BALLANTINI E PETROLINI scritto e interpretato da Dario Ballantini, regia di Massimo Licinio

BALLANTINI E PETROLINI scritto e interpretato da Dario Ballantini, regia di Massimo Licinio

(OFF/OFF Theatre -Roma, 19/24 febbraio 2019)

I personaggi Gigi il Bullo, Salamini, la Sonnambula, Amleto, Nerone, Fortunello e Gastone, creati dal genio di Ettore Petrolini, rivivono sulla scena grazie all’ottima e attenta interpretazione di Dario Ballantini. Un’antologia precisa di memorabili scene legate al grande attore romano.

  

È fuori discussione che gran parte della comicità moderna sia profondamente debitrice del lavoro e dell’intuizione di Ettore Petrolini, nato in via Giulia a Roma, proprio dove ha sede la sala che ospita lo spettacolo di stasera. Molti attori del secolo scorso come Alberto Sordi, Nino Taranto, Macario e Nino Manfredi fino ad arrivare ai giorni nostri, penso a Gigi Proietti o a Carlo Verdone, hanno preso ispirazione da quei caratteri che il grande Petrolini aveva creato. Ballantini, profondamente riconoscente anche lui per questa ricchezza, ricostruisce con meticolosa precisione e straordinaria bravura un girotondo di personaggi appartenuti al repertorio del grande attore romano, tracciandone una sua personale biografia, sintesi di tante letture e studio (cita Antonucci e Jovinelli tra i tanti), intrecciandola con fatti autobiografici legati alla sua gavetta nel mondo dello spettacolo e ai suoi ricordi familiari. Ecco allora che i due personaggi, Ballantini e Petrolini, si dividono la scena esattamente come il titolo suggerisce.

Attraverso un gioco di trasformazione sulla scena, reso misterioso dal controluce delle lampade dello specchio di un camerino a vista, il caleidoscopio di personaggi prende vita, ognuno introdotto dalle note della fisarmonica del maestro Marcello Fiorini, complice accompagnatore e co-narratore delle divertenti macchiette e cretinerie. Suoi sono gli arrangiamenti che ricreano un’atmosfera decisamente primonovecentesca da caffè concerto.

L’attore livornese dà nuovamente prova di essere un’artista polivalente, intelligente e perfetto imitatore.

data di pubblicazione:21/02/2019


Il nostro voto:

L’ALBERO spettacolo dell’Odin Teatret, regia di Eugenio Barba

L’ALBERO spettacolo dell’Odin Teatret, regia di Eugenio Barba

(Teatro Vascello – Roma, 13/24 febbraio 2019)

Il tronco di un albero è piantato in mezzo alla scena, le sue radici sono forti. I tronchi sono sparsi a terra in attesa di essere ricongiunti al fusto, si spera che torni a dare nuovi frutti. È il centro indiscusso di tutta l’azione scenica, al quale si rivolgono strani personaggi, che incarnano con estremo coinvolgimento dello spettatore pezzi cruenti e storie atroci di cronaca che purtroppo sono accaduti, anche in tempi recenti.

 

