LUNGO LA VIA LATTEA di Emir Kusturica – Feltrinelli, 2016

LUNGO LA VIA LATTEA di Emir Kusturica – Feltrinelli, 2016

L’epica zingaresca, tout court ex jugoslava, di Emir Kusturica, si riverbera in sei racconti lunari. Conscio di non avere il respiro lungo per il romanzo il popolare regista bosniaco dimostra doti non comuni anche da scrittore con le curiose epifanie dei suoi personaggi picareschi. Non necessariamente confinati dentro le mura di Sarajevo.

L’eco della guerra e della profonda divisione tra i popoli sembra non aver scalfito la sua hibris, il suo sentirsi profondamente jugoslavo e neanche ex. L’orgoglio della nazione che fu trapela con moti d’orgoglio, rispettosa da una parte delle svolte storiche maturate ma dall’altro con una sintonia di fondo, il piccolo miracolo, artefice anche Tito, di aver riunito popoli di etnie e religioni diverse in un’Europa che allora predicava l’unità e oggi tante divise frammentazioni.

Sei racconti per restituire il fascino di un popolo fieramente sopra le righe, descritto come barbaro ma probabilmente imbarbarito dalla storia delle sopraffazioni subìte. Nel resto si respira l’atmosfera delle prime prove cinematografiche quando l’ispirazione pulsava di autobiografismo. L’immaginazione è sostenuta dai ricordi del bambino Emir. Qui c’è tutto di reale e tutto di fantastico in un melting pot in cui non è necessario distinguere i due “forni” narrativi. La Via Lattea forse era il lungo incedere verso il mare – sponda croata di Dubrovnik- o la nostalgia delle montagne olimpiche di Sarajevo per l’organizzazione di un’Olimpiade che oggi appare come un miracolo di buona volontà considerando poi la violenza degli anni a venire. Dunque dalle stelle all’acqua con un completamento che sembra la metafora del puzzle jugoslavo, di un indomabile spirito di fondo non fiaccato dalle guerre e dagli odi intestini.

Ci si tuffa in un mondo affascinante che è lontano dalla narrativa italiana almeno quanto quella sudamericana. E non ci annoia mai. Il profumo d’infanzia si scontra con il mondo già crudele degli adulti e ci fa capire come ad est si maturi prima per le prove che la vita ti porta presto ad affrontare.

data di pubblicazione: 11/6/2018

THE MOON IN DESERT di Movimento Comico, regia di Fabio Cicchiello

THE MOON IN DESERT di Movimento Comico, regia di Fabio Cicchiello

(Teatro Lo Spazio- Roma, 18/20 maggio 2018)

Una comicità lunare. Perché letteralmente ambientata sulla luna. Ispirati da Buster Keaton due astronauti dipingono vivacemente le contraddizioni della vita di tutti i giorni che non riesce a essere governata dal timone della scienza.

 

 

Un piccolo e breve florilegio di gag dimostra che il teatro può ancora muovere sul piano del genere una seria concorrenza alla televisione. Lo dimostrano le reazioni del pubblico, probabilmente non alla prima visione di questa breve (50 minuti) ma intensa, a tratti farneticante e demenziale, vicenda. Quadretti scomposti e con collegamenti ad hoc per una storia che non si può raccontare perché in scena fiocca un florilegio di battute calde e fredde, legate a una scenografia affidata a materiali essenziali. Il teatro non è solo seriosità e impegno. I due clown/astronauti si scontrano con i due strambi gestori del teatro che rimandano spesso alla prosaica realtà della sopravvivenza del genere. Dunque un teatro che si affitta per compleanni, matrimoni e qualsivoglia impresa che possa portare denaro. È chiaro che l’impaccio, l’equivoco, il calembour fanno ridere per una comicità che a volte è di parola, a volte di situazioni, a volte di contrastato movimento spaziale. Così lo spettacolo filante e premiato di fine stagione funziona fino in fondo con l’impressione che gli spettatori, ampiamente fidelizzati, si siano gustati almeno un paio di volte l’esibizione. Gli interpreti sono Corrado Zizzo, Daniele Dosideo D’Arcangelo, Luca Refrigeri e Katiuscia Rossi ben diretti da Fabio Cicchiello. Tutti completamente padroni del testo e delle gag per un piccolo convincente piccolo capolavoro di rustica comicità. Il corto lungo o lo spettacolo in miniatura che dir si voglia, nei limiti umili delle sue ambizioni, ha già raccolto primi ed esprime una formula collaudata e interpreti all’altezza della situazione.

data di pubblicazione:21/05/2018


Il nostro voto:

PRIMA DI ANDAR VIA di Filippo Gili, regia di Francesco Frangipane

PRIMA DI ANDAR VIA di Filippo Gili, regia di Francesco Frangipane

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 9/27 maggio 2o18)

Una famiglia unita, una famiglia apparentemente felice. Ma la commedia vira in tragedia perché l’alea del suicidio inquina la serenità del tutto. Si prepara una notte drammatica in un tentativo di escavazione dell’animo umano. Poco riuscito, diremmo.

Un rituale pranzo di famiglia in cui si veicolano discorsi forti e banali, alternanza di voci che si sovrappongono, un interessante interno borghese di una media famiglia italiana. Ma l’allarme è presto scoccato. Perché il giovane maschio del lotto dei cinque è appartato, distratto, chiuso in se stesso e gli altri non sembrano accorgersene. Ed ecco d’improvviso la lacerazione. Il giovane figlio di famiglia annuncia il suicidio, cioè quel gesto che in genere non si annuncia ma si realizza, lasciando un bigliettino di spiegazione. È il “prima” che sconcerta perché la macchina del proponimento è messa in moto e come si potrà fermarla? Ci prova il padre, ci prova la madre. Con convinzione, rabbia, crescente disperazione. Ci provano le sorelle. Ci provano tutti ma i risultati sono scarni. Il peso della perdita della moglie ha lacerato i fragili equilibri del protagonista che non riesce più a ritrovarsi nella vita di tutti i giorni.

Quello che abbiamo enunciato è il proposito didattico del regista che però non si traduce in una tensione drammaturgica all’altezza. Non la regge il protagonista principale, non la sostiene neanche il bravo Giorgio Colangeli in una parte sottostimata rispetto alla sua abilità mimetica. Così una tesi troppo manifesta, un’idea dall’ input brillante non si traduce in un risultato di spessore. Fioccano sbadigli, minuti imbarazzanti di silenzio in scena perché la stessa rimane vuota, priva di significati che non sono stati evocati dal silenzio e dallo smarrimento dei protagonisti. In definitiva un’occasione sprecata perché uno dei più grandi peccati commessi dal teatro è quello di annoiare lo spettatore. Dopo settanta minuti l’aspirante suicida esce di scena lasciando i quattro parenti infranti.

Il tempo tra il “prima” il “dopo”, pur breve, si poteva sfruttare decisamente meglio.

data di pubblicazione: 20/5/2018


Il nostro voto:

SUPERFICIE di Diego De Silva – Einaudi editore, 2018

SUPERFICIE di Diego De Silva – Einaudi editore, 2018

Non è un romanzo, non è un saggio. Non dovrebbe possedere profondità ma alla fine delle 102 pagine di testo ripercorri il libro dall’inizio alla fine quasi posseduto dalla fascinazione dei calembours, dall’ipnotismo delle frasi dei senso comune che, attraverso la lente privilegiata dell’autore, acquisiscono verità e concretezza e lasciano il segno. Non si può concretamente capire quello che affermiamo senza l’uso razionale dell’esempio e, dunque, delle citazioni. “Io non porto rancore, lo custodisco”– fa certamente riflettere mentre “Ogni tanto, per strada, scambio le persone per manichini”– è un piccolo saggio in nuce sull’uso irrazionale degli smartphone che, ormai, più che essere posseduti, posseggono la nostra vita. De Silva squarcia la nuda realtà con piccole nitide abbacinanti intuizioni che alludono anche al sapiente uso della lingua italiana e della possibile rivelazione o della smascheramento del luogo comune. Si penserebbe a un Flaiano riveduto e corretto nel terzo millennio anche di fronte alla riflessione sulla banalità dei testi delle canzoni.

