RIDE di Valerio Mastandrea, 2018

RIDE di Valerio Mastandrea, 2018

Cosa accade se di fronte ad un lutto, le persone che restano non si comportano secondo “i canoni” che la società detta ed il dolore suggerisce? Mastandrea dedica il suo primo film da regista a chi resta, ossia a coloro cui spetta mostrare pubblicamente il proprio dolore che, non sempre, trova una naturale ed immediata esternazione.

 

 Carolina Secondari (Chiara Martegiani) ha da poco perso il marito Mario, morto in fabbrica a seguito di un incidente sul lavoro. Il suo dramma privato diventa pubblico e politico, coinvolgendo la piccola comunità di Nettuno dove i coniugi Secondari vivono e dove si stanno per tenere i funerali di Stato. Carolina però non piange, non riesce a disperarsi, è bloccata: prova in tutti i modi a provocarsi quella naturale reazione ad un evento così atroce, ascoltando la musica che tanto piaceva a Mario o apparecchiando per la cena come se lui fosse lì, ma nulla scatena in lei la “giusta” reazione. Non è aiutata in questo neanche da Cesare, il padre di Mario, operaio anch’esso che porta dentro di sé il peso di aver convinto il figlio a seguirlo in fabbrica ma che mantiene con orgoglio e fierezza quella durezza da combattente per i diritti della classe operaia. Neanche Nicola, la pecora nera della famiglia e fratello maggiore del defunto, che si materializza dopo anni di volontario allontanamento dalla famiglia, riesce a consolare Carolina, forse perché troppo preso nel rinfacciare a Cesare di aver fatto di Mario un martire per ideali che lui non ha mai condiviso. Ed anche il piccolo Bruno, figlio di Carolina e Mario, in apparenza sembra più preoccupato a fare le “prove” di un suo ipotetico intervento ai funerali del padre, piuttosto che elaborare emotivamente la perdita. Ognuno di loro, dunque, “non si dispera”.

Mastandrea ha messo tutto sé stesso dietro la macchina da presa di Ride: le sue convinzioni, quel suo modo spontaneo e originale di recitare, in un lavoro sicuramente molto pensato e vissuto, dando a Chiara Martegiani il compito di “rappresentarlo” come suo alter ego al femminile. Carolina infatti, nel modo di esprimersi, nell’ironia dello sguardo, nel modo di camminare trascinandosi dietro i piedi a fatica, nel dare al suo corpo una postura ed una andatura scanzonata e disillusa, è Valerio Mastandrea.

Decisamente diversi sono Renato Carpentieri nella parte del padre di Mario, che regala al pubblico un personaggio ricco di pathos seppur anch’esso povero di lacrime, ed il bravo Stefano Dionisi che interpreta in maniera convincente un fratello addolorato, sopraffatto tuttavia più dal livore che nutre nei confronti del genitore che in nome dei suoi ideali ha di fatto condannato a morte suo fratello.

Il film ha un’idea di fondo molto buona ed originale, ed ha anche delle trovare surreali che lo rendono accattivante, anche se poi si perde per aver aperto tanti argomenti importanti senza riuscire però in modo convincente a chiuderli tutti, restituendoci un senso di incompletezza.

Come spettatori paghiamo dunque lo scotto di un regista che ha voluto raccontare troppo, avvertendo nel contempo lo spessore delle tante cose trattate, che fanno di Ride un discreto inizio.

data di pubblicazione:11/12/2018


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PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

Tommaso, perenne indeciso, e Cecilia, molto possessiva, sono due giovani fidanzati napoletani prossimi al matrimonio. Nonostante la cerimonia sia alle porte, proprio durante la scelta delle bomboniere Cecilia fa una scenata di gelosia su possibili avventure di Tommaso e subito dopo lo lascia. Passa del tempo e Cecilia si fidanza con Enea, uomo maturo, un po’ fanfarone, che le promette grandi cose. Tommaso viene a saperlo dagli amici, e fa di tutto per riconquistarla: dopo rocamboleschi tentativi, i due alla fine tornano insieme e riprendono ad organizzare il loro matrimonio. Tuttavia il giorno delle nozze è Tommaso a non presentarsi all’altare, inviandole una lettera per darle appuntamento in un bar, dove giunge anch’essa in abito nuziale. Uno dice “Viviamo insieme” quando vuol dire che le cose non vanno… Infatti poi quando peggiorano dice: “Perché non ci sposiamo?”… Che proprio cominciate che non ce la fate più: “Che facciamo un figlio?”. E quando alla fine vi odiate ma siete vecchi, dite “Che ci lasciamo proprio adesso che siamo vecchi?!”. È quello il percorso.

