LA RANE di Aristofane, regia di Giorgio Barberio Corsetti

LA RANE di Aristofane, regia di Giorgio Barberio Corsetti

(Teatro Eliseo – Roma, 27 novembre/9 dicembre 2018)

Aristofane in salsa music hall. Profondamente contaminato e straniante. Un esperimento riuscito a metà con I frombolieri Ficarra e Picone lanciati in un ambito più impegnato.

 

Two men show? Questo ma non solo. Difficile oggi per i costi di produzione del teatro contemporaneo mandare in scena venti attori, sia pure supportati da una scenografia esaurientemente plebea. Puoi condurre l’operazione se hai la fortuna di gestire due attori famosi come comici che tentano il salto di qualità di un pubblico embedded.  Particolarmente nella prima all’Eliseo si respira aria di casa con il classico contorno di Vip buoni per tutte le occasioni e soprattutto quando c’è l’occasione di un invito da Barbareschi. La miscela della comicità greca, riattualizzata ai giorni nostri (con chiare icone di contemporaneità, come i bagagli del servo), condita da un coro molto moderno, ha un effetto straniante. La discesa all’inferno del duo (Ficarra e Picone in cerca di benessere e di buona accoglienza si scambiano ripetutamente i ruoli) culmina in una sorta di processo collettivo paragonabile a un talk show televisivo, una sfida tragica tra Eschilo ed Euripide. Non è un giallo rivelare chi vinca ma più del verdetto finale contano i contenuti. Che dimostrano come anche tante centinaia di anni fa fosse difficile condurre in porto un progetto di reale democrazia. Allo spettatore il compito di riattualizzare i messaggi in scena, per la verità mai troppo scoperti. Non si può evidentemente parlare di rispetto del testo in un’operazione che vuole sfrondare gli anacronismi e che si picca di numerosi contributi musicali. Sulla carta il copione poteva risultare indigesto ma nell’operazione di manipolazione Barberio Corsetti non ha rinunciato a picchi di eccentricità. Ficarra nel rispetto dei personaggi prevale su Picone che però ha un paio di brevi lampi interpretativi. Il duo è sorretto da un cast all’altezza soprattutto per ballo e canto. Il Dioniso che scende nel regno dei morti è un personaggio incredibilmente vivo e le ansietà di oggi vengono modulate dai lirismi che abbondano in un esperimento decisamente coraggioso. Siamo curiosi di immaginare cosa sarà d’ora in poi il futuro teatrale di Ficarra &Picone che sottolineavano ironicamente l’apprezzamento di un pubblico che ha scelto di disertare la visione di Roma-Real Madrid.

data di pubblicazione:28/11/2018


Il nostro voto:

MOBIDIC di Karl Weigel, regia di Massimo De Rossi

MOBIDIC di Karl Weigel, regia di Massimo De Rossi

(Teatro Vittoria – Roma, 8/18 novembre 2018)

Terrorista, uomo di teatro, millantatore? Il protagonista dà vita a un incubo ragionato con presenza femminile, cantante e danzante.

Non Moby Dick ma Mobidic a causa di un’importante doppia citazione nei 90 minuti della pièce ma senza alcun filo logico-temporale con l’opera di Melville se non la fascinazione di quel testo quasi sacro, metafora dell’esistenza. Lo spettacolo aspira alle vette della poesia e del lirismo, le sfiora ma non le raggiunge. C’è poca azione e dunque l’ampio scenario teatrale (teatro nel teatro) deve essere per forza movimentato nel gioco della conoscenza tra il protagonista e la sfortunata cassiera, rimasta prigioniera del suo improvvisato carceriere. Prova d’attore per De Rossi. Terrorista posticcio, colpito da un’amnesia dissociativa che gli ha fatto perdere la memoria e il senso della realtà. Ma la dissociazione è reale o simulata? Questo è un dubbio che circola nello spettacolo e che deve essere sostenuto dall’interpretazione della giovane libellula spaurita Roberta Anna a cui spetta il difficile compito di deuteragonista spaesata e cangiante. Prima sospettosa, poi, quasi improvvisamente, solidale e premurosa, forse in ragione anche di qualche bicchiere di troppo. Il suono di una sirena rompe il lungo sequestro di una notte. Si valorizza la filosofia dell’attimo. L’attimo in cui si perde la memoria, l’attimo in cui si sfiora l’accarezzante idea del suicidio (non portata a termine). La scena appare a volte troppo grande, troppo disseminata di sedie e la musica (il ballo) sembrano quasi un pretesto di riempimento perché la parola non risulti troppo tesa e invasiva. Teatro tradizionale che affonda le proprie radici nella forza del testo più che nel gesto anche se le coloriture di De Rossi sono ammirevoli rispetto anche alle reazioni di un pubblico un po’ spaesato. Il Professore smemorato è uno che dimostra di saperla lunga. Curiosa la ripresa di un fatto realmente accaduto, sfruttato per un impianto teatro solenne e ambizioso.

data di pubblicazione:16/11/2018


Il nostro voto:

ZERO UNO INFINITO di Mario Fiorentini e Ennio Peres – Iacobelli editore, 2018

ZERO UNO INFINITO di Mario Fiorentini e Ennio Peres – Iacobelli editore, 2018

Per caso è di vostra conoscenza uno scrittore-matematico che abbia già compiuto cento anni? Il miracolo di lucidità e di intatta capacità pubblicistica è di Mario Fiorentini che ha scritto un pezzo di storia d’Italia da partigiano e ora, celebratissimo, firma con il rinomato giocologo Ennio Peres, un agile e stimolante volumetto che è utile esercizio per la mente oltre che ripasso di alcune nozioni rimosse da molti italiani rispetto al periodo scolastico. Gli obiettivi conclamati del testo sono evidenti: fornire uno strumento gioco e creativo per invogliare i lettori di qualsiasi età allo studio della matematica (materia comunemente, ma a torto, considerata ostica e arida); offrire una serie di spunti stimolanti per riuscire ad approfondire, operando su problemi pratici, la potenzialità degli strumenti matematici. Cibo per la mente ma apprezzabile anche dai profani della materia. Fiorentini è stato professore di geometria superiore all’Università di Ferrara per 25 anni e ha studiato da autodidatta la matematica fino a raggiungere la sospirata laurea. Proprio questo percorso dal basso gli ha ispirato la praticità e il contatto con la vita di tutti i giorni, respirando senso comune e divertimento, nella stesura del libro in combinato disposto con Peres che invece è autentico specialista dell’enigmistica oltre che un pezzo di storia della sinistra italiana. La creatività e la fantasia alimentata dal gioco sono un utile antidoto all’azzardo e alle sue seduzioni. Il punto d’arrivo di molti degli esercizi presentati è sorprendente e Peres ne ha dato una prova al quartiere Esquilino proprio nel giorno di una festa dedicato al compleanno in tripla cifra di Fiorentini, nell’occasione impossibilitato a intervenire per un comprensibile stress da festeggiamento. Una cultura scientifico-matematica certo non contribuisce a risolvere i problemi del Paese ma è una gradevolissima consolazione personale per i cultori della materia, in gran parte lettori dell’immarcescibile Settimana Enigmistica, la rivista che coltiva con orgoglio le centinaia di tentativi di imitazione.

data di pubblicazione:16/11/2018

ARTE di Yasmina Reza – Adelphi, 2018

ARTE di Yasmina Reza – Adelphi, 2018

Se il teatro è conflitto e scoppio delle contraddizioni attraverso un dialogo serrato, oggi Yasmina Reza, unitamente a David Mamet, rappresenta la punta più acuminata e popolare del mainstream scenico. Il suo Carnage ha fatto scuola e questo successivo piccolo atto unico ne è la diretta conseguenza e applicazione su un piano che -potremmo definire- più frivolo. Il nodo del contendere è un quadro. Una di quelle opere contemporanee che quasi nessuno capisce ed interpreta ma che ha un valore commerciale ragguardevole per la semplice firma dell’autore. Il quadro appunto è la scintilla che accende una vivace discussione tra due collaudati amici. E c’è un terzo incomodo piuttosto casuale. Che non ha alcuna competenza di arte ma che, molto semplicemente, non vorrebbe intaccare il legame di amicizia con i due. Se tre è il numero perfetto, anche a tre la concatenazione del dialogo teatrale punta fortemente su questo numero. Andamento prevedibile? Mica tanto. Lo spariglio è l’attentato alla composizione, il beffardo disegno che ne intacca la consistenza. Danno irreversibile? Niente affatto. L’amicizia è salva ed il sottofondo morale è che mantenerla in vita è più importante del valore effimero di una presunta opera d’arte. Naturalmente l’ambiguità è nel fondo. I due amici e litiganti sapevano della possibilità di restaurare il quadro facendolo tornare al primitivo splendore? O solo uno dei due sapeva ed ha lasciato fare l’altro? Come si vede la realtà anche teatrale può non essere mai facilmente decifrabile. Dunque anche in questo lavoro c’è un “Dio del massacro” attivo e funzionante. La ricetta della Reza è collaudata. A qualcuno potrà apparire un po’ ripetitiva ma gli ingredienti del cocktail funzionano in un crescendo nevrotico di grande efficacia. Lo spettacolo da cui è tratto il libretto ha avuto grande successo in Francia ed è stata tradotto e importato in Inghilterra e negli Stati Uniti, in attesa di approdare in Italia. Vista l’esiguità della trama in questo caso è estremamente improbabile una trasposizione cinematografica.

data di pubblicazione:15/11/2018

UOMO SOLO IN FILA di e con Maurizio Micheli, regia di Luca Sandri

UOMO SOLO IN FILA di e con Maurizio Micheli, regia di Luca Sandri

(Teatro della Cometa – Roma, 6/18 novembre 2018)

Monologo a tutto campo. Senza ritenzione né censura. One man show che funziona. Con il contributo sonoro di Gianluca Sambataro al pianoforte.

Tutto il mestiere e la capacità affabulativa di Maurizio Micheli, ormai più che settantenne (ma l’umorismo non ha età) in novanta minuti di spassoso divertissement attorno a usi e costumi italici. Una piccola copia del format di Mi voleva Strehler da parte di un attore a vocazione comica di sicuro mestiere e con numeri pirotecnici nel proprio bagaglio. A tratti divagazioni irresistibili mentre, sul filo della memoria, si scatenano note da karaoke, a soggetto e, apparentemente a libera improvvisazione. Il protagonista cuce lo spettacolo con il piccolo pretesto della permanenza in una sala d’attesa di Equitalia. Il clima è vagamente kafkiano. Vengono chiamati dall’altoparlante numeri a casaccio, c’è gente che aspetta da cinque giorni in quell’angusta sala. Il protagonista dunque ha tutte le possibilità di sfogarsi e suscita risate a scena aperta quando recita Leopardi con l’accento marchigiano. I due poli regionali della comicità di Micheli sono toscano-pugliesi. E dunque che si parli di Marina di Cecina o di Bari la sua inflessione dialettale rivela tutte le doti di imitatore-intrattenitore. Potrebbe anche leggerci l’elenco del telefono con quella verve ammiccante empatica che si salda con la viva simpatia dello spettatore in una pomeridiana di estimatori ma con pochissimi giovani (segno dei tempi?). E quando termina lo spettacolo vorresti chiedere il bis tanto la valigia dell’attore di Micheli s’immagina piena di ulteriori doni da porgere all’utente di teatro. L’interprete è unico e solo in scena ma la sua capacità evocativa crea, con il contributo di regia, altri personaggi imaginari che fanno parte di un vissuto a cui guardiamo con simpatia e con le capacità di una memoria che sembra non appartenere più al Paese e alla sua tradizione. Chi conosce realmente il proprio destino in una sala di Equitalia, un incubo per tanti italiani, ora burocraticamente dismessa ma non per questo dimenticata e rimossa?

data di pubblicazione:12/11/2018


Il nostro voto: