BOXE CAPITALE di Roberto Palma, 2018

BOXE CAPITALE di Roberto Palma, 2018

Fotografia su uno sport ridotto alla pura sopravvivenza per cattiva gestione di sistema. Vitale ancora a Roma, nicchia di un folclore che non si cancella ma semmai si trasforma.

Un film documentario che è quasi un lasciato testamentario su quello che è rimasto del pugilato a Roma, lontano dai fasti mediatici e televisivi di un tempo. Piazza di Siena ospitò nel 1933 un campionato mondiale vincente di Primo Carnera con decine di migliaia di persone assiepate nei luoghi dell’attuale Concorso Ippico. Oggi Davide Buccioni, l’unico organizzatore pugilistico della capitale, promuove nei luoghi più impensati, quando non addirittura all’aperto, quello che rimane dello sport di un tempo. Le interviste illuminanti ai maestri e ai campioni di una volta aprono uno spaccato nostalgico sulla boxe che fu. Quella che ti faceva assaporare il profumo del sudore. Un ambiente borderline, naif e insieme ruspante. Sottoproletariato di periferia spesso appannaggio di una violenza che usciva dalle sedici corde. E questo spiega anche il successo delle grandi famiglie zingare che rimbalzano dallo sport alla cronaca giudiziaria: i Casamonica, gli Spada, i Di Silvio. Alberi genealogici ricchi di campioni italiani e di partecipanti alle Olimpiadi. Mario Romersi, ex campione italiano dei medi, racconta delle epiche scazzottate con Monzon, prima che questi cancellasse Nino Benvenuti dal trono dei medi. 71’ filanti e coinvolgenti, e insieme distaccati per valutare a distanza un passato irripetibile. Il pugilato è decaduto per un’infinità di motivi ma la decadenza è ancora più viva a Roma che era una fucina di pugili e di luoghi attrezzati per questo sport in via di estinzione. Nonostante la presenza in poche sale specializzate la pellicola sta diventando oggetto di culto per chi ama una disciplina che ha regalato pagine drammatiche di letteratura, una filmografia intensa proprio in ragione della sfida cruenta uomo contro uomo. Uno sport in crisi ma che sta riscoprendo una passione tutta femminile che, in fin dei conti, potrebbe servire a rianimarlo.

data di pubblicazione:15/10/2018

ALLEGRA ERA LA VEDOVA? di Gianni Gori, regia di Gennaro Cannavacciuolo

ALLEGRA ERA LA VEDOVA? di Gianni Gori, regia di Gennaro Cannavacciuolo

 (Teatro della Cometa – Roma, 9 ottobre/4 novembre 2018)

Metafisica dell’operetta, rivisitazione di un genere sparito con una messinscena ironica ma non distaccata. Il regno dell’artificio che poi è la metafora del teatro.

Cosa è rimasto oggi nell’immaginario collettivo del magico mondo dell’operetta? Quella di Gennaro Cannavacciolo è una pura e divertita riesumazione filologica, ben in linea con gli interessi del mattatore. Dunque una vasta ricostruzione d’epoca delle futilità di un mondo fatto di tresche, tradimenti, di agnizioni, di misteriose apparizioni di ventagli simbolicamente ammiccanti alla femminilità. Così la vedova allegra viene ribaltata con un interrogativo che fa pensare a Franz Lehar ma anche al film di Jonathan Demme con un irresistibile Michelle Pfeiffer. Così l’one man show, assistito da due capaci ballerini (ovviamente maschi, tutto il cast organizzativo è coniugato al maschile, nonostante che la donna resti saldamente al centro della scena) canta al maschile, in falsetto al femminile e esibisce la mitica scala alla Wanda Osiris, audaci e ricchissime mise con una scenografia che dilata gli spazi non estremi del teatro. Uno spettacolo godibile contenuto nell’ora di durata e con un finale mesto. In effetti si chiude con una fucilazione da parte delle SS che fa cadere il sipario sia sulla pièce che su un periodo storico, decretando, simbolicamente, la morte dell’operetta. Ora questo genere in Italia è grandemente decaduto una volta esaurita la spinta di Sandro Massimini. La capitale al centro della scena è Parigi, la città della seduzione e del godimento. Dentro c’è la belle époque, il periodo conclusivo dell’impressionismo, il can-can, la parziale emancipazione della donna. A teatro non si butta niente e questa è una rivisitazione di uno spettacolo che ha debuttato nientemeno che dodici anni fa. Si fa la storia del novecento, del costume e di una sociologia anche grazie alla mini-orchestra che suona dal vivo e contribuisce a ricreare un’atmosfera che è anche quella del music hall, del vaudeville, dello spettacolo comunque dal vivo. L’interprete si prende ogni responsabilità autorale alternando il registro drammatico, a quello comico, non trascurando la vena sentimentale. In platea il pubblico delle prime, includendo il riconosciuto maestro Gino Landi.