Pensavo fosse amore…invece era un calesse è una commedia sentimentale interpretata da una brava Francesca Neri e da un geniale Massimo Troisi che, 27 anni fa, fece un ritratto di coppia esilarante ma immensamente vero incentrando il focus del film sull’amore: in esso si disquisisce sul sentimento che lega due persone, facendo un’analisi dettagliata sull’ incomunicabilità della coppia e sulla difficoltà di costruire un rapporto stabile e duraturo tra un uomo e una donna, perché secondo il compianto Troisi “un uomo e donna non sono assolutamente fatti per il matrimonio”. Il risultato è un vero e proprio saggio intimista sui sentimenti in cui l’attore e regista napoletano si interroga sul perché l’amore si trasformi nel tempo in qualcosa d’altro. Nonostante il pubblico decretò il successo della pellicola e nonostante la colonna sonora affidata al suo grande amico Pino Daniele è ancora oggi un cult, il film non fu accolto bene dalla critica.

Vogliamo abbinare a questa pellicola una ricetta che sembra una cosa… ed invece è un’altra: i ventaglietti di pasta sfoglia o prussiane (in una nostra versione con cannella e frutta candita), che sono dei prodotti di pasticceria noti per essere napoletani ma in realtà… hanno origini francesi, conosciuti anche come palme o cuori.

INGREDIENTI: un rotolo di pasta sfoglia rettangolare – un cucchiaino di cannella in polvere – un cucchiaino di zucchero semolato – 2 cucchiai di zucchero di canna ed altro da parte – qualche scorzetta di arancia candita.

PROCEDIMENTO:   In una ciotolina mettere un cucchiaino di zucchero semolato e un di zucchero di canna, la cannella, le scorzette di arancia candita tagliate in piccoli pezzi, amalgamare bene il tutto e mettere da parte. Stendere la pasta sfoglia sul tavolo da lavoro (potete farla voi o comperarne una già confezionata al supermercato), spolverizzate con il rimanente zucchero di canna la superficie schiacciandolo leggermente con le mani o con un mattarello per farlo aderire alla pasta. Girare il rettangolo di sfoglia al contrario e spargervi sopra il composto di zucchero, cannella e canditi ottenuto in precedenza e schiacciare ugualmente con le mani per farlo aderire bene. Iniziare ad arrotolare entrambi i lati lunghi della pasta sfoglia verso il centro del rettangolo fino a che i due rotoli si incontreranno. Piegare di nuovo le due metà ottenute per sovrapporle. Tagliare ora il rotolo a fette di un cm. circa e passate ogni fettina su altro zucchero di canna che avrete messo in un piatto, facendolo aderire bene su entrambe i lati dei ventaglietti che poi disporrete mano a mano su una placca rivestita di carta da forno. A questo punto non resta che mettere la teglia nel forno già caldo a 190° per circa 15 minuti fino a che non avranno preso un bel colore ambrato. Sfornare e lasciare raffreddare prima di servirli.

IL VIZIO DELLA SPERANZA di Edoardo De Angelis, 2018

IL VIZIO DELLA SPERANZA di Edoardo De Angelis, 2018

Se la speranza è un vizio è difficile toglierselo, soprattutto se è il carburante che alimenta la resistenza e l’attesa, per poi rinascere. 

