(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Ci troviamo a Capri, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un gruppo di giovani nordeuropei ha trovato sull’isola il luogo adatto per fondare una comune e ricercare insieme l’arte e la propria stessa identità lontano dal mondo così detto civilizzato. Ma la gente, che sia pur con una certa riluttanza li ha tutto sommato accolti bene, ha tuttavia una propria tradizione da tutelare. Si trova spesso in contrasto con gli ideali utopistici dei ragazzi che tra danze e riti iniziatici vivono sperimentando con la nudità dei loro corpi il contatto con la natura selvaggia che caratterizza l’isola. In questo contesto vive Lucia, ragazza analfabeta che si occupa di badare alle capre: un giorno, quasi per caso, incontra il capo carismatico del gruppo e ne rimane attratta, iniziando a coltivare in sé la consapevolezza di essere una donna libera e matura, tanto da poter iniziare quel processo di emancipazione al di fuori da ogni stereotipo che la propria famiglia di origine vorrebbe imporle.

Con Capri-Revolution, presentato in concorso a Venezia, Mario Martone chiude la trilogia, iniziata con Noi credevamo e continuata con Il Giovane favoloso, sulla storia dell’Italia dal Risorgimento sino alla Prima Guerra Mondiale scrivendo con la moglie Ippolita Di Majo una sceneggiatura perfetta in ogni suo aspetto che, sia pur ambientata nel passato, risulta molto pertinente con i problemi di oggi che riguardano il nostro rapporto con la natura, il progresso ed in ultima analisi la sopravvivenza della stessa umanità. Ecco che Capri con la sua essenza arcaica, quasi mitologica, trova identificazione in Lucia (Marianna Fontana), una ragazza povera di cultura scolastica ma che concentra in sé tutti gli ideali di libertà e di riscatto sociale per i quali ancora oggi le donne devono purtroppo lottare. La giovane incontra i membri della comunità guidata da Seybu (l’attore olandese Reinout Scholten van Aschat) e di nascosto ammira la loro nudità tra le rocce bruciate dal sole e da questa immagine inizia il proprio percorso di liberazione, con un processo simile a quello con cui gli esuli russi a Capri si preparavano in quegli anni alla grande rivoluzione.

Il racconto prende spunto dalla comune realmente fondata dal pittore spiritualista Karl Diefenbach che intendeva praticare la sua arte attraverso un radicale sovvertimento delle leggi tradizionali in cui era di fondamentale importanza il contatto diretto con la natura, soprattutto attraverso la danza e la liberazione del corpo. I principi basilari di questo pensiero troveranno poi sviluppo negli anni ’60 e ’70, diventando un fenomeno collettivo che coinvolse molti giovani di quella generazione verso la ricerca di una spiritualità del tutto nuova, lontano dai condizionamenti sociali e consumistici. Ecco che Lucia rappresenta per il regista il pretesto per parlare di due mondi contrapposti: quello della comunità dei pastori dell’isola e quello della comune i cui membri sono tutti naturisti, omeopati, vegetariani e antimilitaristi, in un contesto storico ben preciso in cui l’Europa entrava nel conflitto mondiale.

Ottima la scelta del cast, tra cui la grande Donatella Finocchiaro nella parte della madre; la fotografia è stata curata da Michele D’Attanasio, già vincitore nel 2017 del David di Donatello per il film Veloce come il vento di Matteo Rovere: la nitidezza delle immagini piene di colore rimanda al simbolismo dei pittori preraffaelliti e alle figure luminose ispirate all’arte neoromantica.

Un film carico di sentimento che sicuramente è destinato a far parlare di sé e ce lo auguriamo tanto, soprattutto nell’ambito del mercato cinematografico internazionale.

data di pubblicazione:07/09/2018








Share This