita da dialoghi perfetti, brillanti e corrosivi, da un montaggio ben ritmato e, soprattutto, da un’ottima recitazione. Una coppia di protagonisti eccellenti che fanno scintille e fanno veramente il film. Auteuil, con presenza e mestiere collaudati, dona credibilità al suo professore facendo intravvedere il dolore che si porta dentro apportandogli così un po’ di umanità contenuta. La Jordana, si conferma come una sicura promessa del cinema francese, regalandoci un’ottima performance che le fa letteralmente bucare lo schermo con la sua freschezza recitativa.

Il regista è ben attento ad evitare il rischio di cadere nei facili clichè, qualcuno tuttavia sfugge alla sua attenzione e qualche sviluppo narrativo sembra anche fin troppo prevedibile o convenzionale, ciò non di meno, nel complesso riesce a navigare intelligentemente fino alla fine fra serietà, impegno e leggerezza. Quasi nemici ha lo charme di una commedia drammatica classica ben costruita, piacevole, seducente e spesso divertente. Un film molto umano, dal tono leggero, accattivante, raffinato ma efficace ed a tratti anche bello pur senza essere geniale. Una bella favola sociale che regala allo spettatore un’ora e mezza di buon cinema e che si può di certo consigliare.

data di pubblicazione:07/11/2018


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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ETÁ di Daniel Auteuil, 2018

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ETÁ di Daniel Auteuil, 2018

Daniel (Daniel Auteuil) è sposato da molti anni. La sua vita è ormai serenamente routinaria e ben regolata dietro un’apparente solida facciata di armonia e complicità coniugale. Conosciuta però in una cena fra coppie, la giovane e seducente nuova compagna del suo miglior amico (Gérard Depardieu), anche lui over 60, perde la testa per lei, inizia a fantasticare fra pensieri, immagini e desideri, tentato dal piacere della conquista e di una nuova relazione affettiva …

 

Auteuil, è nuovamente davanti e dietro la cinepresa, ha adattato personalmente per lo schermo la storia da una pièce teatrale di successo e ci regala oggi una commedia a mezze tinte, a metà fra un piccolo dramma ed una commedia borghese buffa ed a tratti divertente. L’autore osserva il mondo di oggi e ci parla, apparentemente dal punto di vista maschile, dei tormenti dell’animo, della solidità e dell’ipocrisia delle convenzioni sociali, del desiderio e della frustrazione del quotidiano. Contemporaneamente misura anche le certezze, più o meno tediose, della vita di coppia a fronte della novità e delle aspettative esaltanti di una fuga passionale con una donna giovane, bella e seducente. Tutto ciò viene preso dal cineasta e fuso poi in un prodotto filmico che si pone fra il farsesco e la commedia leggera, in una fantasia amorosa ricca di una comicità tutta esteriore.

Il film gira tutto sulla perfetta integrazione fra immagini reali e sogni ad occhi aperti, fino al punto in cui Realtà e Fantasia si fondono. La scommessa sulla riuscita del lavoro è proprio in questa progressiva fusione che arriva a farci prendere coscienza delle due diverse realtà. Si passa così dalla commedia buffa al piccolo dramma e si scoprono tutte le falle nella perfetta vita coniugale. Un bell’imbroglio amoroso, immaginario o reale che esso sia, che porta però ad una riflessione interessata sulla vita, le amicizie, le illusioni, le certezze ed i bilanci veri delle relazioni di coppia.

E’ ovvio che in un lavoro che è quasi come una rappresentazione teatrale filmata, la recitazione, dopo il testo, sia la parte fondamentale. Ebbene, la realizzazione è resa ben vivace da un quartetto di commedianti di gran qualità che recitano tutti in modo impeccabile i loro rispettivi ruoli. Auteuil e Depardieu, da bravi vecchi mattatori, con istinto e sensibilità mostrano fra loro un’alchimia che non li obbliga a forzare la recitazione per essere giusti quanto necessario. Fanno loro ottima sponda una sempre eccellente Sandrine Kimberlain nel ruolo della furba moglie ed Adriana Ugarte così brava, splendida e seducente che risulta veramente difficile anche per lo spettatore non soccombere davanti al suo fascino.

La pellicola pecca però, a tratti, di scarsa profondità e finezza di analisi, talora infatti le situazioni sono troppo caricaturali, forse, direi, eccessive e ripetitive, e qualche clichè conformista e prevedibile di troppo, appare qui e là, al punto che il ritmo, la meccanica narrativa e la stessa recitazione ne risentono.

Pur con questi piccoli difetti, Sogno di una notte di mezza età resta comunque un film con un tema un po’ desueto ma pur sempre gradevole, un’occasione di momenti di svago domenicale, una discreta commedia di costume, non priva di interesse e dallo humour semplice ed efficace. Insomma un piccolo film, distensivo, divertente, ben interpretato e leggero, che proprio nella sua stessa leggerezza ha la sua forza ed anche la sua debolezza; un film che seduce lì per lì ma poi scompare presto senza rimorsi o polemiche.

data di pubblicazione:02/11/2018


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TI PRESENTO SOFIA di Guido Chiesa, 2018

TI PRESENTO SOFIA di Guido Chiesa, 2018

Un padre separato, premuroso e concentrato sulla figlia Sofia, anni 10 reincontra una sua vecchia fiamma che non vede da tempo. È il colpo di fulmine tra Gabriele (Fabio De Luigi) e Mara (Micaela Ramazzotti). Lui è proprietario di un negozio di strumenti musicali ed ex musicista che ha abbandonato il sogno di sfondare nel rock per prendersi cura della figlia Sofia (Caterina Sbaraglia), una bambina di 9 anni che in camera insieme ai peluches ha i poster di Deborah Harry. Lei fotografa affermata che viaggia in giro per il mondo, indipendente, single e senza nessun desiderio di maternità.

 

L’amore sembrerebbe trionfare ma c’è un grosso ostacolo da superare: lei non vuol sentire neanche parlare di bambini. Gabriele decide quindi di nasconderle la presenza di Sofia. L’impresa però non sarà per niente facile e Gabriele finisce per impelagarsi in un pasticcio di bugie e sotterfugi per nascondere la presenza dell’una all’altra.

Dopo Classe Z  Guido Chiesa torna dietro alla macchina da presa per dirigere De Luigi e la Ramazzotti in Ti presento Sofia fortemente ispirato alla sceneggiatura del riuscito film argentino Sin Hijos, uscito in Italia col titolo Se permetti non parlarmi di bambini.

Chiesa, che firma la sceneggiatura con Nicoletta Micheli e Giovanni Bognetti, manifesta l’intento di provare andare al di là dei cliché con l’inversione dei ruoli tra l’uomo che rinuncia alla carriera per mettere la figlia al centro della propria vita e viceversa una donna che di figli non ne ha voglia non solo per dedicarsi appieno al lavoro, ma anche perché i bambini non li può sopportare.

Presentato quest’anno nella sezione Alice nella città all’interno della Festa del cinema di Roma, tra tante tematiche forti e dense, la pellicola di Guido Chiesa ha portato un po’ di leggerezza.

Il film è a tratti divertente, da domenica pomeriggio, la coppia di protagonisti funziona e Sofia, interpretata dalla bravissima Caterina Sbaraglia, per la prima volta sullo schermo, intenerisce anche per una naturale vis comica che le appartiene, ma risulta poco credibile quello che ruota attorno ai protagonisti. Un tocco grottesco ed ironico probabilmente avrebbe reso il film più interessante.

data di pubblicazione:31/10/2018


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IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle, 2018

IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle, 2018

Presentato in prima mondiale il 29 agosto al Lido di Venezia, Il primo uomo ha inaugurato il Concorso della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Intimo ed emozionante, non delude questo nuovo film di Damine Chazelle, a 49 anni dall’allunaggio dell’Apollo 11; la pellicola, interpretata da Ryan Gosling, Jason Clarke e Claire Foy e prodotta dalla Universal Pictures, è stata definita dallo stesso Barbera “un lavoro personale, affascinante e originale, piacevolmente sorprendente al confronto con gli altri film epici del nostri tempi, a conferma del grande talento di un regista tra i più importanti del cinema americano di oggi”.

 

Spazzati via romanticismo, sentimento e musica che avevano caratterizzato La La Land e le “frustate” del batterista di Whiplash, il giovane e talentuoso regista si muove in un territorio completamente diverso, concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong negli otto anni che precedettero la missione NASA che lo fece sbarcare sulla luna, in un resoconto in prima persona di un uomo piuttosto reticente ad esprimere i propri sentimenti, padre e marito attento, umile, e non solo la figura iconica che tutto il mondo conosce. Chazelle è riuscito nell’ardua impresa di rispettare il carattere dell’uomo più che descrivere il mito, cercando di mostrarne le emozioni nella vita di tutti i giorni, indagando su ciò che ad ogni missione lasciava sulla terra riuscendo, grazie alla sua collaudata abilità di regista, a dare libero sfogo a quello che è il desiderio recondito di ogni bambino di diventare astronauta, come fosse la cosa più semplice al mondo. Non bisogna dunque essere dei supereroi, perché il suo Neil non lo è. La sceneggiatura, scritta da Josh Singer (Oscar per Spotlight) alterna ai momenti professionali, ricostruiti con meticolosa minuziosità, una tranquilla vita familiare, fatta di gioie e dolori che contribuirono, secondo il regista che si è nutrito dei racconti dei figli di Armstrong e della moglie nonché del libro di James R. Hansen, a creare il personaggio pubblico che tutti conosciamo.

Nel luglio 1969, Armstrong comandò la missione di allunaggio Apollo 11; nelle fasi di avvicinamento prese il controllo del modulo lunare sino a farlo atterrare in una zona poco rocciosa: uscito dal Lem, posò il suo piede sinistro sul suolo lunare e fu il primo essere umano a camminare sulla luna. Di quella conquista Armstrong disse: “La cosa più importante della missione Apollo fu dimostrare che l’umanità non è incatenata per sempre a un solo pianeta, e che le nostre visioni possono superare quel confine, e che le nostre opportunità solo illimitate”.

In Italia, quel 20 luglio del 1969, sarà ricordato non solo per la più lunga diretta mai affrontata dalla nostra televisione (circa 25 ore), ma anche per quel “Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” riferita al modulo lunare Eagle, che il giornalista Tito Stagno pronunciò con una manciata di secondi in anticipo rispetto all’inviato Ruggero Orlando, il quale in collegamento da Houston subito dopo replicò “Ha toccato in questo momento”. La disputa tra i due cronisti sul momento preciso dell’allunaggio, coprì ai telespettatori italiani la storica frase di Neil Armstrong “Qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata”.

Neil Armstrong è scomparso nell’agosto 2012 per le conseguenze di un intervento chirurgico di bypass coronarico: aveva compiuto 82 anni. Il film ci consegna l’immagine di un uomo come tanti, che tuttavia ha scritto una delle importanti pagine della storia del secolo scorso.

data di pubblicazione:31/10/2018


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LA DISEDUCAZIONE DI CAMERON POST di Desiree Akhavan, 2018

LA DISEDUCAZIONE DI CAMERON POST di Desiree Akhavan, 2018

In una Festa del Cinema particolarmente attenta alle tematiche “di genere”, come quella appena conclusasi a Roma, The Miseducation of Cameron Post si colloca dalla prospettiva, ironica ma disillusa, dell’età adolescenziale.

 

Cameron (una impeccabile Chloë Grace Moretz) è una liceale che cerca di sembrare come tutte le altre ragazze della sua età, con tanto di brufoloso accompagnatore al ballo della scuola. Intrattiene però una relazione con la coetanea Coley (Quinn Shephard), che fa parte del suo stesso gruppo di studio della Bibbia: è un rapporto coinvolgente e idilliaco, ma quando le due ragazze vengono scoperte, Cameron è costretta a “ricoverarsi” nella comunità religiosa God’s Promise.

All’interno del centro i ragazzi deviati, affetti dalla sindrome ASS (attrazione per persone dello stesso sesso) o, sono chiamati a un processo di rieducazione che dovrebbe portarli a prenderli consapevolezza dei loro peccati e a guarire, con l’aiuto di Dio e dei responsabili della comunità, dalle proprie perversioni.

Il percorso alla quale Cameron è chiamata risulta a tratti paradossale. Da una parte, la causa di tutti i mali sembra essere proprio quella famiglia tradizionale, basata su sane relazioni eterosessuali, di cui tutti cantano il mito e dovrebbe rappresentare la salvezza dal peccato. Dall’altra parte, gli educatori, pur ostentando serenità e sicurezza, sono forse più instabili emotivamente degli ospiti che pretenderebbero di rieducare. L’incontro con Jane Fonda (Sasha Lane) e Adam (Forrest Goodluck) servirà a Cameron per portare a termini il suo processo di “diseducazione”

Il film di Desiree Akhavan, vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultima edizione del Sundance Festival, è tratto dall’omonimo romanzo di Emily M. Danforth, che ha acceso i riflettori sull’equivoca realtà dei centri di rieducazione americani per ragazzi che di problematico hanno solo i pregiudizi con cui sono chiamati a fare i conti.

I toni del racconto, mai morbosi o eccessivamente cupi, rendono plasticamente la “normalità” di quello che si pretende di additare come anormale, restituendo l’impressione che la realtà distorta e “diseducativa” sia proprio quella attorno a cui è costruito God’s Promise: il karaoke con canti religiosi e le band rock che intonano canti al Signore.

data di pubblicazione:31/10/2018


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