 

Il corpo di una bambina si impiglia tra le reti calate nel fiume Volturno: ha indosso l’abito bianco della prima comunione, imbrattato di sangue. È ancora viva quando un uomo la issa sulla propria imbarcazione. Nelle baracche lungo quello stesso fiume vivono donne-schiave che vendono il proprio corpo in cambio di una esistenza polverosa e terribile, dove non c’è posto per vite future. Su quel fiume conduce la propria esistenza anche Maria che, assieme al proprio cane, traghetta prostitute incinte, perlopiù nigeriane, per ordine della orribile Zi’Mari, allo scopo di andare a vendere i figli che stanno per partorire. È inverno, piove e fa freddo, addirittura nevica: Maria compie ogni azione con dedizione e fedeltà nei confronti di quella “padrona ingioiellata” che è proprietaria anche della sua vita e di quella di sua madre che, inerme all’interno di una di quelle baracche lungo il fiume, se la fa scorrere addosso senza dare nulla in cambio a quella figlia così amorevole e devota.

Ancora una volta Castel Volturno è il luogo dove Edoardo De Angelis “blinda” la sua storia, una parabola laica con una connotazione quasi arcaica, ambientata in un sottomondo campano dove sembra impossibile trovare tenerezza, speranza.

L’impressione che di pancia si prova vedendo il film, che ha già vinto il premio del pubblico alla Festa del cinema di Roma ed i premi come miglior regista e migliore attrice protagonista al Tokyo International Film Festival, è quella di una lenta resistenza umana di fronte alle atrocità, senza che ci sia una vero e proprio obiettivo se non quello di aspettare un evento, qualcosa che ti faccia capire che vale la pena ancora di combattere e continuare a sperare. Secondo il regista la nascita di un figlio, non quando tutto è pronto ad accoglierlo ma quando non ci sono affatto le condizioni per farlo, è l’evento che può sollevare vite disperate.

Il film non eguaglia Indivisibili, ma ha una lirica che arriva diritta al cuore, che ci desta come lo schiaffo che riceviamo da neonati per farci capire che siamo venuti al mondo.

La musica, affidata al grande Enzo Avitabile, e la sceneggiatura a quattro mani di De Angelis e Umberto Contarello, fanno de Il vizio della speranza un film profondo, suggestivo come un presepe dei nostri tempi bui, ricco di metafore dalla prima all’ultima scena, intriso di un lirismo che commuove e colpisce.

data di pubblicazione:21/11/2018


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NON CI RESTA CHE PIANGERE di Roberto Benigni e Massimo Troisi, 1984

NON CI RESTA CHE PIANGERE di Roberto Benigni e Massimo Troisi, 1984

Scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, con la collaborazione per la sceneggiatura di Giuseppe Bertolucci, Non ci resta che piangere è un film culto. Tentare di raccontarne la storia è alquanto difficile, perché il film è un bizzarro sfogo di creatività dei due interpreti. Pare che Benigni e Troisi chiesero alla produzione molto tempo per scrivere il copione ma alla fine si presentarono solamente con due appunti:ci perdiamo nel medioevo e andiamo a fermare Cristoforo Colombo”.

Siamo nella campagna toscana ed è l’estate del 1984. Saverio, maestro elementare, e Mario, bidello, sono amici. Un giorno nel tornare in macchina verso casa, per evitare l’attesa di un passaggio a livello, imboccano una strada secondaria, ma un’improvvisa tempesta li costringe ad alloggiare per la notte presso una locanda. L’indomani accade l’impensabile: scoprono da un passante di trovarsi a Frittole, un borgo toscano ed è il 1492, anzi “Mille e quattrocento quasi Mille e cinque”. A questo punto la loro avventura, indietro nel tempo ed in un luogo non sempre ben definito, ha inizio e nel contesto del borgo di Frittole accadono gli episodi più disparati. Saverio e Mario incontrano Vitellozzo, sua madre Parisina e decidono di lavorare nella loro bottega. Mario fa la conoscenza di Pia, fanciulla di una famiglia ricca, con la quale inizia a vedersi affacciandosi dal muro di cinta della casa di lei. Nel frattempo Vitellozzo viene arrestato e Saverio scrive invano una lettera a Girolamo Savonarola per ottenerne la liberazione. I due amici si imbattono in Leonardo da Vinci (siamo in Francia?). In una taverna incontrano l’amazzone Astriaha che ha il compito di fermare l’arrivo in Spagna (?) di qualunque straniero per garantire che le tre caravelle di Colombo possano salpare: in quella occasione Saverio rivela a Mario di voler fermare Colombo per impedire la nascita del fidanzato americano di sua sorelle Gabriella, che l’ha fatta tanto soffrire. I due amici infine, nel tentativo di tornare in Italia, scorgono da lontano del fumo: convinti di essere finalmente tornati nel Novecento, cominciano a correre verso quel fumo e scoprono a malincuore che si tratta di Leonardo che nel frattempo ha scoperto la locomotiva, facendo tesoro dei loro goffi insegnamenti!

Alle scorribande di Saverio e Mario abbiamo deciso di associare una duplice ricetta: la crema catalana e la crème brulèe, una di origini spagnole l’altra francese. Esse sovente vengono confuse in quanto entrambe sono caramellate, con lo zucchero in superficie, tuttavia la differenza c’è ed è sostanziale: la crème brulèe (dal francese: crema bruciata) si differenzia da quella catalana sia il per il metodo di cottura perché non viene cotta sul fuoco ma con un procedimento di bagnomaria, sia per il fatto che viene usata la panna liquida invece del latte e nessun tipo di amido. Iniziamo la nostra descrizione dalla crema catalana.

INGREDIENTI: 1 litro di latte – 200 g di zucchero – 50 g di maizena o fecola di patate o amido di frumento – 6 tuorli d’ uovo -1 stecca di cannella – un baccello di vaniglia – buccia di limone – zucchero di canna

PROCEDIMENTO:

Versare in una tegame capiente il latte (tranne due cucchiai che metterete da parte), la buccia del limone, il baccello di vaniglia inciso per lungo, metà dello zucchero, la stecca di cannella e portare a bollore, facendolo sobbollire per 5 minuti a fuoco dolcissimo; poi togliere dal fuoco. Nel frattempo, diluite la maizena (o l’amido di frumento o la fecola di patate) nel poco latte freddo rimasto. Quindi rimuovere la buccia del limone, il baccello di vaniglia e la cannella dal latte che abbiamo fatto sobbollire. In una ciotola capiente, montare con la frusta i tuorli con lo zucchero, finché il composto non diventa chiaro, omogeneo e cremoso; incorporate quindi prima la soluzione di latte e maizena attraverso un colino per trattenere eventuali grumi, mescolando finché il composto non risulterà ben amalgamato, e a questo punto, aggiungere a filo il latte caldo continuando a mescolare. Rimettete il tegame sul fuoco tenendo la fiamma bassa e mescolate continuamente per circa 2/3 minuti dall’ebollizione, finché non si addensa, evitando che la crema resti troppo tempo sul fuoco, perché potrebbe stracciarsi.. Versare il tutto in ciotoline dal bordo basso, lasciare stiepidire per 30 minuti, poi metterle a freddare in frigorifero. Al momento di servire, spolverizzare la superficie della crema con lo zucchero di canna e caramellare con l’apposito accendino altrimenti, se ne siete sprovviste, mettete le ciotole sotto il grill del forno caldo, per due minuti al fine di ottenere la croccante crosticina.

A questo punto per chi volesse toccare con mano e, soprattutto, assaporarne con il palato, la differenza, ecco la nostra versione della crème brulèe.

INGREDIENTI: 250 ml di Panna Fresca – 80gr di zucchero – 4 tuorli di uovo – 1 bustina di vanillina– zucchero di canna.

PROCEDIMENTO:

In un pentolino scaldate la panna senza portarla a ebollizione. Nel frattempo in una ciotola sbattete i 4 tuorli d’uovo con lo zucchero fino a creare una crema omogenea e spumosa, di colore chiaro. Aggiungere la vanillina alla panna, farla sciogliere bene e a quel punto versare la panna tiepida con la vanillina nella ciotola con le uova, continuando a mescolare. Mettete la crema in delle coquottes di ceramica apposta per la cottura in forno e fate cuocere a bagnomaria a 180° per 35 minuti. Una volta pronte lasciate raffreddare, cospargete con un cucchiaio di zucchero di canna e caramellate o con l’apposito bruciatore oppure infornate con l’impostazione grill per qualche minuto.
E adesso preparate la punta del vostro cucchiaio, per questo delicatissimo dessert, ricordando come “ad Amelie piace rompere la crosta della Crème brulèe con la punta del cucchiaio” da Il favoloso mondo di Amelie.

IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle, 2018

IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle, 2018

Presentato in prima mondiale il 29 agosto al Lido di Venezia, Il primo uomo ha inaugurato il Concorso della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Intimo ed emozionante, non delude questo nuovo film di Damine Chazelle, a 49 anni dall’allunaggio dell’Apollo 11; la pellicola, interpretata da Ryan Gosling, Jason Clarke e Claire Foy e prodotta dalla Universal Pictures, è stata definita dallo stesso Barbera “un lavoro personale, affascinante e originale, piacevolmente sorprendente al confronto con gli altri film epici del nostri tempi, a conferma del grande talento di un regista tra i più importanti del cinema americano di oggi”.

 

Spazzati via romanticismo, sentimento e musica che avevano caratterizzato La La Land e le “frustate” del batterista di Whiplash, il giovane e talentuoso regista si muove in un territorio completamente diverso, concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong negli otto anni che precedettero la missione NASA che lo fece sbarcare sulla luna, in un resoconto in prima persona di un uomo piuttosto reticente ad esprimere i propri sentimenti, padre e marito attento, umile, e non solo la figura iconica che tutto il mondo conosce. Chazelle è riuscito nell’ardua impresa di rispettare il carattere dell’uomo più che descrivere il mito, cercando di mostrarne le emozioni nella vita di tutti i giorni, indagando su ciò che ad ogni missione lasciava sulla terra riuscendo, grazie alla sua collaudata abilità di regista, a dare libero sfogo a quello che è il desiderio recondito di ogni bambino di diventare astronauta, come fosse la cosa più semplice al mondo. Non bisogna dunque essere dei supereroi, perché il suo Neil non lo è. La sceneggiatura, scritta da Josh Singer (Oscar per Spotlight) alterna ai momenti professionali, ricostruiti con meticolosa minuziosità, una tranquilla vita familiare, fatta di gioie e dolori che contribuirono, secondo il regista che si è nutrito dei racconti dei figli di Armstrong e della moglie nonché del libro di James R. Hansen, a creare il personaggio pubblico che tutti conosciamo.

Nel luglio 1969, Armstrong comandò la missione di allunaggio Apollo 11; nelle fasi di avvicinamento prese il controllo del modulo lunare sino a farlo atterrare in una zona poco rocciosa: uscito dal Lem, posò il suo piede sinistro sul suolo lunare e fu il primo essere umano a camminare sulla luna. Di quella conquista Armstrong disse: “La cosa più importante della missione Apollo fu dimostrare che l’umanità non è incatenata per sempre a un solo pianeta, e che le nostre visioni possono superare quel confine, e che le nostre opportunità solo illimitate”.

In Italia, quel 20 luglio del 1969, sarà ricordato non solo per la più lunga diretta mai affrontata dalla nostra televisione (circa 25 ore), ma anche per quel “Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” riferita al modulo lunare Eagle, che il giornalista Tito Stagno pronunciò con una manciata di secondi in anticipo rispetto all’inviato Ruggero Orlando, il quale in collegamento da Houston subito dopo replicò “Ha toccato in questo momento”. La disputa tra i due cronisti sul momento preciso dell’allunaggio, coprì ai telespettatori italiani la storica frase di Neil Armstrong “Qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata”.

Neil Armstrong è scomparso nell’agosto 2012 per le conseguenze di un intervento chirurgico di bypass coronarico: aveva compiuto 82 anni. Il film ci consegna l’immagine di un uomo come tanti, che tuttavia ha scritto una delle importanti pagine della storia del secolo scorso.

data di pubblicazione:31/10/2018


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