A quasi due mesi dall’uscita nelle sale italiane, potevamo noi Accreditati non scrivere di uno dei film più acclamati degli ultimi anni? E già, a quanto pare, e la permanenza in sala la dice lunga, Bohemian Rhapsody del regista Bryan Singer è tra i film che ha più incassato negli ultimi 20 anni e la corsa al botteghino non pare destinata ad esaurirsi.

 

Il lungometraggio racconta la storia del leggendario gruppo rock pop dei Queen attraverso l’occhio del front man Freddie Mercury (Rami Malek). Freddie, così si faceva chiamare invece di Faruk, non si riconosce nei rigidi insegnamenti del padre e della sua famiglia persiana migrata in Inghilterra. In un clima di latente ribellione nei confronti degli schemi tradizionali e delle aspettative nutrite per lui dal padre, la musica è il cuore che pulsa dentro Freddie e lo spinge, come in una sorta di disegno divino già scritto, a conoscere, nella stessa serata, i 3 ragazzi che poi sarebbero diventati la sua “famiglia” dal nome Queen e l’amore della sua vita (“Love of my life” fu scritta per lei) Mary (Lucy Boynton). Siamo nel 1970 e Freddie, Brian May (un identico Gwilym Lee), Roger Taylor (Ben Hardy) e Jhon Deeacon (Joseph Mazzello) iniziano la loro inaspettata ascesa all’olimpo della musica mondiale. Come in tutte le favole però, il nostro eroe deve fare i conti con il successo, i suoi conflitti interiori mai del tutto risolti, la presa di coscienza della sua omosessualità concomitante con l’amore per Mary e i personaggi saprofiti che lo affiancheranno giocando sulle sue debolezze per trarne solo profitto, tra cui Paul Prenter (Allena Leech) che divorò Freddie portandolo a lasciare i Queen e a precipitare. Il film ben racconta l’esordio, l’ascesa, le frizioni, il momento buio del leader del gruppo, catapultando lo spettatore nel fenomenale tornado che rapì 4 giovani ragazzi, estremamente diversi tra loro ma uniti dalla passione sfrenata per la musica che ne curò la sofferenza per la comune appartenenza alla classe degli emarginati, degli incompresi invisibili della società di quegli anni.

E così, una dopo l’altra, assistiamo entusiasti alla nascita delle prime note, degli accordi e dei testi delle canzoni che poi sarebbero divenute leggenda segnando le tappe del successo dei Queen, tra cui la mitica Bhoemian Rhapsody che da il nome al film, fino al concerto Live Aid del 13 luglio 1985 che segnò il ritorno insieme dei Queen. Sul palco del Wembley Stadium di Londra Freddie ritornò sulle scene per beffare e ignorare il virus Hiv che ormai lo aveva colpito, continuando a fare quello per cui era nato: cantare e far toccare al pubblico, insieme alla sua famiglia Queen, il paradiso con un dito. Nonostante il Golden Globe recentemente vinto come “Migliore film drammatico”, Bohemian Rhapsody non spicca per particolare bravura degli attori – il protagonista Rami Malek vincitore del Golden Globe “migliore attore protagonista in un film drammatico” appare a tratti ridicolo. Infatti, la marcata ed eccessiva accentuazione dei denti incisivi sporgenti lo portano più ad assumere espressioni distorte e fuori luogo, penalizzandone sia la eventuale bravura recitativa, sia la somiglianza con il divino Freddie Mercury.

Diciamo che la forza travolgente, emozionante e commuovente del film, che nel complesso è piacevole e regge per l’intera durata, vince facile grazie al repertorio della band e alla magia della storia di questo gruppo unico nel suo genere. In ogni caso, per chi ancora fosse indeciso, un film da vedere per tornare ad appassionarsi o per conoscere meglio un pezzo di storia della musica mondiale.

data di pubblicazione:19/01/2019


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