ROMA EUROPA FESTIVAL Grand Finale, di Hofesh Shechter

ROMA EUROPA FESTIVAL Grand Finale, di Hofesh Shechter

(Teatro Olimpico – Roma, 17/19 ottobre 2018)

Un mondo in caduta libera, pieno di conflitti, ma carico di energia e forza anarchica e propulsiva, una commedia violenta dal sapore agrodolce. Dieci meravigliosi danzatori in scena accompagnati da un gruppo di straordinari musicisti live, per il Grand Finale di Hofesh Shechter al Roma Europa Festival dal 17 al 19 ottobre al Teatro Olimpico, “una danza intorno all’abisso per indagare i grandi temi del presente” come la precarietà della quotidianità, i disastri politici ed ecologici, la violenza e il terrore, “senza rinunciare a quel black humor che è ormai firma del coreografo”. Una danza ai confini del mondo, al suono dell’apocalisse, ma con quella componente british, che tradisce un ottimismo leggero e fiducioso. È il marchio di fabbrica Hofesh Shechter, coreografo israeliano trapiantato a Londra, riconosciuto a livello internazionale come uno degli artisti più emozionanti della danza contemporanea, tornato ospite al RomaEuropa Festival per la terza volta. Regista e coreografo, ma anche musicista, Hofesh Shechter fa parte di quel gruppo di straordinari artisti nati, cresciuti in Israele e poi emigrati nel mondo (Ohad Naharin, Sharon Eyal, Gai Behah,).

Un lavoro che amalgama danza, teatro e musica, guardando al passato e aprendo a nuove strade.

Una nebbia avvolge la scena e la platea, efficacissime luci e sonorità di contrasto tra classico e contemporaneo enfatizzano le gestualità dei performer, a tratti enfatiche, a tratti devastanti. Un piano sequenza che scorre in uno spazio in perenne evoluzione fatto di pieni e di vuoti, di storia e di rivolta. È il talento di Shechter quello di analizzare ed esorcizzare, allo stesso tempo, i demoni del nostro presente.

Spettacolo comico, cupo e meraviglioso, carico di eccessi, di forza, bellezza, dinamismo che ti devasta ma che ti auguri non finisca.

data di pubblicazione:22/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Quasi niente, di De Florian Tagliarini

ROMA EUROPA FESTIVAL Quasi niente, di De Florian Tagliarini

(Teatro Argentina – Roma, 9/14 ottobre 2018)

Ha debuttato il 9 ottobre al Teatro Argentina in prima italiana, per una coproduzione tra Romaeuropa Festival 2018 e Teatro di Roma, Quasi niente, la nuova creazione del duo Daria Deflorian e Antonio Tagliarini.

È evocata la storia di Giuliana, protagonista del film Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, interpretato da una straordinaria Monica Vitti.

Giuliana ed il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza.

Una canzonetta pop esaspera la fragilità del reale ed attraversa il vuoto delle relazioni umane.

Cinque esseri umani, uomini e donne senza un nome proprio si rivelano e prendono la parola gli uni davanti agli altri: i trentenni, la quarantenne, la quasi sessantenne, il quarantenne.

Una patina li separa e rende sfocato quello che è il contatto con l’esterno. Così scena e drammaturgia si costruiscono come un territorio spazio aperto, di osmosi tra interiore ed esteriore, tra spazio intimo e spazio sociale.

Scorrono le parole e i gesti di Daria e Antonio, quelle dell’attrice Monica Piseddu, del performer Benno Steinegger, e della cantante Francesca Cuttica, una filastrocca della nostra quotidianità.

Una confessione, un racconto privato, una testimonianza di vita pulsante dopotutto.

“Giuliana è una donna borghese ma è anche una ‘selvatica vestita bene’ ed è proprio in questo senso che, alla fine, non rappresenta nulla: chiamata a rappresentare la borghesia, (poiché l’identità borghese è uno dei grandi temi del cinema dell’epoca) finisce per eccedere le rappresentazioni, comprese quelle ideologiche o sociologiche. È un punto di fuga” raccontano gli autori.

Il duo approfondisce così la propria riflessione sul significato stesso del teatro e sul ruolo dell’attore. Dramma o commedia che voglia essere, la vita è così e in quanto tale va raccontata anche attraverso quella intimità non certo serena ma a tratti ironica, a volte angosciante, a volte vuota, un quasi niente.

Un lavoro non solo sul disagio e sulla fragilità ma anche sulla purezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare.

Parole, urla, riflessioni, gesti liberatori, estasi e follia per dare vita e forma ad un personaggio, moglie e madre, che attraversa il deserto della sua vita ma che certamente alla fine è più viva di tutti.

Un teatro nobile e spirituale, estetico e denso.

data di pubblicazione:16/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Orestea – Compagnia Anagoor

ROMA EUROPA FESTIVAL Orestea – Compagnia Anagoor

(Teatro Argentina – Roma, 2/3 ottobre 2018)

L’Orestea ed il teatro dilatato di Anagoor nella nuova sfida proposta dalla compagnia diretta da Simone Derai e Marco Menegoni. Quattro ore di spettacolo ed un teatro colmo soprattutto di giovanissimi in cui la variabile tempo scorre senza sussulti, grazie a una costruzione che lentamente cattura l’occhio e assorbe la mente ed a una estetica fatta di classico e ancestrale, ma anche di performing e multimediale, in un’atmosfera rarefatta che viaggia al di sopra di qualsiasi riferimento temporale.

La storia è quella nota della mitologia e parte da Atreo, padre di Agamennone, che somministra al fratello Tieste i propri figli da lui trucidati e affida al sopravvissuto Egisto il ruolo del vendicatore. Elena che scappa con Paride, Agamennone che sacrifica la figlia Ifigenia, il trono di Argo edificato sui cadaveri, Clitennestra che vendica la figlia ed uccide marito e Cassandra, Oreste che è tenuto dall’imposizione di un oracolo a uccidere la madre e a vendicare il padre.

Il dolore della fine e la filosofia che porta rimedio al dolore: ecco la lezione dei Greci.

Il testo eschileo è inizialmente assunto nella sua integralità, ma con linguaggi e strumenti propri della compagnia attraverso riferimenti letterari e salti culturali: registrazioni e canti, lunghi monologhi e una colta babele di linguaggi per meditare su alcuni temi capitali della civiltà occidentale, ma anche un’indagine sulle possibilità di comunicazione del teatro stesso. La storia degli Atridi diventa una interrogazione sul male e sulla violenza, sulla tragedia e sul mondo, sul destino e sulla morte e sulla filosofia che aiuta a comprendere e a sopravvivere.

Le orazioni di Menegoni diventano un racconto denso e immediato sul senso della morte, sui rituali con cui questa è stata inscritta all’interno della nostra esistenza o invece nascosta o offuscata.

L’Orestea, composta da tre parti (Agamennone, Schiavi, Conversio), parte dalla saga della famiglia di Agamennone e man mano si sublima fino a perdere i connotati elementari della storia per diventare movimento, immagine, concetto.

Agamennone, la cui durata copre metà dello spettacolo, è reso pressoché nella sua interezza, a partire dalla caduta di Troia, il ritorno in patria del sovrano e della schiava Cassandra, l’assassinio del re per mano di Clitennestra e di Egisto. Tutto è vivo e reale: Clitennestra che diffonde un requiem per le vittime della guerra, Cassandra che recita in armeno il proprio dolore, Agamennone forte e virile che celebra il proprio ritorno ed attorno un susseguirsi di corse, processioni, pause ieratiche. Un registratore annuncia le vendette, le maledizioni e le morti, il sangue che scorrerà.

Schiavi e Conversio, secondo e terzo capitolo delle trilogia sono meno terreni e fisici: nessun tribunale si riunisce a decidere il destino di Oreste, solo una folta schiera di presenze tra anime e sopravvissuti che alla fine trovano nell’arte e nella filosofia il senso ed il superamento del dolore.

Orestea è la storia del nostro mondo in rivolta, è la storia che del male che ci affligge cui fa da contraltare la fragilità del bene, ma è anche una meditazione sul valore e sulla speranza del cambiamento e sulla fede nella giustizia, quanto di più importante e necessario oggi. Un’esperienza da vivere nel silenzio e nella riflessione, dilatata nel tempo lungo e breve della rappresentazione.