data di pubblicazione:10/10/2018


Il nostro voto:

IPERCONNESSI di Jean M. Twenge- Einaudi Stile Libero Extra, 2018

IPERCONNESSI di Jean M. Twenge- Einaudi Stile Libero Extra, 2018

Il flash back più eloquente sulla società contemporanea è quello di una coppia muta che non si parla, ognuno dei due suoi componenti intenti a scrutare uno smartphone la cui diffusione esponenziale negli ultimi anni ha creato varie forme di dipendenze. L’autrice, riferendosi al particolare contesto della società nordamericana, dove quest’aspetto è ancora più sviluppato, una vera e propria pandemia, si rivolge soprattutto all’universo degli adolescenti per smontare il teorema che l’uso delle tecnologie sia rivolto in direzione del progresso. In realtà dall’esame sociologico sul campo emerge che questa dipendenza dall’oggetto meccanico non crea maggiore indipendenza negli adolescenti. Se ne ricava la fotografia su un compartimento chiuso e immobilizzato, in scarso contatto con la realtà, lontano da pratiche sportive e da una precoce reale autonomia dalle famiglie. Come se questo uso prolungato nel tempo dilatasse i tempi dell’adolescenza e ritardasse il consapevole ingresso nella società adulta, con annessi e connessi: il titolo di studio, la guida di un’autovettura con la conquista della patente, un fidanzamento, un lavoro stabile, il matrimonio, un domicilio proprio. L’infantilismo degli adolescenti è l’interfaccia dell’infantilismo degli adulti che non aiutano la consapevolezza dei propri figli e non ne assecondano l’affrancamento dalla famiglia. Del resto se uno studio canadese conferma come computer, smartphone e televisioni frenino lo sviluppo cognitivo, non c’è da stupirsi di fronte a una tragica constatazione: due ore quotidiane davanti a uno schermo, qualunque esso sia, danneggiano il cervello dei bambini. Un altro studioso- Kinnock- ha messo in statistica i contatti quotidiani di un americano medio con lo smartphone. Gli impulsi ricevuti nel corso della giornata sono quasi 3.000 e i controlli del mezzo 76, risucchiando, attenzione, tempo, incentivando la compulsività e il multi-tasking, pericolosissimo se si sta guidando la macchina. In altre parole questa è la dipendenza più spaventosa del mainstream contemporaneo. Più dell’azzardo, del sesso, dell’alcool, dell’uso (e abuso) di droghe). E questo libro ci aiuta a rendercene conto.

