THE WIFE -VIVERE NELL’OMBRA di Biörn Runge, 2018

THE WIFE -VIVERE NELL’OMBRA di Biörn Runge, 2018

Un rapporto a due, quello tra i coniugi Castleman, forte ed indissolubile, che si basa su una complicità che si trasforma negli anni in un compromesso insopportabile a causa di un’illusione: quella di riuscire a tutelare per sempre un segreto che non può essere confessato.

 

Joe e Joan si conoscono sin dai tempi dell’università: siamo negli anni ’50. Lui è un professore di letteratura, sposato e con una figlia appena nata, lei una brillante studentessa, scrittrice in erba, che cede alle lusinghe ed al fascino di quest’uomo di talento. Dopo quarant’anni, è il 1992, ritroviamo la coppia alla vigilia di un grande evento: Joe, che nel frattempo è divenuto uno scrittore di successo, riceve la notizia di essere stato insignito del premio Nobel alla letteratura; Joan è ancora al suo fianco ma nella veste di moglie devota, madre dei suoi due figli, compagna premurosa ed amorevole. Fra i due, anche dopo tanti anni, sembra esserci un’intesa perfetta ma, l’evento straordinario del Nobel incrina tanta apparente perfezione, facendo emergere non solo l’ombra di innumerevoli tradimenti sul piano personale da parte di quest’uomo capriccioso ed egocentrico, ma anche quella assai più ingombrante di un insospettabile sodalizio professionale.

Jonathan Pryce e Glenn Close sono i due straordinari interpreti di un film che si regge esclusivamente sugli equilibri ed i disequilibri di un rapporto d’amore che, dopo quarant’anni, è sull’orlo del collasso.

Il film dello svedese Biörn Runge, tratto dall’omonimo romanzo di Meg Wolitzer, ha un’idea di fondo ancora molto attuale anche se non del tutto originale (basti pensare a Big eyes di Tim Burton), condotta con delicatezza e senza eccessi pur parlando di ribellione femminile e Glenn Close, nel ruolo della donna di talento che ha sacrificato per anni la propria ambizione per vivere all’ombra del marito, unico tra i due ad avere avuto “l’investitura sociale” a diffondere l’arte dello scrivere, probabilmente riuscirà a conquistarsi la settima nomination agli Oscar.

Il film infatti sembra cucito addosso a questa grande attrice, ma la sua bravura non è decisamente sufficiente a sollevare una pellicola che ha una sceneggiatura un po’ piatta, che ricorre anche a qualche clichè e che si riprende solo con un finale non propriamente scontato ma che, tuttavia, non riesce a fare di The Wife un film da annoverare tra i migliori in circolazione.

data di pubblicazione:11/10/2018


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DOPO MEZZANOTTE di Davide Ferrario, 2004

DOPO MEZZANOTTE di Davide Ferrario, 2004

Martino (Giorgio Pasotti), mite e taciturno, lavora come custode notturno della Mole Antonelliana dove ha sede il Museo del Cinema che, dopo la mezzanotte, diventa il suo regno. In un vecchio magazzino dismesso del museo Martino ha ricavato la sua casa dove, quando non lavora, passa il tempo a vedere vecchie pellicole di film muti: il cinema è la sua vita e la sua vita è mediata attraverso una vecchia telecamera con cui riprende la realtà virtuale da cui è circondato.

Un giorno irrompe nella sua esistenza “sospesa” Amanda (Francesca Inaudi), una ragazza di periferia che fa l’inserviente in un fast food, fidanzata con Angelo (Fabio Troiano), di professione ladro di automobili: costretta a fuggire dalla polizia, Amanda sarà aiutata da Martino che accetterà di nasconderla nella Mole. Di lì a poco la ragazza rappresenterà, per quest’uomo taciturno e solo, l’unico legame con la vita reale.

I tre giovani e bravi interpreti, la voce narrante di Silvio Orlando e una colonna sonora singolare, fanno di questa produzione a basso costo, prodotta e sceneggiata dallo stesso Ferrario, un vero e proprio tributo al Museo Nazionale del Cinema, luogo cinematografico per eccellenza, in cui amore e tenerezza si intrecciano in una commedia sentimentale ben riuscita e fresca, pluripremiata in patria e all’estero.

Per omaggiare la città di Torino non potevamo che abbinare a questo film, così singolare, la ricetta di famosi e tipici biscotti piemontesi, noti in tutto il mondo: i krumiri

 

INGREDIENTI: 200 g di farina di mais – 150 g di farina 00 – 100 gr di zucchero– 200 gr di burro – 3 tuorli d’uovo – 1 bustina di vanillina.

PROCEDIMENTO:

Nel cestello della planetaria (se non l’avete potete impastare tranquillamente a mano), mettete le farine con lo zucchero, la vanillina, i tuorli e il burro ammorbidito a tocchetti. Con la frusta a foglia cominciare ad impastare a velocità bassa fino ad ottenere una palla omogenea simile ad una pasta frolla ma molto più morbida. Togliete il composto dalla planetaria e mettetelo a riposare per 30 minuti coperto con un panno. Trascorso il tempo di riposo, dividere l’impasto in due parti e mettetene una dentro una sacca da pasticciere con bocchetta a stella media. Premere dunque sulla sacca e deporre su una teglia foderata con carta da forno, dei cilindri della lunghezza di 10 cm dando ad essi quella forma leggermente incurvata (che vuole ricordare i baffi di Vittorio Emanule II al quale i krumiri sono stati dedicati) e distanziateli tra loro. Proseguite con il resto dell’impasto e quindi mettete nel forno a 180° fisso per circa 20 minuti. Sfornate i biscotti e disponeteli su una gratella per dolci a raffreddare. Con questa dose si ottengono una trentina di biscotti, ottimi per una colazione da re!

SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini, 2018

SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini, 2018

Il 15 ottobre del 2009 il 31enne Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri e trovato in possesso di alcune dosi di stupefacenti, mentre era in compagnia di un amico; trattenuto in custodia cautelare, morirà all’ospedale Sandro Pertini appena una settimana dopo: pesava solo 37 chilogrammi. La cronaca giudiziaria, seguita da tutti i quotidiani nazionali e che ha coinvolto agenti di polizia, medici del carcere di Regina Coeli e carabinieri, sino alla clamorosa riapertura dell’inchiesta in seguito alla battaglia intrapresa dai familiari ed alla testimonianza del maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima, è storia dei nostri giorni. Il film vuole essere un misurato resoconto di quei giorni, senza dare giudizi.

 

L’opera prima di Alessio Cremonini ha aperto la Sezione Orizzonti nell’ultima bellissima edizione del Festival del Cinema di Venezia appena conclusasi. La pellicola, definita dallo stesso Barbera in un’intervista a Vanity Fair “il film che non dovrebbe vedere solo chi si occupa di ordine pubblico, ma chiunque abbia a cuore la salute della società”, è stata molto applaudita durante la prima proiezione pubblica a Venezia. Sulla mia pelle esce in contemporanea oggi nelle sale italiane distribuito da Lucky Red e in 190 paesi da Netflix che l’ha anche prodotto, sulla scia delle recenti polemiche di alcune associazioni di esercenti cinematografici contro la scelta di aver inserito nella kermesse veneziana alcuni film non destinati solo alla visione in sala; tuttavia esse non devono né possono togliere nulla a questo film, coraggioso ed onesto, esempio lampante di come il cinema possa essere lo strumento per raccontare una storia che “doveva essere raccontata”, grazie ad una rigorosa sceneggiatura che è riuscita a trovare la giusta misura per parlare di persone reali, nell’ambito di una vicenda drammatica peraltro non ancora conclusa.

Un plauso particolare va agli attori, una vera e propria squadra interessante, impreziosita dall’intensa interpretazione di Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi, capace di calarsi anima e corpo nella pelle del protagonista, non solo fisicamente ma anche nella vocalità: sono poi i suoi occhi a confermare la bravura di questo giovane attore, con cui riesce a mutuare le emozioni interiori di un uomo che vuole cambiare continuando a sbagliare. Jasmine Trinca interpreta la sorella Ilaria, una donna che ha reso “pubblico un dolore privato” come atto dovuto ad una morte ingiusta e che poteva essere evitata, facendoci conoscere la sua durezza nei confronti di questo fratello che continua a commettere errori, che tuttavia non le impediscono ugualmente di amarlo.

Il film, mostrandoci senza reticenze proprio le debolezze, con misura e rispetto si appella a quella umanità che sovente viene dimenticata a causa di pregiudizi che ci spingono a condannare e a schierarci prima ancora di conoscere.

Un inedito Max Tortora, nella parte del padre di Stefano, sorprende e commuove.

data di pubblicazione:12/09/2018


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LA QUIETUD di Pablo Trapero, 2018

LA QUIETUD di Pablo Trapero, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Due sorelle legate da un amore profondo, fisico, due metà che si completano solo quando sono insieme perché la distanza reale è troppo dolorosa. Un “amore irrequieto, drogato, completo” è al centro del nuovo film di Pablo Trapero presentato fuori concorso a Venezia, per parlare di “sorellanza” in un complesso rapporto tra due donne che si amano nonostante le apparenze le vorrebbero l’una contro l’altra, con uno sguardo all’intimo femminile all’interno della famiglia. Una storia al presente che affonda le sue radici nelle storture del passato argentino al tempo della dittatura, in un ideale sequel de Il clan con il quale il regista vinse il Leone d’argento alla regia nel 2015.

  

Eugenia (Bèrénice Bejo) e Mia (Martina Gusman) si ritrovano al capezzale del padre colpito da ictus per sostenere la madre Esmeralda (Graciela Borges) presso la loro tenuta denominata la quietud, immersa nelle campagne vicino Buenos Aires. Il rapporto tra le due sorelle è mutuato dal modo con cui la madre si comporta con loro: sempre molto amorevole con Eugenia, verso la quale ha ricordi di grande tenerezza e che le ha appena annunciato di aspettare un figlio che Esmeralda vede come una benedizione, e sempre molto dura con Mia che forse, solo per difendersi, riversa tutto il suo affetto nei confronti del padre morente. Eppure, nonostante Esmeralda non faccia nulla per celare questa evidente diversità di sentimenti nei confronti delle figlie, esse al contrario si amano, si cercano ed ogni volta ritrovano un afflato quasi fisico che le unisce: questo legame speciale farà loro superare avversità di ogni genere.

Trapero, con La quietud riprende il tema della violenza de Il clan, ma lo tratta in maniera differente: il dolore è presente ma non palese, s’impadronisce di queste donne ma non si sa da dove viene, causato sicuramente in parte dal legame malato che la madre, che non le sa amare, ha con una di loro condannandola inevitabilmente all’infelicità.

Le due bravissime attrici (una è la moglie del regista) si somigliano talmente tanto da sembrare proprio due sorelle, e riescono con molta naturalezza ad esprimere questo profondo sentimento che lega Eugenia e Mia, sulle cui esistenze in maniera dolorosa e strisciante incombono vecchi fantasmi che insufflano in loro una non ben identificata sofferenza. Tuttavia Mia ed Eugenia sanno amare e, quando tutto sembra perduto, raggiungono a loro modo, insieme, quella “quiete” evocata dal titolo.

Film originale, sensibile, profondo, tutto al femminile, distribuito in Italia da BIM.

data di pubblicazione:03/09/2018








PETERLOO di Mike Leigh, 2018

PETERLOO di Mike Leigh, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Peterloo, ovvero la crasi tra St. Peter’s e Waterloo, è un termine per descrive “la strage di innocenti” che avvenne durante un comizio nell’agosto del 1819 presso St. Peter’s Field a Manchester ad opera della cavalleria inglese per soffocare nel sangue, immediatamente dopo la vittoria su Napoleone a Waterloo, una pacifica manifestazione di famiglie di contadini che si radunarono per chiedere al Governo inglese la riforma elettorale, non potendo esprimere il proprio voto pur pagando tributi al Re.

 

Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Turner) ci regala un altro dei suoi “affreschi” sui diritti negati ai più deboli, raccontando un episodio sovente riportato nei trafiletti dei libri di storia inglese, in cui persero la vita una decina di persone ed almeno un centinaio rimasero ferite: un forte atto di repressione sulla libertà di riunione ad opera del governo su donne, bambini e braccianti di Manchester, che rappresentò una delle scintille per la definizione della democrazia.

Il regista ci riporta ancora nel passato per parlarci del presente, mettendo di nuovo al centro dei suoi racconti l’uomo nella sua eterna lotta contro l’avidità del potere, la corruzione e la violenza: questa umanità che perde tutto per tentare una vita migliore, per far valere i propri diritti, che combatte in nome di un ideale che li conduca verso una vita più giusta. Le ripercussioni economiche per un paese appena uscito da un conflitto, seppur vittorioso come il caso dell’Inghilterra su Napoleone, sono ugualmente devastanti e i governi hanno da sempre tentato di risolvere la crisi che ne consegue vessando il popolo, come fecero i conservatori del governo britannico nell’ 800.

Peterloo è un film storico che si articola, come spesso avviene nelle pellicole di Leigh, partendo da una lunga fase di preparazione in cui entriamo nell’atmosfera di queste famiglie contadine inventate ad arte dal regista, ma che verosimilmente ricalcano la vita di quelle reali di allora, persone normali che non sanno come sopravvivere nel quotidiano: in questo ambiente, con il supporto di attivisti e giornalisti, cominciano a nascere e crescere le idee di cambiamento.

Le scene del massacro sono esaltate dal montaggio di Jon Gregory (candidato Oscar per Tre manifesti a Ebbing, Missouri), con una sequenza di immagini di grande impatto visivo; il lavoro di Jon Gregory è stato paragonato da Leigh come quello di uno chef che assembla gli ingredienti per arrivare ad esaltare il gusto finale del piatto che si sta realizzando. Dick Pope ha invece curato la fotografia, attingendo alla sua lunga esperienza da documentarista in zone di guerra: il risultato è dato da inquadrature di ampio respiro di masse di persone brulicanti, di comizi politici, che ci introducono sino alle fasi finali dello scontro.

Peterloo è un film che si sceglie di andare a vedere per riflettere su come la storia si ripeta, incessantemente, sotto i nostri occhi e su come da certi errori del passato si possa partire per affrontare meglio il presente.

data di pubblicazione:02/09/2018