“A volte mi faccio delle domande veramente strane, tipo: “Il coniglio del muso nero della canzone di Marcella, oggi quanti anni avrebbe?”. È la sensibilità di una generazione su un sentiero già battuto da Berselli, Serra e Culicchia con alterni risultati. Quando non affascina, strega, solo per citare lo slogan di una pubblicità, riabilitando una forma letteraria a mezza strada tra la riflessione e il pensiero dell’uomo della strada, stupefatto dalla crudeltà del tempo in cui viviamo.

“Non so se ho risposto alla domanda che non ricordo” “Chi si cerca su Google, generalmente non ne ha motivo” o “La vita non è tua, è in franchising”. Così la leggerezza allude alla profondità con un risultato finale suggestivo che è superiore alla somma dei singoli così diversificati addendi. Un’operazione gradevole e di sicura riuscita in un Paese in cui “l’italiano che non vota si candida”.

data di pubblicazione:05/05/2018

MUMBLE MUMBLE OVVERO CONFESSIONI DI UN ORFANO D’ARTE di Emanuele Salce e Andrea Pergolari

MUMBLE MUMBLE OVVERO CONFESSIONI DI UN ORFANO D’ARTE di Emanuele Salce e Andrea Pergolari

(Teatro Tor di Nona – Roma, 10/15 aprile 2018 e in tournée in Italia)

Un’autoanalisi dissacrante in diretta, una flagellazione pubblica.

Si parte da Dostoevskij, dal massimo dell’impegno, e si finisce con un accenno di coprofagia. Altissimo e bassissimo un po’ come i chiaroscuri di Emanuele Salce, nato come figlio d’arte e poi ritrapiantato in palcoscenico dopo un percorso non rettilineo fatto di impegni come assicuratore, come universitario mancato, ma soprattutto come portatore sano di un’eredità pesante.

Emanuele, infatti, ha due padri: Luciano Salce e Vittorio Gasmann. E ha trascorso, atipicamente, più tempo con il secondo che con il primo. Capace di riprodurne magnificamente la voce, con timbri a stampo da copia. Dunque, inclinazioni da mattatore? Tutt’altro!

Salce jr. ci racconta la vita con un titolo originale che è la tipica espressione interrogativa del personaggio dei fumetti. La nostra sintesi potrebbe apparire prosaica se ci limitassimo a dire che dopo un accenno di trombonismo, subito messo da parte grazie alle frenate e alle accelerazioni simil registiche del suo partner Paolo Giommarelli, in sostanza si parla di due funerali e di una clamorosa crisi di dissenteria. La sostanza è questa ma indirizzata splendidamente. Perché si ride e tanto anche parlando di un corteo funebre, delle padovanelle di un celebre attore (e tutti pensano a Carmelo Bene o a Gabriele Lavia), della condizione di figlio minore all’ombra di ingombranti personalità.

Il tramite del doppio padre è naturalmente Diletta D’Andrea, prima moglie di Salce e poi di Gasmann. Di qui un intrico di parentele e di contiguità con famiglie importanti. Lo spettacolo è un’impudica rivelazione sul proprio vissuto. È un testo tagliato a misura di verità dove il confine tra rappresentazione e finzione è labile se non nel riconoscimento di alcune funzionali forzature. È uno spaccato di commedia all’italiana (come nei film di Salce) e di “ionismo”, termine di moda, come nella vita del grande Vittorio, precipitato nella depressione fino al capolinea del 2000.

È una sorte di immersione anche psicanalitica in un’esistenza che cerca la propria dimensione dopo il periodo di sbandamento giovanile e riconosciuti rischi etilici.

data di pubblicazione: 16/04/2018


Il nostro voto:

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