data di pubblicazione:05/10/2018

MANGIARE BERE QUARTIERE TRIESTE SALARIO di Autori Vari – Typimedia editore, 2018

MANGIARE BERE QUARTIERE TRIESTE SALARIO di Autori Vari – Typimedia editore, 2018

Non vi stupisca una recensione a una guida gastronomica. Se l’uomo è ciò che mangia secondo Feuerbach nello spirito del tempo la passione per il mangiare e il bere è diventata arte e mainstream. E dalla lettura morfologica di una guida gastronomica si può arguire lo spirito del tempo e le sue declinazioni positive e negative. Dunque la bussola da orientare ci avvisa che siamo in un quartiere bene di Roma che, presumibilmente, ha avvalorato una maggioranza di suffragi per il Pd nell’ultima tornata elettorale. Cittadini benestanti che possono spendere in una forbice circoscrizionale che va dai margini di Montesacro a Porta Pia attraverso le due grandi direttrici di Corso Trieste e via Nomentana. Dalla descrizione dei piatti più riusciti e dall’indicazione dei prezzi si ricava la constatazione di quanto sia cara una città come Roma se in genere sia primi che secondi vanno in doppia cifra (dai 10 euro in su) e i dolci iniziano ad avvicinarsi a questo confine. Per non parlare del ricarico dei vini sempre esagerato in Italia. Si rivela la tendenza per la deriva etnica. Passata di moda la Cina è il Giappone a recitare la parte del leone, lasciando un piccolo spazio alla Thailandia, all’Arabia, persino alla lontana Corea. I piatti della cucina povera, spesso esaltati, ora sono diventati oggetti di culto rispetto soprattutto ai valori crescenti del colesterolo. Ma c’è ancora sacro rispetto e valorizzazione per trippa, coda alla vaccinara, gricia. Certo oggi, per chi è vissuto nei tempi della lira, può far sinceramente impressione che pur nel totale ridimensionamento nel consumo di carne, una costata arrivi a costare 25 euro, cioè quasi le 50.000 lire di una volta. Ma per chi non può spendere c’è sempre l’escamotage non banale della pizza. Cucinata in tanti (troppi?) modi, anche nell’orribile variazione con la nutella o con le patate fritte. Con ovvia costante lievitazione di prezzo. Da quanto sono affollati i locali in questo emisfero di Roma nord si è quasi portati ad avvalorare l’affermazione di un politico navigato quanto vintage. L’Italia è il paese dell’intatto benessere perché i ristoranti sono quasi sempre tutti pieni. In particolare a Roma dove l’edonismo e il piacere per queste pratiche è consolidato.

data di pubblicazione:28/09/2018

HO SPOSATO UN COMUNISTA di Philip Roth – Corriere della Sera, 2018

HO SPOSATO UN COMUNISTA di Philip Roth – Corriere della Sera, 2018

La riedizione di una delle opere tardive (e sicuramente non meglio riuscite) del grande artificiere della letteratura americana, defunto senza ricevere il meritato Nobel, rievoca il clima di terrore invalso negli Stati Uniti nel segno del maccartismo, della diffusa paura del comunismo. Una sorta di antropologia diabolica dell’oscurantismo in cui caddero scrittori, sceneggiatori, artisti, precipitati nell’imbuto del sospetto anche solo per vaghe simpatie di sinistra. In questo caso l’eclisse riguarda il più estroso rappresentante della famiglia Ringold, diventato famoso per una trasmissione radiofonica, la cui colpa esistenziale maggiore nello sviluppo narrativo è quello di aver sposato l’attrice Eva Frame, diva del muto che lo denuncia apertamente in un memoriale dichiaratamente diffamatorio, estortole da simpatizzanti del senatore repressore. Lo spaccato è quello di una società americana apparentemente aperta ma in realtà razzista e non solo dei suoi neri ma anche di chi è in possesso di una tessera del Partito Comunista. Nei fatti questo partito non riuscì mai a decollare stretto del bipartitismo imperfetto tra sponda democratica e sponda repubblicana. A distanza di sessant’anni dall’epoca dei fatti narrati da Roth come potrebbe essere visto se non in una luce distorta un comunista americano?

Nell’imperfezione del plot, spesso non a fuoco, alcuni pezzi del grande romanzo americano a cui di diritto di iscrivono Saul Bellow e Bernard Malamud. Come quello sulla doverosa distinzione tra letteratura e politica. La prima che rende conto solo a sé stessa, la seconda essenziale ma dipendente e deperibile. Il romanzo utilizza lo stratagemma del memoriale, della narrazione al passato remoto e quindi diventa una sorta di realistico diario delle disavventure del protagonista raccontate dai testimoni della sua vita. E ci rimanda alle diverse percezioni della realtà e all’assoluta mancanza di un’oggettività conclamata. In letteratura come nella vita. Fedele a Roth nella traduzione e nell’impossibile resa di alcuni termini spiccatamente yiddish il noto Vincenzo Mantovani.

data di pubblicazione:14/09/2018