La compagnia dell’Odin Teatret, creata dal talento e dalla passione di Eugenio Barba, compie quest’anno 55 anni e festeggia a Roma il suo compleanno con una serie di iniziative tra laboratori, incontri, mostre che dureranno ancora fino alla fine di febbraio. Per Accreditati.it abbiamo partecipato allo spettacolo che in questi giorni sta andando in scena al teatro Vascello, L’albero. Chi conosce la compagnia sa che il protagonista assoluto di tutta la performance è lo spazio, luogo di incontro tra lo spettatore e l’attore, entrambi chiusi in questo luogo a parte, creato a posta sul palcoscenico del Vascello, dove si entra con timore e rispetto, una specie di tempio sacro, per assistere non solo a uno spettacolo, ma a un evento, un’esperienza destinata a colpire la coscienza. La scenografia ci avvolge, ne siamo un elemento essenziale con la stessa dignità e partecipazione di cui ne fanno parte gli attori. Tra chi guarda lo spettacolo si crea un insolito legame, determinato dalla percezione, tutta fisica, di essere testimoni di qualcosa che ci sovrasta ma che pure ci riguarda, ci trascina, ci coinvolge. È un’esperienza del corpo, dell’anima e dei sensi. Il linguaggio della parola è solo uno tra i tanti linguaggi che si usano sulla scena, non è neanche il più importante forse. Gesti e azioni compiuti dagli attori travolgono emotivamente lo spettatore fino a comunicargli l’orrore, la sofferenza, la speranza che questo percorso fatto insieme vuole realizzare. Gli attori stessi della compagnia, composta da elementi di varia nazionalità, sono un concentrato di talento e bravura, ma anche di storia personale che si mischia a quella della cultura da dove provengono. Tutto di loro viene trasportato e donato sulla scena, lo si percepisce. Ogni loro attitudine artistica e umana è coinvolta in questo estenuante gioco creativo e reale che è il teatro.

L’albero è una metafora, rappresenta la vita degli uomini che viene calpestata da altri uomini, simili ai primi solo nell’aspetto. Ma rappresenta anche la speranza, quella che si nasconde nell’infinito delle cose, del potere creativo e magnanimo della natura, di un possibile dio. Intorno a questo albero girano due monaci yazidi, che lo coltivano e se ne prendono cura nonostante due signori della guerra, uno europeo e l’altro africano, tentano di seminargli intorno sofferenza e distruzione. Sperano che la pianta torni a essere ricca di frutti per sfamare quegli uccelli che un giorno sono fuggiti dalla sua sterilità. Due cantastorie presentano via via i personaggi di questa visione. Una madre urla il suo dolore per la figlia morta, della quale conserva la testa in una zucca che porta sempre con sé. Una bambina gioca tra i rami con le sue bambole sognando di volare con il padre che aveva piantato l’albero per lei quando era nata. Alla fine spuntano i frutti e gli uccelli tornano, è la festa del cuore, è la riconciliazione con il tutto che ci circonda.

data di pubblicazione:18/02/2019


Il nostro voto:

IL RACCONTO D’INVERNO di William Shakespeare, regia di Andrea Baracco

IL RACCONTO D’INVERNO di William Shakespeare, regia di Andrea Baracco

(Teatro India – Roma, 7/10 febbraio 2019)

Favola tragicomica dell’ultimo Shakespeare, raccontata dalla voce di un bambino, Mamillio, figlio di Leonte, il re ferito dalla gelosia per la moglie Ermione. Storia di perdite e di ritrovamenti improvvisi, di amicizie e amori che il tempo, nei suoi salti, disperde e fa ritrovare.

  

 

Andrea Baracco e Maria Teresa Berardelli affrontano con semplicità e stile la regia di un classico shakespeariano e guidano un gruppo affiatato di giovani artisti, seriamente impegnati in scena nel raccontare una romanza dall’intreccio movimentato e dalle atmosfere fantastiche. Nove gli attori sul palco, molte di più le parti rappresentate per una messa in scena essenziale, ben studiata, fresca nella sua impostazione moderna dei costumi e del linguaggio scenico. La Compagnia dei Giovani del Teatro Stabile dell’Umbria dimostra di avere un buon numero di talentuosi artisti, dalle caratteristiche variegate e dalle ottime voci, pur nella loro percettibile ma non sgradevole breve esperienza. Sono Mariasofia Alleva nel ruolo di Ermione, la regina e sposa creduta infedele, che il marito e re di Sicilia Leonte, Ludovico Röhl, accusa di tradimento solo perché la immagina amante del suo migliore amico Polissene re di Boemia, interpretato da Carlo Dalla Costa, distorcendo la realtà fino a toccare il tragico. Con loro Luisa Borini, nel ruolo di Paulina, l’amica che nasconde la sua amata regina e la fa riapparire solo dopo moltissimi anni in forma di statua, artificio da lei ingegnato per proteggere e salvare l’innocente accusata, per poi mostrarla al momento giusto, quando è certa che davanti a lei si ripresenta il frutto mai goduto di un parto fino a quel momento creduto maledetto, la bellissima figlia Perdita, Daphne Morelli. La scena dello svelamento dell’inganno è una danza benedetta, a parteciparvi è anche Florizel, Edoardo Chiabolotti, figlio di Polissene e Amante di Perdita, figlia di Leonte. Con loro Jacopo Costantini nei panni di Antioco e Autolico, Giorgia Filippucci in quelli di Emilia e della Pastora e Silvio Impegnoso in quelli di Camillo, senza i quali la commedia della seconda parte del racconto non sarebbe stata né lieta né divertente. La voce di Mamillio, che in scena è un pupazzo, è di Adriano Baracco.

Uno spettacolo ridotto ad appena un’ora e mezza, distillato di un’ottima preparazione.

data di pubblicazione:09/02/2019


Il nostro voto:

VIKTOR UND VIKTORIA liberamente ispirato al film di Reinhold Schünzel, regia di Emanuele Gamba

VIKTOR UND VIKTORIA liberamente ispirato al film di Reinhold Schünzel, regia di Emanuele Gamba

(Teatro Quirino -Roma, 5/17 febbraio 2019)

Susanne Weber (Veronica Pivetti) è un’attrice in cerca di scrittura nella Berlino anni ’30. L’incontro con Vito Esposito (Yari Gugliucci), un attore italiano migrante in Germania, determinerà finalmente la fortuna di entrambi. Tra equivoci e travestimenti nasce il personaggio di Viktor o, se volete, Viktoria.

 

Copiosi fiocchi di gelida neve cadono sulla scena e rendono ancora più rigida la geometria di prismi, architettura cementizia di una città che appare in fermento solo di notte, quando tutto è permesso, che corrono prospetticamente verso un fondale asettico, piatto, che si colora camaleontico degli umori della scena. A dare vitalità a questo scenario desolante due attori squattrinati, che la strada fa incontrare per destino e per esigenza. Sono una povera attrice di provincia, dalla voce rauca grattata e mascolina, per nulla prosperosa e attraente come il varietà esigeva a quei tempi, e un migrante italiano, appellato con disprezzo come Spaghettifresser (letteralmente animale mangiatore di spaghetti), attore anche lui, che per guadagnarsi da vivere recita e canta travestito da donna per pochi marchi a sera. La fame, l’indigenza e la malattia permette ai due di unire le forze in un sodalizio, nel quale Susanne, interpretata da una divertente esilarante e quanto mai perfetta nel ruolo Veronica Pivetti, fingendosi uomo, inizia a esibirsi nei teatri della città travestita da donna con il nome di Viktor und Viktoria. Protetti da Ellinor Von Punkertin (Pia Engleberth), baronessa dai modi stravaganti che ben conosce i gusti libertini di una Berlino notturna che necessita di essere stordita, per i due cambia la musica ed è subito fama e ricchezza nella tournée in giro nei migliori teatri europei. La neve diventa così simbolo dello scintillare del successo. E arriva anche l’amore, quando a invaghirsi del lato femminile dell’attore en travesti è un nobile conte, Frederich Von Stein (Giorgio Borghetti). I due vengono scoperti e accusati di omosessualità da Gerhardt (Nicola Sorrenti), attrezzista dalle simpatie nazionalsocialiste, esponente di quella lotta contro la libertà di costume tollerata ma ancora punita dalla Repubblica di Weimar. Da qui l’intreccio si complica e si perde in un continuo cambio di ruoli, costumi, scambi di sesso, sensualità e provocazione, ubriachezze e baldoria, fino al lieto fine. Una frustata al retto, puro e onesto pensare offerta da un amore che vince sempre, perché il cuore vola più alto di ogni ideologia o genere. Un testo di sconcertante attualità, reso ancora più vicino a noi attraverso l’uso di un lessico contemporaneo negli intermezzi tra una situazione e l’altra. Una musica che ci aiuta a mantenere vigile l’attenzione su una situazione storica debole, che alza muri e sterilizza le diversità.

data di pubblicazione:07/02/2019


Il nostro voto:

DOPO LA PROVA di Ingmar Bergman, regia di Daniele Salvo

DOPO LA PROVA di Ingmar Bergman, regia di Daniele Salvo

(Teatro Vascello – Roma, 31 gennaio/10 febbraio 2019)

Un anziano regista, addormentato in mezzo a un mucchio di oggetti di scena, sogna le sue paure, le sue delusioni, i suoi drammi inconclusi e i suoi desideri. È anziano, ma ancora non troppo vecchio per fare bilanci definitivi e abbandonare tutto.

 

Una leggera nube di fumo ci accoglie in teatro. Un sottile sipario lascia intravedere la scena, rimarrà giù per tutta la serata. È la barriera che divide il pubblico dal palco, luogo onirico, sospeso tra la realtà e la finzione. Gli oggetti di scena delle prove per Il sogno di Strindberg sono sparsi dappertutto, la prova si è conclusa da poco. A loro si sommano quelli di precedenti produzioni, il lavoro di una vita. Ugo Pagliai è Henrik Vogler, un regista affermato colto nel momento della riflessione, del pensiero, in un attimo creativo perenne, che rivive nella memoria i suoi tormenti e i suoi fallimenti. È a un passo dalla fine o al culmine più alto della sua espressione, come le foglie di autunno, che hanno visto una sfolgorante estate e ora si lasciano cadere a terra in una coloratissima danza finale. La regia di Daniele Salvo descrive così questa versione teatrale dell’opera di Bergman, nata inizialmente per la televisione e poi trasformata per il grande schermo nel 1984. Opera intima come solo quelle del regista svedese sanno essere, in cui il tempo è padrone e giudice spietato, scandito dai ricordi di un personaggio che sembra aver perso la partita con la vita. Un orologio sovrasta la scena sul lato sinistro del palco, è senza lancette, è lo scorrere infinito dei pensieri dell’uomo. Siamo fisicamente nella mente di Henrik. Due personaggi, due donne, simboli di paure e tormenti, desiderio e passione, presente e passato, appaiono e gli fanno visita. Sono incostistenti eppure reali, straordinariamente teatrali, ma stupendamente vere. Sono fantasmi che si muovono sulla scena, ombre di un’ossessione costante, consistenza di un pensiero incancellabile. Le due donne sono Anna, una giovane attrice interpretata da Arianna Di Stefano, alla quale è stata affidata una parte importante nel sogno e Rakel (Manuela Kustermann), sua madre, morta cinque anni prima di depressione e alcolismo, entrambe amanti in tempi diversi del regista, entrambe ferite dalle paure di quest’ultimo.

Una grande fortuna vedere recitare insieme sullo stesso palco due grandi interpreti come Pagliai e la Kustermann, premiati entrambi alla carriera la scorsa estate al Festival dei Due Mondi di Spoleto, testimoni di modi di fare teatro forse opposti, ma che si sposano benissimo in questo testo. Lei con il suo modo di fare surreale, estremo, provocatorio, non fa che esaltare di più la triste pazzia del suo personaggio; lui estremamente naturale, arreso al destino, incapace di abbracciare l’oltre che continua a spaventarlo e a tenerlo fermo.

Un testo filosoficamente complicato, che medita sul teatro e sulla vita, sul pensiero come luogo di incontro tra la finzione ostentata e la verità necessaria. Uno spettacolo da vedere.

data di pubblicazione:02/02/2019


Il nostro voto: