THAT’S LIFE! – di Riccardo Rossi e Alberto Di Risio

THAT’S LIFE! – di Riccardo Rossi e Alberto Di Risio

(Sala Umberto – Roma,12/17 febbraio 2019)

Al “centro” della sagace Trilogia di Riccardo Rossi, tra lo spettacolo L’amore è un gambero e Viva le donne, ha esordito ieri al teatro Sala Umberto di Roma il “mediano” That’slife!

 

Se avete voglia di una serata diversa, all’insegna di momenti amarcord e, soprattutto, se siete travolti (e stravolti) dal caos metropolitano serve un po’ di sana condivisione e That’s life! è lo spettacolo che fa per voi. E già, perché lo spettacolo del mattatore Riccardo Rossi è un album di istantanee delle fasi della vita dove inesorabilmente tutti gli spettatori, anche quelli che come me stazionano nella fascia “35/45 l’età dei doveri”, ritrovano una serie di “foto” proprie o di un genitore o di un caro amico.

Si parte dalla fine con la “lapidaria” è fatta! per poi riprendere le fila dal primo gemito emesso nella sala parto: ecco che ha inizio lo spassoso viaggio dei momenti topici della vita di ognuno di noi. Con l’ausilio di alcune foto e delle incursioni musicali sapientemente inserite dal navigato e sopraffino intenditore di musica Riccardo Rossi, ci si ritrova a condividere, insieme alla signora sconosciuta che ci siede accanto e al signore della fila davanti, una serie di momenti cruciali, dolci e amari, che – anche grazie alla distanza segnata dal tempo o al fatto che per alcuni sono ancora momenti noti de relato – sono tutti indistintamente unici ed esilaranti.

La fase dell’incoscienza, quella degli ottantenni, la fatidica tappa dei 50 anni, il primo vero debutto in società che si manifesta a febbraio durante l’età dell’innocenza…e in effetti è proprio questa la vita! Ogni fase, ogni età ha i suoi momenti d’oro, le sue ossessioni e le priorità cambiano. Tuttavia, il mix di emozioni, obiettivi, entusiasmi che colorano le varie tappe ci rendono tutti delle irresistibili macchiette, ci rendono tutti uguali nelle nostre fragilità, ansie, paure e nei sentimenti avvicinandoci e abbattendo i muri delle differenze artefatte e dell’indifferenza perché ad ogni età il motto è uno soltanto: barcollo ma non mollo! Questa è la vita, fatta di musica – da Stevie Wonder, a Gloria Gainor fino agli inossidabili pimpanti Rolling Stones – gaffe, siparietti, voglia di correre e di non arrendersi mai, chiudendo ogni tanto un occhio sui segnali del tempo che passa.

Uno spettacolo da non perdere per un momento di autentica condivisione esilarante!

data di pubblicazione:13/02/2019


Il nostro voto:

BHOEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer, 2018

BHOEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer, 2018

A quasi due mesi dall’uscita nelle sale italiane, potevamo noi Accreditati non scrivere di uno dei film più acclamati degli ultimi anni? E già, a quanto pare, e la permanenza in sala la dice lunga, Bhoemian Rhapsody del regista Bryan Singer è tra i film che ha più incassato negli ultimi 20 anni e la corsa al botteghino non pare destinata ad esaurirsi.

 

Il lungometraggio racconta la storia del leggendario gruppo rock pop dei Queen attraverso l’occhio del front man Freddie Mercury (Rami Malek). Freddie, così si faceva chiamare invece di Faruk, non si riconosce nei rigidi insegnamenti del padre e della sua famiglia persiana migrata in Inghilterra. In un clima di latente ribellione nei confronti degli schemi tradizionali e delle aspettative nutrite per lui dal padre, la musica è il cuore che pulsa dentro Freddie e lo spinge, come in una sorta di disegno divino già scritto, a conoscere, nella stessa serata, i 3 ragazzi che poi sarebbero diventati la sua “famiglia” dal nome Queen e l’amore della sua vita (“Love of my life” fu scritta per lei) Mary (Lucy Boynton). Siamo nel 1970 e Freddie, Brian May (un identico Gwilym Lee), Roger Taylor (Ben Hardy) e Jhon Deeacon (Joseph Mazzello) iniziano la loro inaspettata ascesa all’olimpo della musica mondiale. Come in tutte le favole però, il nostro eroe deve fare i conti con il successo, i suoi conflitti interiori mai del tutto risolti, la presa di coscienza della sua omosessualità concomitante con l’amore per Mary e i personaggi saprofiti che lo affiancheranno giocando sulle sue debolezze per trarne solo profitto, tra cui Paul Prenter (Allena Leech) che divorò Freddie portandolo a lasciare i Queen e a precipitare. Il film ben racconta l’esordio, l’ascesa, le frizioni, il momento buio del leader del gruppo, catapultando lo spettatore nel fenomenale tornado che rapì 4 giovani ragazzi, estremamente diversi tra loro ma uniti dalla passione sfrenata per la musica che ne curò la sofferenza per la comune appartenenza alla classe degli emarginati, degli incompresi invisibili della società di quegli anni.

E così, una dopo l’altra, assistiamo entusiasti alla nascita delle prime note, degli accordi e dei testi delle canzoni che poi sarebbero divenute leggenda segnando le tappe del successo dei Queen, tra cui la mitica Bhoemian Rhapsody che da il nome al film, fino al concerto Live Aid del 13 luglio 1985 che segnò il ritorno insieme dei Queen. Sul palco del Wembley Stadium di Londra Freddie ritornò sulle scene per beffare e ignorare il virus Hiv che ormai lo aveva colpito, continuando a fare quello per cui era nato: cantare e far toccare al pubblico, insieme alla sua famiglia Queen, il paradiso con un dito. Nonostante il Golden Globe recentemente vinto come “Migliore film drammatico”, Bhoemian Rhapsody non spicca per particolare bravura degli attori – il protagonista Rami Malek vincitore del Golden Globe “migliore attore protagonista in un film drammatico” appare a tratti ridicolo. Infatti, la marcata ed eccessiva accentuazione dei denti incisivi sporgenti lo portano più ad assumere espressioni distorte e fuori luogo, penalizzandone sia la eventuale bravura recitativa, sia la somiglianza con il divino Freddie Mercury.

Diciamo che la forza travolgente, emozionante e commuovente del film, che nel complesso è piacevole e regge per l’intera durata, vince facile grazie al repertorio della band e alla magia della storia di questo gruppo unico nel suo genere. In ogni caso, per chi ancora fosse indeciso, un film da vedere per tornare ad appassionarsi o per conoscere meglio un pezzo di storia della musica mondiale.

data di pubblicazione:19/01/2019


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TROPPA GRAZIA Gianni Zanasi, 2018

TROPPA GRAZIA Gianni Zanasi, 2018

La giovane geometra Lucia (Alba Rohrwacher), ragazza madre dell’adolescente Rosa, tenta di sopravvivere e di rimanere a galla barcamenandosi in piccoli lavoretti che talvolta lei stessa, nonostante la sua figura femminile esile, graziosa ed angelica, si trova in buona fede ad “estorcere” imponendo consulenze o pareri alle direzioni di cantiere in cui si intrufola mossa, in primis, dall’irrefrenabile voglia di far bene e garantire che l’edificazione, il progetto siano in regola con le regole del piano regolatore, delle mappe del catasto e dell’agenzia del territorio.
Nei maldestri e a volte rischiosi tentativi di sbarcare mensilmente il lunario, Lucia viene designata, proprio per la sua disperato bisogno di lavorare, dal sindaco Paolo (Giuseppe Battiston) per mettere “ordine” nelle mappe di classamento di alcuni ettari di terreno della campagna del viterbese dove un suo amico imprenditore (Thomas Trabacchi) dovrà realizzare un impianto alberghiero di lusso. Lucia, la quale ha da poco messo alla porta il compagno Arturo (Elio Germano), si tuffa in questo incarico che ben presto diverrà la fonte dei tormenti della sua coscienza. Lucia si rende conto di alcune irregolarità tra il progetto edile in fase di avvio e la reale conformazione dei terreni interessati dall’imminente edificazione, ma il sindaco le chiede di chiudere un occhio. Non appena si trova costretta a rinnegare i suoi principi di geometra corretta che agisce nel rispetto delle regole, Lucia inizia ad avere delle apparizioni: una giovane Madonna, dai modi talvolta aggressivi, le chiede di bloccare i lavori del progetto e di costruire una Chiesa su quell’area.
Il film, vincitore del premio Label nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del Festival del cinema di Cannes, è una commedia che timidamente, in una chiave a tratti tragicomica, ricorre ad una storia del paranormale per raccontare come ormai la vera normalità – sicuramente in Italia come in altri paesi – sia quella di un modus operandi conforme al non rispetto delle norme, dei piani regolatori, dei vincoli a tutela dell’ambiente e del paesaggio. Tutti lavorano chiudendo un occhio, violando o fingendo di non conoscere il limite della regola posta nell’interesse comune ed ecco che allora deve scomodarsi addirittura la Madonna per rimettere in riga quelle “perle rare” che a discapito della loro esistenza, del successo e dell’affermazione economica personale, agiscono nel rispetto del prossimo e della legalità. Che direzione prenderà Lucia? Cosa si cela sotto quei terreni?
Troppa grazia parte sicuramente da una buona intuizione e regala qualche sorriso grazie alla bravura del cast, a cominciare da Alba Rohrwacher, Elio Germano e il cameo di Carlotta Natoli (nel ruolo della migliore amica di Lucia). Tuttavia, la storia non fluisce, a tratti è troppo lenta, non ha il ritmo che probabilmente con qualche minuto in meno – ad esempio eliminando una serie di dialoghi e momenti spenti e inutili tra i personaggi di Lucia e Arturo (quest’ultimo davvero superfluo nella sceneggiatura) – e con dei migliori effetti speciali sarebbe stato meno banale e più sensato seppure nell’ambito di un racconto del paranormale.
Probabilmente in contrapposizione con il parere della giuria della sezione Quinzaine a Cannes 2018, il film non prende l’attenzione dello spettatore e non convince, salvo per la bravura della protagonista che finalmente veste i panni di un personaggio imperfetto e sorretto da una certa vis comica.
data di pubblicazione: 26/12/2018

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LA PRIMA PIETRA di Rolando Ravello, 2018

LA PRIMA PIETRA di Rolando Ravello, 2018

A ridosso delle vacanze di Natale, in una scuola elementare italiana (non meglio identificata a livello territoriale) sono tutti in fermento per la messa in senza della recita di fine anno. Il Preside (Corrado Guzzanti) vive questo momento con grande tensione, come se fosse alla direzione di un musical interpretato da bambini prodigio. Poi le voci stonate dei bambini durante le prove generali lo riportano alla cruda realtà dove non si intravedono prospettive di successo per lo spettacolo o bambini da talent show.

 

A poche ore dalla recita, però, l’improvviso e immotivato lancio di una pietra da parte di Samir contro una finestra dell’istituto scolastico innesca un vero e proprio effetto domino tra alcuni personaggi della scuola. Infatti, la pietra, oltre a mandare in frantumi il vetro di una finestra, colpisce, ferendolo, il bidello (Valerio Aprea) il quale, a seguito del colpo alla testa cade sulle scale insieme alla moglie, la bidella Loretta (Iaia Forte) che, a sua volta, si sloga un braccio. Il Preside, già agitato per gli intoppi dei preparativi della recita, d’urgenza convoca i familiari del piccolo Samir e i coniugi bidelli per mettere fine allo spiacevole incidente. La riunione, a un’ora dall’inizio della recita scolastica, tra il Preside, la coppia dei malconci bidelli cattolici, la madre (Kasia Smutniak) e la nonna paterna (Serra Yilmaz) di Samir, entrambe mussulmane, e la maestra Roversi (Lucia Masino) buddista, disattende le speranze di celeri transazioni nutrite dal preside e non pare destinata a definirsi bonariamente, né tantomeno prima del debutto degli studenti sul palcoscenico. Infatti, paradossalmente proprio il preside, sebbene si proclami un moderno direttore scolastico regista di una recita dalla “sceneggiatura” dedicata a tutte le religioni professate dagli alunni della scuola, viene continuamente messo “alla gogna” dalle polemiche e rigide madre e nonna del piccolo Samir. A sua volta, proprio il preside si ritrova goffamente autore di frasi che infiammo gli animi dei contendenti la pretesa risarcitoria (monetaria o anche mere scuse?). Giochi di parole, malintesi, scaramucce articolate in perfetti rimpalli scoppiettanti e in una costante escalation di risvolti quasi assurdi, danno un ritmo vivace al film. Alla fine chi dovrà rispondere dell’azione dell’incauto lancio del sasso?

La prima pietra è una commedia capace di raccontare con ironia delicata la realtà moderna e il multiculturalismo della nostra società, narrandone anche alunni paradossi, talvolta estremizzati, che traggono spunto da luoghi comuni, ma, prima di tutto, dalla Prima Pietra lanciata senza un reale e oggettivo motivo da Samir (la prima pietra intesa non solo nel senso più noto “chi non ha peccato scagli la prima pietra” del Vangelo di Giovanni, ma anche come primo gesto avventato, sconsiderato e del tutto spontaneo e immotivato di Samir, ovvero il primo atto di ribellione immotivata di una lunga serie che ognuno di noi a un certo punto della propria vita inizia a compiere). Grazie a un cast di attori bravissimi (Corrado Guzzanti e Valerio Aprea sono in stato di grazia), che sembrano vestire da sempre i panni del proprio personaggio, il film è un crescendo di ilarità fino alle lacrime e racconta un momento topico per i cristiani, come le ore che precedono la Vigilia del Natale, per coloro che credono e per chi li circonda e non crede oppure crede in altro, in una chiave originale e inedita.

data di pubblicazione:10/12/2018


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IL BENE MIO di Pippo Mezzapesa, 2018

IL BENE MIO di Pippo Mezzapesa, 2018

Il secondo lungometraggio di Pippo Mezzapesa, presentato nella sezione “Giornate degli Autori” della 75.Mostra d’Arte Internazionale del Cinema di Venezia, regala una fiaba lieve e poetica molto vicina alle vicissitudini italiane degli ultimi anni.

 

Elia è l’ultimo abitante di Provvidenza, un paesino della campagna pugliese. Dopo il devastante terremoto che ha colpito il piccolo borgo, i superstiti si sono trasferiti nella cittadella nuova a qualche chilometro di distanza dalle macerie, mentre Elia è rimasto a difendere Provvidenza divenendone, suo malgrado, una sorta di attrazione turistica. Ma Elia non è il folle che tutti credono. Nonostante il suo migliore amico Gesualdo (Dino Abbrescia) e l’amica Rita (Teresa Saponagelo) – ex collega della moglie di Elia, Maria, deceduta a causa del terremoto – lo spronino con affetto e dolcezza a trasferirsi nel paesino di freddi prefabbricati (la nuova Provvidenza), Elia non sente ragioni. Il suo cuore e la sua vitalità sembrano rimasti fermi alle tragiche ore del sisma e alla morte dell’amata moglie Maria e gli danno la tenacia e l’ostinazione, talvolta incomprensibile, per insistere nel ruolo di custode non solo dei suoi ricordi ma della memoria collettiva. Un giorno, durante gli scontri ormai quotidiani tra il suo immobilismo, ben piantato a Provvidenza, e il sindaco (nonché cognato di Elia), che sta predisponendo lo sgombero della casa di Elia con la forza pubblica per la definitiva chiusura e abbandono del paesino fantasma, sopraggiunge una presenza straniera che potrebbe capovolgere, forse, le convinzioni o la sorte di Elia. Chi sarà questa misteriosa presenza che all’improvviso, come un dolce vento di scirocco, suggestiona Elia regalandogli l’illusione che la sua amata Maria sia tornata da lui? Riuscirà a convincere il buon Elia ad abbandonare Provvidenza?

Il bene mio magistralmente interpretato da un Sergio Rubini in stato di grazia capace da solo di sostenere con vigore e poesia l’intera storia, porta sul grande schermo l’antico dilemma tra il culto della memoria e il falso mito del guardare e andare avanti demolendo e dimenticando il passato. Le atmosfere del piccolo borgo pugliese non sono storicamente datate, ma avvolte da toni e scorci fiabeschi. Il racconto incanta, a tratti fa sorridere, grazie a quella “canaglia” dell’inconfondibile vis comica pugliese di Dino Abbrescia, e commuove con la maestria e la complicità degli occhi del “fanciullino”, mai prima d’ora così forti e penetranti, dell’istrionico Sergio Rubini. In un paese come l’Italia, segnato, illuso da false promesse e per questo doppiamente devastato dalle tragedie dei terremoti e dei sismi di varia natura, Il bene mio aiuta tutti noi ricordandoci che la forza d’animo del mingherlino Elia, la sua tenacia, sono presenti dentro ogni italiano e dovremmo tirarla fuori con la sua stessa leggerezza e caparbietà per far davvero andare avanti l’Italia e superare le ferite del Bel Paese. Da vedere!

data di pubblicazione:12/10/2018


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