INTERVISTA A CHIARA CAVALIERI

INTERVISTA A CHIARA CAVALIERI

Roma, giovedì 10 gennaio 2019

Torna dal 16 al 20 gennaio al teatro India, dopo essere stato presentato proprio qui a giugno dell’anno scorso in occasione del festival Roma Città Mondo, Famiglia scritto e diretto da Valentina Esposito per la compagnia Fort Apache Cinema Teatro, con Alessandro Bernardini, Christian Cavorso, Chiara Cavalieri, Matteo Cateni, Viola Centi, Alessandro Forcinelli, Gabriella Indolfi, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi, Cristina Vagnoli e con Marcello Fonte.

Per l’occasione abbiamo incontrato Chiara Cavalieri, una degli interpreti del lavoro, e abbiamo chiesto a lei qualche cosa sullo spettacolo, rubandole qualche minuto prima delle prove.

Iniziamo dalla compagnia: Fort Apache Cinema Teatro.

La compagnia Fort Apache nasce nel 2014 per volontà della regista, Valentina Esposito, che più di dieci anni fa aveva iniziato un percorso di teatro all’interno del Carcere di Roma Rebibbia N.C.. Il suo desiderio fu poi quello di continuare a lavorare con gli ex detenuti fuori dal carcere, inserendoli in un vero e proprio meccanismo lavorativo all’interno del mondo dello spettacolo tramite collaborazioni tra Fort Apache e agenzie di spettacolo, casting e registi. Questa è la conferma di come il teatro possa essere un sistema di reinserimento sociale e professionale. La compagnia è formata quindi da tutti attori professionisti, detenuti in misura alternativa, ex detenuti e non. Il laboratorio inoltre collabora in maniera attiva con l’Università La Sapienza di Roma.

Nella tua carriera hai fatto chiaramente tanti tipi di spettacoli dal teatro classico al contemporaneo, ma hai lavorato anche con migranti, richiedenti asilo, con persone disabili. In questo caso come sei entrata a far parte della compagnia?

Ci sono capitata un po’ per caso, anche se sono convinta che le esperienze non capitano a caso nella vita. Col tempo ho imparato che se ti arriva un’esperienza o un personaggio in un dato momento è perché ti deve arrivare. Quando mi è arrivata la proposta di questo progetto mi sono subito entusiasmata e ora mi ci ritrovo dentro in pieno. Famiglia è il nome dello spettacolo e “famiglia” a tutti gli effetti è diventata questa compagnia per me. D’altronde si lavora insieme e si cresce insieme grazie al lavoro di Valentina che come regista ci da tanto campo libero per la ricerca emotiva del personaggio e dei rapporti che li legano agli altri. È un lavoro di condivisione, e questa è una cosa preziosa. È la prima volta che partecipo a un progetto con ex detenuti e sia umanamente che artisticamente continuo a crescere.

Possiamo chiamarlo teatro sociale?

Possiamo chiamarlo come vuoi… ma il teatro è teatro! Qualsiasi aggettivo ci si metta dopo. Il termine “sociale” nell’accezione più formale è quando il fare teatro viene attuato con un obiettivo “educativo”. In questo caso possiamo chiamarlo sociale perché parte da un gruppo di persone che hanno affrontato esperienze di detenzione. Proprio ieri sentivo un’intervista di Valentina Esposito circa la tematica teatro e carcere e sono rimasta affascinata da questa cosa: il teatro nelle carceri fa diminuire in maniera drastica la recidiva dal 65% al 6% tra coloro che partecipano all’attività artistica e questo è un dato straordinario.

Per questo lo spettacolo viene proposto anche ai ragazzi delle scuole superiori. Nonostante affronti tematiche forti la risposta dei ragazzi è sorprendente, sono attenti e si emozionano. La risposta positiva dei ragazzi si vede anche dai messaggi e dalle richieste di amicizia che ci arrivano sui social dopo lo spettacolo, segno che ciò che volevamo dire è stato da loro recepito.

Andiamo allo spettacolo. Di cosa parla Famiglia?

Parla di rapporti familiari esplorando tutte le sfaccettature tra padre e madre, madre e figlio, fratelli, il conflitto generazionale padre-figlio soprattutto, sulle colpe dei padri che si ripercuotono sui figli e sui figli dei figli. L’occasione per far incontrare tutti è un matrimonio, al quale partecipano anche coloro che sono morti, perché anche loro continuano a essere presenti nella vita familiare. Anzi, forse sono proprio quelli che comandano sulle azioni dei vivi.

Si parla quindi di un concetto universale come la famiglia e quindi non ci si può non riconoscere almeno un po’. E se ne parla alternando momenti di leggerezza e ilarità, momenti di confronto acceso tra i vari personaggi e momenti di assoluta intimità.

Il tuo ruolo?

Io interpreto Filomena, una donna del sud sopraffatta dal contesto sociale e patriarcale che era tipico del secolo scorso (il personaggio appartiene al passato, si parla di almeno di 3 generazioni fa) e che insieme alle altre donne presenti in scena tenta di ricucire ciò che è stato disgregato. Non voglio svelare oltre altrimenti come si dice nel gergo moderno “spoilero” troppo.

Nella compagnia anche Marcello Fonte, premio EFA e Palma d’oro a Cannes 2018 come miglior attore per Dogman di Matteo Garrone. Sarà un vero piacere vederlo in scena con la compagnia con la quale ha sempre lavorato fin da quando si è formata.

Come dice Chiara, che salutiamo e ringraziamo, serve il teatro per tornare a riflettere. Sedersi a teatro e uscire con qualcosa che ti tocca nel profondo è una possibilità che, considerando che tutti siamo vittime della fretta, dell’indifferenza e dell’eccessiva tecnologia, raramente ci è data.

DON GIOVANNI di Molière, regia Valerio Binasco

DON GIOVANNI di Molière, regia Valerio Binasco

(Teatro Argentina – Roma, 8/20 gennaio 2019)

Torna in scena Don Giovanni, archetipo del seduttore in continua ricerca del piacere, emblema del libertino che pagherà duramente i suoi capricci. Panni nuovi nell’allestimento di Valerio Binasco eppure fedeli al grande classico.

Una regia innovativa, moderna, priva di qualsiasi elemento che riconduca la memoria a un’immagine codificata, il Don Giovanni di Binasco si presenta in una veste depauperata di tutti gli orpelli che la tradizione teatrale, cinematografica e musicale ha messo addosso al personaggio nel corso del tempo. Un testo studiato, inghiottito e digerito in ogni sua singola parte, restituito sulla scena in maniera arricchita, dignitosa e rispettosa. Insieme ai costumi, che in questa edizione rimandano a una moda contemporanea attraverso l’occhio di Sandra Cardini, si rinnova anche il testo, allungato con veloci battute, come baffi colorati, che vanno ad aggiungere nuovi lazzi e sarcastici siparietti a una commedia già di per sé maliziosamente provocatoria. Della scena seicentesca rimane solo un pallido, sbiadito, scrostato indizio nelle scenografie ideate da Guido Fiorato, nulla di più di una parete fornita di stucchi e pannelli che si aprono, a volte, per far allungare lo sguardo all’esterno verso un mondo oscuro e minaccioso. Spariscono i giochi affascinanti delle macchine che trasportano spiriti e delle botole che inghiottono personaggi, le statue perdono la parola e il fantastico lascia il posto a visioni intime, tradotte sul volto degli attori e a noi lasciate solo intuire. I piani si mescolano in questo spettacolo, si confondono, l’immanente dialoga sfrontato con il trascendente, lo spazio del sacro si confonde nel profano, l’umano si innalza superbamente a sfidare il divino, del quale si sono perse tra l’altro le tracce, tutto è alla portata della nostra esperienza. Anche la gigante luna sullo sfondo, con la sua luce pallida e bugiarda, si presenta in palcoscenico, personaggio tra i personaggi, a significare il collasso di un cielo che non ha più motivo di essere chiamato tale. La morale si fa debole, la religione non è più l’alto baluardo da difendere, tutto finisce a terra dopo una vorticosa carambola, come gli inconcludenti ragionamenti di Sganarello (un ottimo Sergio Romano), oppure vanno in fumo, come la sigaretta che si accende Donna Elvira (Giordana Faggiano) che smette così di essere riferimento di lealtà e fedeltà. Don Giovanni sembra essere in questa edizione ancora più spietato, dissacrante, bambinesco, empio, irriverente, dissimulatore, incostante, ipocrita di quanto già non lo sia nella pièce di Molière, e Gianluca Gobbi, di straordinaria bravura perfetto in questo ruolo anche per la sua importante presenza fisica e la sua potente voce, ce lo restituisce in pieno, con un carico notevole di energia diabolica e sarcastica. Sul finale rallenta leggermente il ritmo, forse per la mancanza delle macchine previste per lo stupore degli spettatori, ma l’allestimento rimane comunque di grandissimo livello.

data di pubblicazione:11/01/2019


Il nostro voto:

QUESTI FANTASMI di Eduardo De Filippo, regia di Marco Tullio Giordana

QUESTI FANTASMI di Eduardo De Filippo, regia di Marco Tullio Giordana

(Teatro Argentina – Roma,18 dicembre 2018/6 gennaio 2019)

Pasquale Lojacono, uomo di mezza età e senza un lavoro, si è appena trasferito con la giovane moglie Maria in un grande appartamento in uno stabile seicentesco. Il nuovo inquilino vorrebbe avviare una pensione per ristabilire la propria economia e forse anche il difficile rapporto con la moglie, ma l’attività stenta a decollare per via della cattiva nomina che ha la casa, che si crede infestata da fantasmi. Tuttavia i soldi arrivano lo stesso, forse per il favore di qualche anima che ha preso a ben volere Pasquale o forse perché a intervenire è la benevola mano di qualcun altro.

 

 

Incorniciata in una scenografia che rispetta fedelmente le indicazioni lasciate dall’autore, arricchita da una fila di panni stesi proprio in alto sul boccascena a definire la matrice popolare dell’opera, la commedia si accende sulle tavole del teatro Argentina, prendendo fuoco dalla piccola fiammella della candela portata in scena dal portiere Raffaele per illuminare il grande atrio dell’appartamento dove i tre atti della vicenda si svolgono. La messa in scena di Marco Tullio Giordana rende omaggio alla grande tradizione eduardiana, rispettandone la concezione di base di una storia costruita su personaggi comuni, popolari, sulle credenze e sulle incertezze di una umanità costantemente appesa tra il desiderio di essere felice e una realtà non priva di preoccupazioni. Pasquale Lojacono, interpretato superbamente da Gianfelice Imparato, è un personaggio maturo, consapevole, calamitico, che non si arrende davanti alla sconfitta e che è molto più acuto di quanto la commedia voglia farcelo pensare. Celebre la scena del caffè preso sul balcone dopo il riposo pomeridiano, dove il suo fantomatico interlocutore, il professor Santanna, lo addita come “becco”, ma lui becco non è perché il becco a cui fa riferimento è quello della caffettiera. Tragedia e commedia si mischiano, abitano un unico piano. Anzi la commedia prende forma proprio dal dramma e se ne nutre fino a diventare esilarante. È la magia del teatro eduardiano, è la capacità tutta napoletana di sfidare la vita con ironia e acuta intelligenza. Tutto questo non si perde in questa edizione, merito anche di una compagnia, la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, guidata dalla straordinaria Carolina Rosi nei panni di Maria, che da prova di saper tramandare una lezione anche nel coraggio dell’innovazione. Al testo non mancano aggiunte e aggiustamenti che non vanno a guastare minimamente la bellezza di questa opera d’arte ancora fresca e fruibile da un pubblico moderno.

Appuntamento da non perdere quindi per queste feste. Lo spettacolo sarà in scena fino al 6 gennaio.

data di pubblicazione:21/12/2018


Il nostro voto:

IL BERRETTO A SONAGLI di Luigi Pirandello, regia di Sebastiano Lo Monaco

IL BERRETTO A SONAGLI di Luigi Pirandello, regia di Sebastiano Lo Monaco

(Teatro Quirino – Roma, 11/23 dicembre 2018)

Venuta a conoscenza del tradimento del marito con la moglie del suo scrivano Ciampa, Beatrice Fiorica organizza la sua vendetta, mettendo sulla pubblica piazza i fatti. Inutili i tentativi dei suoi familiari e del delegato Spanò nel dissuaderla dal suo progetto: lo scandalo scoppia. Sarà Ciampa a occuparsi di riaccordare le note impazzite di questo dramma privato che tale deve rimanere.

Nato dalla fusione di due novelle, come spesso è accaduto per i drammi pirandelliani, Il berretto a sonagli è uno dei testi dove la poetica del drammaturgo siciliano appare in tutta la sua complessità e chiarezza. Il contesto di una Sicilia primo novecentesca è solo il pretesto sul quale si appoggia un dramma intimo e devastante come quello di Ciampa, eroe per eccellenza come lo sono tanti personaggi di Pirandello. Le scene, che in questa produzione richiamano un gusto orientale, frutto del lavoro della giovane artista giapponese Keiko Shiraishi, che ambienta il primo atto in un giardino realizzato con degli alberi dipinti su grandi paraventi, non hanno un particolare valore simbolico, quanto suggeriscono una semplice scelta estetica. La visione registica verte invece sull’affermazione del testo e della parola, affidata soprattutto a una voce importante e profonda di un bravo Sebastiano Lo Monaco, regista anche della pièce. Il suo è un Ciampa giovane che ha appena passato la quarantina, ancora nel pieno delle forze e della dignità. Non è un personaggio quindi anziano, come spesso è stato rappresentato da grandi interpreti nel passato, e si fa più chiaro e forte il suo dolore e la volontà di mascherare e confondere il suo dramma del tradimento della moglie. Ha ancora molto da perdere in immagine, un percorso sociale ancora da svolgere, un amore ancora da mantenere, seppure questo in forma di recita. Sua rivale sulla scena l’altra vittima dell’adulterio, Beatrice, interpretata da Marina Biondi, brava nel ripetere la rabbia legata all’offesa, anche se la scelta di gridare il suo dolore fin dall’inizio ha bruciato e consumato troppo in fretta lo sviluppo del personaggio, rendendolo piatto e a tratti sgradevole.

Spazio anche alla commedia, con un contorno di attori ai quali è stato caricato l’aspetto comico e grottesco del personaggio, per meglio contrastare il paradosso di una società costruita sul buon senso e sul falso perbenismo a scapito del vero dramma della coscienza.

Un classico da vedere e da apprezzare in una versione ragionata e coraggiosa.

data di pubblicazione:13/12/2018


Il nostro voto:

SORELLE MATERASSI – libero adattamento di Ugo Chiti dal romanzo di Aldo Palazzeschi, regia di Geppy Gleijeses

SORELLE MATERASSI – libero adattamento di Ugo Chiti dal romanzo di Aldo Palazzeschi, regia di Geppy Gleijeses

(Teatro Quirino – Roma, 4/9 dicembre 2018)

Dramma a carattere familiare, Sorelle Materassi racconta l’impresa pirrica di Teresa e Carolina, che per mantenere e crescere l’amato nipote Remo, figlio viziato e prepotente della defunta sorella maggiore, s’indebitano fino a perdere tutto, nonostante i richiami e le avvisaglie continue della loro sorella minore, Giselda.

 

Si ripete al Quirino per una sola settimana uno spettacolo che ha avuto un grande successo la scorsa stagione, Sorelle Materassi, che si inserisce come un cammeo in un cartellone ricco e interessante di appuntamenti da non perdere. Noi di Accreditati.it lo avevamo già visto e recensito nell’articolo del nostro amico Rossano Giuppa (http://www.accreditati.it/le-sorelle-materassi-di-aldo-palazzeschi-adattamento-di-ugo-chiti-e-regia-di-geppy-gleijeses/),  ma siamo voluti tornare lo stesso per omaggiare un invito al quale non si poteva dire di no.

Lo spettacolo si avvale della preziosa interpretazione di due grandissime attrici, Lucia Poli nel ruolo di Teresa e Milena Vukotic in quello di Carolina, sorelle, sarte per i grandi signori di Firenze, signorine perché non hanno voluto legarsi a nessuno se non a se stesse per difesa forse dal mondo, testimoni di un’Italia e di un’educazione che non esiste più, ma che le due interpreti sanno ripetere molto bene. Perfettamente accordate tra loro nella recitazione, se dovessimo incontrarle in un bar o su un autobus invece che a teatro, crederemmo davvero che siano unite da un vincolo di parentela molto stretto, tanto è impressionante la loro sintonia. Anche nella diversità dei caratteri sembrano recitare come se fossero un solo personaggio.

La regia supporta sapientemente la loro bravura e insieme dedica spazio, nel suo essenziale intervento, a un testo eccezionale, ricco di un vocabolario funzionale e ricercato. Vi trovano posto anche i silenzi, vere e proprie pause narrative consoni al racconto. Azzeccata la soluzione scenografica di mantenere vuota la stanza da lavoro dove tutto si svolge, spogliata di inutili orpelli e ridotta all’essenziale, come la vita delle protagoniste, ma ancora più geniale la presenza dell’albero di ciliegie in fondo alla scena. L’elemento rimane incorniciato dalla grande porta ad arco che dà sull’esterno dell’abitazione e solo sul finale, per un meccanismo di sollevazione della parete, si vede in tutta la sua interezza. Un groviglio di rami scuri in controluce, spoglio di foglie e di frutti, che diventa metafora delle sorelle Materassi: come gli uccelli di passaggio hanno beccato via tutto senza lasciare nulla, così Remo ha portato via ogni cosa, approfittando della generosità delle donne. Ma non solo lui se ne é approfittato, perché, come dice la serva Niobe (una bravissima Sandra Garuglieri), se non sono i passeri a mangiare le ciliegie sono i merli, e se non sono i merli sono gli stormi. Va così che si comprende che di drammi insoluti le sorelle Materassi, compresa la minore, la tormentata e rabbiosa Giselda (Marilù Prati), sono molti e dolorosi.

Uno spettacolo da vedere!

data di pubblicazione:05/12/2018


Il nostro voto: