Capri, scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un gruppo di giovani nordeuropei ha trovato sull’isola il luogo adatto per fondare una comune e ricercare insieme l’arte e la propria stessa identità lontano dal mondo così detto civilizzato. La gente del posto, seppur con una certa riluttanza, li ha accolti bene pur avendo una propria tradizione da tutelare e trovandosi sovente in contrasto con gli ideali utopistici dei ragazzi i quali, tra danze e riti iniziatici, sperimentano con la nudità dei loro corpi il contatto con la natura selvaggia del posto.

 

Di quella stessa natura è intrisa Lucia, ragazza analfabeta che un giorno, badando alle capre, quasi per caso incontra il capo carismatico del gruppo e ne rimane attratta, iniziando così a coltivare l’autoconsapevolezza di essere una donna libera e matura a cominciare un percorso di emancipazione fuori dagli stereotipi che la famiglia le impone.

Con Capri-Revolution, presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Mario Martone chiude la trilogia, dopo Noi credevamo e Il Giovane favoloso, sulla storia dell’Italia dal Risorgimento alla Prima Guerra Mondiale. La sceneggiatura, scritta insieme alla moglie Ippolita Di Majo, è perfetta in ogni suo aspetto: ambientata nel passato, ci parla dei problemi di oggi, del nostro rapporto con la natura, del progresso tecnologico e della sopravvivenza stessa dell’umanità.

Capri, con la sua essenza arcaica, quasi mitologica, trova identificazione in Lucia (Marianna Fontana, una delle due gemelle siamesi nel film Indivisibili di Edoardo De Angelis), una ragazza povera di cultura scolastica ma che è l’essenza di tutti quegli ideali di libertà e di riscatto sociale con i quali ancora oggi l’universo femminile deve ancora misurarsi. La giovane inizia il proprio percorso di liberazione esattamente come gli esuli russi, che a Capri in quegli anni si preparavano alla grande rivoluzione: in un momento storico ben preciso in cui l’Europa entrava nel conflitto mondiale, Lucia rappresenta per il regista il pretesto per parlare di due mondi contrapposti, quello della comunità dei pastori dell’isola e quello della comune di individui naturisti, omeopati, vegetariani e antimilitaristi. Il racconto prende spunto proprio dalla comune realmente fondata dal pittore spiritualista Karl Diefenbach che intendeva praticare la sua arte attraverso un radicale sovvertimento delle leggi tradizionali, in cui era di fondamentale importanza il contatto diretto con la natura, in particolare attraverso la danza. I principi basilari di questo pensiero troveranno poi sviluppo negli anni ’60 e ’70, diventando un fenomeno collettivo che portò molti giovani di quella generazione verso la ricerca di una spiritualità del tutto nuova, lontano dai condizionamenti sociali e consumistici.

Cast di ottimo livello, tra cui Donatella Finocchiaro nella parte della madre; bella la fotografia curata da Michele D’Attanasio, già vincitore nel 2017 del David di Donatello per il film Veloce come il vento di Matteo Rovere: la nitidezza delle immagini piene di colore rimanda al simbolismo dei pittori preraffaelliti e alle figure luminose ispirate all’arte neoromantica.

Il film, carico di sentimento, ben accolto dal pubblico del Festival e dalla critica, ha già ottenuto diversi riconoscimenti tra cui il Premio Francesco Pasinetti, il Premio Carlo Lizzani, il Premio Siae e Sfera 1932 oltre al Premio Arca Giovani.

data di pubblicazione:20/12/2018


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