Ad essere pignoli 392 versi che contengono meno parole della nota e della glossa finale. Ma un dono prezioso e minimalista di una poetessa sensitiva che distilla ricordi di un legame indimenticabile. Il sodalizio con Giovanni Raboni, stimato rappresentante della poetica lombarda, che discende da Carlo Porta. La coppia vive ancora nell’umorismo disperante, dell’ultimo sghignazzo di chi sta per essere impiccato. La vita si trascina senza illusioni e, apparentemente senza guizzi. Ma la Valduga la rianima con una percezione, un’intuizione, il risveglio del corpo, un adagio in dialetto veneto. Risorse esistenziali che si sublimano nell’arte per un’interprete del suo tempo che ha fatto epoca e che vuole uscire dalla retorica e dalla storia per abbracciare empiti di verità. Una poesia materica e molto concreta nel commento beffardo delle avances dei pretendenti, pallide copie del compagno che fu per quindici anni, sodalizio di vita e di poesia. Così la Valduga dopo sette anni di silenzio, si meraviglia per la mancata celebrazione del cineasta Dreyer e da applaudito funambolo si sdoppia in Don Giovanni Da Ponte. Così versi strazianti risultano anche umoristici per una piena presa di possesso di una vita che sembra non riservare più gioie e sorprese. Un verso che fa…il verso, che rompe la metrica, che si dibatte, annaspando in brandelli di realtà. La vita di tutti i giorni, quella che non esce dalla routine ma che, interpretata da un poeta, si ribella, regala palpiti se non illusioni. Il poeta parla ancora. E la città che offre il titolo nelle statistiche è quella in cui si vive meglio in Italia. In effetti c’è un grande profumo di provincia nella bizzarra silloge che segna un gradito ritorno. Poesie che possono essere filastrocche o litanie ma che contengono sempre un estremo guizzo di vivacità.

data di pubblicazione:23/05/2019

 

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