DOLOR Y GLORIA di Pedro Almodòvar, 2019

DOLOR Y GLORIA di Pedro Almodòvar, 2019

Un film maturo. Bello. Incredibilmente pacato. Una descrizione perfetta di come le nostre origini ed il nostro antico sentire giuochino un ruolo fondamentale su ciò che diveniamo. Banderas nella sua migliore interpretazione, supportato da un cast di attori di primissimo livello.

 

Salvador Mallo è un famoso regista, ancora molto amato dalla gente, conosciuto in tutto il mondo, ma oramai senza più ispirazione. Vive solo, “ascoltando” il malessere fisico ed interiore che nasce dalle innumerevoli patologie che hanno colpito il suo corpo, segnato anche da un delicato intervento alla colonna vertebrale. Il senso di vuoto che prova nel non riuscire più a scrivere e a dirigere un film, è a tratti colmato da tutta una serie di ricordi a partire da quelli della sua infanzia segnata da molte presenze femminili e da sua madre, donna energica ed infaticabile scomparsa da appena due anni, ma anche da Federico, il suo primo ed indimenticato amore al cui ricordo si affianca quello infantile del suo primo vero desiderio (El primer deseo, titolo nel titolo del film) che solo oggi gli appare chiaro, nitido ed ancora palpitante. La creazione artistica sotto forma di scrittura e di regia cinematografica sono la sua unica terapia, ma Salvador non riesce più a creare; alla disperazione ed alla rabbia per questa deriva che ha colpito la sua mente, Salvador preferisce la solitudine affollata solo dai ricordi, che pian piano riaffiorano regalandogli momenti di inaspettata felicità. L’infanzia trascorsa in un piccolo paesino di provincia ricco di sole, con due genitori poveri che decidono di mandarlo in seminario per garantirgli un’istruzione, l’arricchimento negli anni adulti a Madrid in cui esplode prepotente la passione per il cinema e per Federico che, assieme, rappresentano la sua “dipendenza”, come recita il titolo di una sceneggiatura parcheggiata da anni sul desktop del suo computer.

Amore è ciò che traspare dal nuovo film di Almodòvar, solo amore e null’altro: amore per la vita, per il cinema, per la scrittura, per la luce, per i colori, per le canzoni (magnifica la scelta sul brano del 1961 Come sinfonia interpretato da Mina). Commuove questo Pedro maturo e privo di eccessi, che si mette a nudo come non mai, fragile ma anche consapevole di aver avuto molto o quanto meno tutto ciò che maggiormente desiderava dalla vita. Inevitabile non provare ad immedesimarsi profondamente in quei ricordi che rappresentano l’ossatura di ciò che Almodòvar è diventato. Un film diverso da tutti gli altri, sull’importanza delle proprie radici, scacciando tuttavia la nostalgia dei ricordi.

Banderas non è Almodòvar nelle fattezze fisiche, quanto la materializzazione dei suoi sentimenti e del suo animo: è Pedro senza assomigliargli fisicamente ed è bravissimo, un vero e proprio alter ego segnato da malattie che l’eroina può tentare di placare, ma che solo l’arte del cinema e dello scrivere possono guarire, in un film dal linguaggio semplice, maturo e consapevole, semplicemente da non perdere.

data di pubblicazione:18/05/2019


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IL CAMPIONE di Leonardo D’agostini, 2019

IL CAMPIONE di Leonardo D’agostini, 2019

Matteo Rovere e Sydney Sibilla con i loro film hanno contribuito a delineare una nuova e brillante corrente nel panorama del cinema italiano: basti pensare a Veloce come il Vento e a Smetto quando voglio. Questa volta, con la loro casa di produzione Groenlandia, in veste di produttori, hanno dato la possibilità all’esordiente Leonardo D’agostini di portare sugli schermi, e con successo, una pellicola commerciale ma di qualità, che riesce ad abbracciare il gusto di una vasta platea di spettatori senza distinzione di genere, seppur ambientata in ambiente calcistico, concorrendo un po’ a risollevare le sorti del cinema di casa nostra in perenne crisi creativa ed esistenziale.

 

Christian Ferro (e non poteva che chiamarsi così!) è un asso del pallone del nuovo millennio: una vera e propria pop star, con ingaggi plurimilionari non solo in veste di campione dell’A.S. Roma, ma anche come immagine di spicco di pubblicità e sponsorizzazioni di ogni genere. Christian (figura quasi “mitologica” dalle fattezze, gli atteggiamenti ed il talento di Cassano, Totti, Ronaldo e Balotelli messi assieme) è del Trullo, un quartiere popolare di Roma. Orfano di madre e con un padre nullafacente a carico, Christian è circondato da un insieme di amici veri e no, che gli ruotano attorno come pescecani pronti ad azzannare le briciole (e anche più) di ciò che riesce a divorare nella sua giovane esistenza di ventenne: dalle Lamborghini di ogni foggia e colore con cui spesso fa dei clamorosi incidenti, agli abiti firmati, dalla villa hollywoodiana con piscina, alle frotte di ragazze immagine adoranti e ai ristoranti penta stellati. Il suo talento, al pari della sua spavalderia, lo identificano ovunque lui vada, e quando uno dei suoi amici d’infanzia lo apostrofa con un “te sei ripulito”, il suo onore ferito da ex ragazzo romano di periferia lo induce a commettere l’ennesima bravata che il Presidente della sua squadra (interpretato dal grande Massimo Propolizio) non potrà perdonargli. Dimostrerà di mettere la testa a posto studiando per prendere (e si spera anche raggiungere) la maturità o verrà punito con la tribuna a vita?

Christian Ferro è incarnato da Andrea Capenzano (classe 1995) che, dopo Tutto quello che vuoi e La terra dell’abbastanza, conferma la sua stupefacente bravura; mentre un maturo Stefano Accorsi, misurato e generoso nei panni di Valerio Fioretti ex professore di liceo squattrinato e tormentato da un passato ingombrante, è colui che si assumerà l’onere e l’onore di insegnargli ad apprezzare le materie scolastiche, al pari di quanto nel “Ferro fenomeno” ci sia ancora tanto di quel ragazzo del Trullo che ha più paura di restare solo che di perdere soldi e notorietà.

I personaggi di Valerio e Christian non sono certo originali cinematograficamente parlando, ma la complicità tra questi due attori sono la vera forza del film: entrambi non sconfinano, non prevaricano, ma si compenetrano, in una perfetta sinergia che fanno di questo film, dalla trama semplice e forse un po’ scontata, una pellicola sulla maturità e sull’amicizia da vedere ed apprezzare, una vera sorpresa anche per chi, come chi scrive, di calcio non se ne intende affatto.

data di pubblicazione:04/05/2019


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PETERLOO di Mike Leigh, 2019

PETERLOO di Mike Leigh, 2019

Peterloo è la crasi tra St. Peter’s e Waterloo. Essa indica “la strage di innocenti” che avvenne durante un comizio nell’agosto del 1819, presso St. Peter’s Field a Manchester ad opera della cavalleria inglese, immediatamente dopo la vittoria su Napoleone a Waterloo, allo scopo di soffocare nel sangue la pacifica manifestazione di famiglie di contadini che, pur pagando i tributi al Re, si erano radunati per chiedere al Governo inglese la riforma elettorale, non potendolo fare esprimendo regolarmente il proprio voto.

 

Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Turner) ci regala un altro dei suoi “affreschi” sui diritti negati ai più deboli, raccontando un episodio sovente riportato nei trafiletti dei libri di storia inglese, in cui persero la vita diciotto persone ed almeno un centinaio rimasero gravemente ferite: un forte atto di repressione sulla libertà di riunione ad opera del governo su donne, bambini e braccianti di Manchester, che rappresentò una delle scintille per la definizione della futura democrazia.

Il regista ci riporta ancora nel passato per parlarci del presente, mettendo di nuovo al centro dei suoi racconti l’uomo nella sua eterna lotta contro l’avidità del potere, la corruzione e la violenza: questa umanità che perde tutto per tentare di vivere una vita migliore, per far valere i propri diritti e che combatte in nome di un ideale che possa condurla verso una vita più giusta. Leigh ci fa capire come le ripercussioni economiche, su un paese appena uscito da un conflitto seppur vittorioso come il caso dell’Inghilterra su Napoleone, siano ugualmente devastanti e come i governi hanno da sempre tentato di risolvere ogni genere di crisi vessando il popolo, come fecero i conservatori del governo britannico nell’ 800.

Peterloo è un film storico che si articola, come spesso avviene nelle pellicole di Leigh, partendo da una lunga fase di preparazione in cui entriamo nell’atmosfera di queste famiglie contadine, inventate ad arte dal regista, ma che verosimilmente ricalcano la vita di quelle reali di allora: persone normali che non sanno come sopravvivere nel quotidiano. Ed è in questo contesto che, con il supporto di attivisti e giornalisti, cominciano a farsi largo le idee di cambiamento.

Le scene del massacro sono esaltate dal montaggio di Jon Gregory (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), con una sequenza di immagini di grande impatto visivo; il lavoro di Jon Gregory è stato paragonato da Leigh come quello di uno chef che assembla gli ingredienti per arrivare ad esaltare il gusto finale del piatto che si sta realizzando. Dick Pope ha invece curato la fotografia, attingendo alla sua lunga esperienza da documentarista in zone di guerra: il risultato è dato da inquadrature di ampio respiro, con masse di persone brulicanti e comizi politici, che ci introducono sino alle fasi finali dello scontro.

Peterloo si sceglie di andarlo a vedere per riflettere su come la storia si ripeta, incessantemente, sotto i nostri occhi e su come da certi errori del passato si possa partire per affrontare meglio il presente.

data di pubblicazione:29/03/2019


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SE LA STRADA POTESSE PARLARE di Barry Jenkins, 2019

SE LA STRADA POTESSE PARLARE di Barry Jenkins, 2019

Una romantica storia d’amore che diviene struggente perché conosce la tristezza della separazione, ma che invece di spegnersi si autoalimenta. E così l’amore diviene strumento per difendersi dalle ingiustizie e dal dolore, quell’amore che rende forti se viene instillato sin da bambini, come cura per affrontare le brutture del mondo.

 

Siamo nel quartiere di Harlem a Manhattan negli anni ’70. Tish ha appena diciannove anni ed ama profondamente Alonzo, detto Fonny, che ne ha ventidue: i due sono cresciuti insieme, inseparabili sin dalla tenera età e, seppur giovanissimi, il loro è un legame profondo. I genitori di lei ne sono perfettamente consapevoli, forse perché anche loro si amano ancora molto, mentre quelli di Fonny, perennemente in lite, non vedono di buon occhio la ragazza. Queste diverse vedute non impediscono alla coppia di progettare un futuro insieme e l’improvvisa gravidanza di Tish consolida quel legame già così stretto. Ma i loro romantici progetti di una felice vita in comune s’interrompono allorquando Fonny viene accusato di un reato che non ha commesso.

If Beale Street Could Talk di James Baldwin è il romanzo da cui Barry Jenkins ha tratto ispirazione per il suo Se la strada potesse parlare. Presentato con successo durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, la pellicola riesce a mescolare, fedele al racconto, romanticismo e tristezza, melanconia e dolcezza, rabbia e dolore. “Beale Street è una strada di New Orleans, dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato a Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana, sia esso a Jackson, in Mississippi, o a New York. Beale Street è la nostra eredità. Questo romanzo parla dell’impossibilità e della possibilità, della necessità assoluta, per dare espressione a questo lascito…”

Il tema principale del film è l’amore, coniugato attraverso l’indissolubile legame di coppia dei due giovani protagonisti e l’altrettanto indissolubile legame di loro con le famiglie di appartenenza, legame di cui fanno parte anche le amicizie del quartiere in cui Fonny e Tish sono nati e diventati grandi, attraverso un codice sacro non scritto tramandato in tutte le famiglie afroamericane. E così, quando il più naturale dei progetti naufraga in seguito ad un’ingiustizia, l’amore instillato sin da piccoli rende forti e pronti a sopportare anche la più dura delle prove.

Barry Jenkins, premio Oscar per il bellissimo Moonlight e di fresca nomination ai prossimi Oscar per la sceneggiatura non originale di questo film – a cui si aggiunono le nomination a Regina King come attrice non protagonista e alla colonna sonora – è riuscito a trasferire sullo schermo non solo il poetico romanticismo ma soprattutto la forza inscalfibile dell’amore di cui parla Baldwin, che nasce da un “contagio” che si eredita in famiglia e che riesce a coinvolgere emotivamente anche lo spettatore.

data di pubblicazione:24/01/2019


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BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

Big Night è un film del 1996 co-diretto da Campbell Scott e Stanley Tucci, che ne ha curato anche la sceneggiatura assieme a Joseph Troiano, e narra delle vicende di due fratelli italiani di origini abruzzesi, Primo (Tony Shalhoub) e Secondo (Stanley Tucci) Pilaggi, emigrati come ristoratori sulla costa del New Jersey. I due hanno profonde diversità di vedute nella gestione del loro ristorante: Primo (il maggiore) è uno chef caparbiamente legato alla tradizione della cucina italiana e non vuole saperne di accettare compromessi, mentre Secondo cerca di accontentare i gusti della sparuta clientela che frequenta ancora il loro locale seppur con un’idea distorta di quella che è la tradizione culinaria italiana. Sull’orlo del fallimento per i loro disaccordi, i Pilaggi subiscono anche la concorrenza spietata di Pascal, un altro emigrato titolare di un ristorante italiano di grido sempre pieno, dove però la cucina tricolore viene reinventata secondo degli stereotipi, molto americani, che fanno inorridire Primo. Pascal, pur stimando Primo come chef, rifiuta a Secondo un prestito che potrebbe risollevare le loro sorti, ricorrendo anche ad un inganno per dare la spallata finale all’attività dei due fratelli: li convince ad organizzare una sontuosa cena alla quale invitare il famoso cantante italoamericano Luis Prime, costringendoli a dare fondo alle loro ultime risorse economiche per un banchetto degno del personaggio la cui presenza, da un punto di vista pubblicitario, avrebbe finalmente risollevato la loro attività di ristorazione.

Di Big Night, gustosa commedia amara a sfondo gastronomico ambientata negli anni Cinquanta, si apprezza come scena migliore proprio la cronaca della cena e della sua preparazione. Il piatto forte della cena, decisiva per il rilancio del ristorante dei fratelli Pilaggi, è rappresentato dal timballo di ziti di cui, nel film, ne vengono enfatizzate le difficoltà di esecuzione. Piatto unico della cucina centro-meridionale, il timballo si cuoce in uno stampo a forma di campana rovesciata e pare che il suo nome derivi proprio da questo tipo di recipiente di cottura che assomiglia ad un ”tamburo”: da qui “timballo”. Diverso negli ingredienti, il timballo è un piatto molto ricco ed in uso nelle feste e nelle grandi occasioni, tipico non solo della cucina abruzzese ma anche campana e siciliana, i cui ingredienti sono i più disparati: dalla pasta al riso, alla carne sia in forma di ragù che in polpettine, le uova sode, scamorza o mozzarella, salumi, affettati o anche verdure, il più delle volte fritte. Deve essere preparato per tempo e calma, aggiungendo via via gli ingredienti che spesso sono cotti separatamente e poi assemblati: una volta cotto, deve “riposare” per compattarsi bene.

Eccovi la ricetta di mia nonna Romilda, abruzzese doc, del suo timballo di ziti con polpettine, che ricorda moltissimo il timballo dei fratelli Pilaggi.

 

INGREDIENTI: ½ kg di ziti da spezzare a mano – 6 etti di macinato di vitella – 3 scamorze appassite non molto asciutte – 2 etti di parmigiano grattugiato – passata di pomodoro – 4 uova – olio extravergine d’oliva q.b. –– sale e pepe q.b.- pangrattato q.b. – noce moscata q.b. – 3 uova sode facoltative.

PROCEDIMENTO:

Usare metà del macinato di vitella per fare un sugo con pomodoro e basilico, non troppo ristretto. L’altra metà del macinato servirà per fare, con un po’ di pazienza, delle polpettine aggiungendo semplicemente sale, pepe e una grattatina di noce moscata e soffriggendole a fuoco lento in olio extravergine d’oliva, facendo prima riscaldare appena l’olio e buttandocele dentro.Spezzare le zite a mano in modo irregolare e lessarle con poco sale e molto molto al dente; in una grande ciotola sbattere le uova con un po’ di sale, versarci gli ziti appena scolati e mescolare (rigorosamente con le mani) sino a quando le uova si saranno amalgamate con gli ziti. Quindi, ungere bene una teglia tonda con i bordi molto alti (possibilmente di rame fuori ed alluminio nell’interno) con burro o olio, aiutandosi sempre con le mani, e facendoci poi aderire bene del pangrattato; a questo punto cominciare a fare gli strati ma non più di tre: sugo-parmigiano-pasta-polpettine-parmigiano-scamorza tagliata a dadini-pasta-sugo e così via. Terminati i tre starti di pasta completi di tutti gli ingredienti, ai quali si possono aggiungere facoltative delle uova sode a pezzetti, e facendo in modo di terminare con il sugo su cui mettere parmigiano e scamorza a dadini e polpettine, mettere in forno preriscaldato a 180° fissi per 30/40 minuti; passato il tempo, vedere se sopra il timballo si è creata la crosticina, in caso contrario accendere per 5 minuti il grill.

Tirare fuori dal forno il timballo e farlo riposare per almeno 20/30 minuti, coperto con un canovaccio di lino: l’attesa garantirà che si compatti bene permettendo così di tagliare le porzioni facendo prima un cerchio nella parte centrale, in caso si usi il tegame tondo come da tradizione. Si mangia tiepido, per gustarne tutti i profumi. Emozionante!