Da applausi.

data di pubblicazione:08/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Love Chapter II

ROMA EUROPA FESTIVAL Love Chapter II

(Teatro Argentina – Roma, 25/26 settembre 2018)

Già due anni avevano esultato tutti con lo spettacolo OCD Love, una ventata di amore e sensualità grazie allo splendido lavoro realizzato da Sharon Eyal, coreografa associata alla Batsheva Dance Company. Oggi gli stessi autori tornano con un naturale sequel: Love Chapter II.

La famosa artista, nativa di Gerusalemme, è uno dei tre elementi portanti della L-E-V Company (letteralmente cuore, in ebraico), insieme a Gai Behar animatore della vita notturna di Tel Aviv e il musicista, padre dei techno rave israeliani, Ori Lichtik.

In Love Chapter II, presentato il 25 e 26 settembre al Teatro Argentina,una scarica adrenalina ed emotiva avvolge i performer e coinvolge gli spettatori catturati dalla tech trance e dalla danza senza respiro, contratta ed elastica al tempo stesso, avvolgente e coinvolgente, che non conosce tregua,personale ed uguale, attraverso una interpretazione fisica devastante. Questa è l’arte portata in scena da Sharon Eyal, una danza forte, fatta di pura emotività e sentimento, che permette di esternare l’io più interiore e trasportarlo, attraverso suoni, luci e danze sul palcoscenico,capace di trasmettere un’energia dirompente e di fondere con eleganza musica elettronica, rigore coreografico e atmosferaglamour. Una pièce un po’ criptica sul rapporto amoroso che, tra dolcezza e violenza, pulsa vigore e dolore, regalando però bellezza e luminosità.

data di pubblicazione:01/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Kirina

ROMA EUROPA FESTIVAL Kirina

(Teatro Argentina – Roma, 19/22 settembre 2018)

Un mondo senza barriere ed un teatro senza confini. La risposta alla mancata caduta dei muri ed alle separazioni tra popoli non può che essere di natura culturale: questa la sfida di Roma Europa 2018 che si apre ad artisti dell’Africa, della Cina, dell’Iran, dell’Argentina per far conoscere l’immaginario di altri paesi e permettere il confronto con altre visioni del mondo.

Allo spettacolo Kirina spetta l’apertura di questa trentatreesima edizione. È un’opera per 9 danzatori, 1 attore, 4 musicisti, 2 cantanti e 40 figuranti, nata dalla collaborazione tra il coreografo Serge-Aimè Coulibaly (già danzatore per Les Ballets C de la B di Alain Platel e fondatore della Faso Danse Théâtre), la cantante maliana, icona della musica mondiale, Rokia Traorè e lo studioso e scrittore Felwine Sarr nelle vesti di librettista.

Kirina è il nome della località situata nell’odierna Guinea, dove si è svolta l’ultima battaglia da cui è nato l’impero mandingo nell’Africa Occidentale: parte proprio da quel luogo questa speciale creazione polimorfa, che racconta e descrive il percorso di un popolo, colto nel suo momento di massima forza e splendore.

Il protagonista Sundjata Keita è anzitutto una figura storica: il fondatore dell’impero del Mali che unificò in un regno pacifico e avanzato varie popolazioni di ceppo mandingo verso la metà del duecento, ma Keita è anche una figura mitologica per i popoli dell’Africa occidentale, una sorta di Orlando che si reincarna e si rigenera e le cui gesta sono state cantate per secoli e tramandate nel tempo.

Un racconto complesso e stratificato che è una lunga marcia verso la nascita del primo impero centralizzato africano, e che in chiave contemporanea rivendica l’essenza della storia e della cultura africana.

Kirina è uno spettacolo di teatro danza che sfugge a ogni tentazione di esotismo o di ricostruzione nostalgica o etnica: musiche tra il tribale e l’elettronico, sublimi voci femminili e coreografie asciutte e incisive, emotivamente legate alla cultura pop.

La forza dello spettacolo si basa sull’interazione tra la potenza delle voci e l’originale disegno dei passi dei danzatori che basta da sola a far rivivere la storia di Sundjata. Meno convincente la musica, non sempre coivolgente, e l’impianto complessivo che non emoziona.

data di pubblicazione:25/09/2018