THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard, 2018

THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard, 2018

Il titolo di questo film dello sceneggiatore e regista francese Jacques Audiard, presentato in concorso a Venezia, non è un ossimoro. Sisters è il cognome di Charlie e Eli, che nella vita non solo sono fratelli ma anche soci in affari. Ingaggiati dal Commodoro per scovare un uomo e eliminarlo, i due non si faranno troppi scrupoli ad uccidere chiunque voglia fermarli nel loro viaggio che dall’Oregon li porterà sino in California sulle tracce di colui che, a quanto pare, ha la formula chimica, forse magica, per individuare i filoni d’oro.

 

Rimescolando gli stereotipi dei western di una volta, senza espresso riferimento né a quelli americani né tantomeno a quelli italiani portati al successo internazionale da Sergio Leone, il regista francese confeziona un film che è una vera e propria babele, ambientato in Oregon nel 1850 ma girato in Spagna e Romania, tratto da un romanzo del canadese Patrick DeWitt ed interpretato da attori americani di grosso calibro quali John C. Reilly, Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal, nonché dal rapper britannico di origini pakistane Riz Ahmed; a tutto ciò si aggiunga l’impareggiabile tocco italiano della costumista Milena Canonero. Tutti ingredienti eterogenei che contribuiscono a creare alla perfezione una storia turbolenta di pistoleros senza scrupoli, ma che hanno anche uno spirito profondamente umano pur portando a termine una carneficina dietro l’altra.

Il regista in conferenza stampa ha dichiarato che non ha voluto fare del suo film un vero e proprio western, genere a lui più ostico che sconosciuto, quanto uno studio profondo sulle figure dei due fratelli ed il legame indissolubile che li unisce in ogni impresa. Se si vuole considerare come una metafora sulla disillusione dell’amore, in senso lato, forse un accostamento si potrebbe trovare con il film The Missouri Breaks di Arthur Penn con Marlon Brando e Jack Nicholson, film crudo e sufficientemente cinico che non esalta eroi né si schiera favorevolmente con coloro che si pongono come difensori dell’ordine. I due fratelli di Audiard hanno obiettivi diversi tra loro: Charlie vuole uccidere il Commodoro e impadronirsi del suo potere, Eli pensa invece ad una vita romantica, crearsi una famiglia e aprire un negozio per vivere. Nonostante le divergenze non riusciranno mai a separarsi.

Il pluripremiato Jacques Audiard (Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa, Dheepan con cui vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2015) ci regala un western diverso, pieno di contraddizioni ma di tanto sentimento, quasi a dimostrarci che anche il più spietato dei cowboy ha un anima di tutto rispetto, ed in questo possiamo veramente crederci.

data di pubblicazione:03/09/2018








SUSPIRIA di Luca Guadagnino, 2018

SUSPIRIA di Luca Guadagnino, 2018

Finalmente è stato presentato l’attesissimo lavoro di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo film di Dario Argento: più che un remakeSuspiria, a detta dello stesso regista, è un doveroso omaggio a un autore che lo aveva letteralmente impressionato quando, appena quindicenne, aveva avuto l’opportunità di vedere al cinema quello che sarebbe divenuto a breve un cult a livello internazionale. Una sfida non facile: trarre ispirazione da un soggetto così conosciuto dai cinefili di tutto il mondo, è già di per sé un rischio per il genere horror.

Il film di Guadagnino segue le orme indelebili tracciate da Dario Argento in una rivisitazione dove, al di là delle linee fondamentali del plot originario, il regista inserisce del suo dandone una lettura in chiave più metafisica, in cui sono coinvolte donne e solo donne, che coesistono nella prestigiosa scuola di danza Markos Tanz ubicata nella Berlino ancora divisa dal muro. Il film è ambientato nel 1977 in una Germania scossa dai violenti attacchi terroristici della Raf, gruppo terroristico di matrice marxista-leninista chiamata anche banda Baader-Meinhof dal nome dei suoi fondatori, che il regista ha voluto porre come sfondo all’azione misteriosa che si svolge all’interno dell’Accademia. Fondamentale la figura della coreografa Madame Blanc, una magnetica ed eterea Tilda Swinton alla sua ennesima collaborazione con il regista, in una evocazione della grande Pina Bausch, la cui scuola ha decisamente rivoluzionato il concetto di danza contemporanea, ed intorno alla quale gravita l’apprensione emotiva che accompagna l’intero film. Il tema centrale è quello della stregoneria e della magia nera che ci riporta ad alcune riflessioni sul concetto dell’illusione e dell’ultraterreno, con uno sguardo particolare alla funzione delle donne, tema che sin dai primi fotogrammi è sintetizzato in una frase contenuta in un quadro “Una madre è una donna che può sostituire tutti ma non può essere sostituita”, e che si riallaccia al concetto di Mother nella trilogia di Argento.

Un mix quindi tra horror e stregoneria con uno sguardo anche alla psicoanalisi dal momento che tra i personaggi spicca la figura del dottor Klemperer interpretato da Lutz Ebersdorf (una Tilda Swinton sotto mentite spoglie?), storico psicoanalista degli anni sessanta attivo anche nel teatro sperimentale di quegli anni.

Comunque il film rimane sicuramente una concreta testimonianza dell’universo femminile e dei suoi misteri, tema che come dichiarato dallo stesso regista in conferenza stampa, trova ispirazione nella cinematografia del grande regista e drammaturgo Rainer Werner Fassbinder, uno dei maggiori esponenti del cinema tedesco moderno che seppe trattare le donne come vere eroine, nonostante spesso legate allo sfruttamento ed al potere degli uomini.

Difficile dire se Suspiria sia da considerarsi un esperimento ben riuscito: nonostante l’eccessiva durata, il film si fa seguire per la ricercatezza della fotografia e degli effetti sanguinolenti che lasciano lo spettatore con il fiato sospeso. Bravissime le giovani interpreti tra cui va menzionata Dakota Johnson e le scene di danza sono davvero raffinate e di altissimo livello.

Siamo tuttavia, secondo chi scrive, ben lontani dalle terrificanti tensioni emozionali che solo Dario Argento riusciva a trasmettere: un assoluto e impareggiabile gusto dell’orrore allo stato puro.

data di pubblicazione:02/09/2018








THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen, 2018

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Imprevedibili ed eccentrici come sempre, i fratelli Coen lasciano il loro segno in questa terza giornata della 75. Mostra del Cinema di Venezia con il loro ultimo film The Ballad of Buster Scruggs, che lascia il pubblico letteralmente spiazzato contro le aspettative che si erano inevitabilmente formate in base alle notizie già diffuse dalla stampa. Un omaggio divertente, se non addirittura irreverente, ad un genere oramai poco praticato e che nel nostro paese ebbe risonanza attraverso i così detti spaghetti-western negli anni sessanta e settanta, con la partecipazione di attori allora sconosciuti che divennero poi star internazionali.

 

Il film, presentato in concorso, è una raccolta antologica di sei storie western che i fratelli Coen hanno elaborato in 25 anni, rifacendosi in parte a quelle analoghe sperimentazioni italiane del passato in cui venivano raggruppati, in un unico film: diversi episodi tutti legati tra di loro da un medesimo genere narrativo. Ecco che i vari racconti, tutti rigorosamente con la stessa matrice, ci riportano nelle sconfinate regioni di frontiera del far west dove si aggiravano solitari pistoleri a cavallo, che non esitavano a far fuori chiunque osi anche solo contraddirli o intralciare i propri passi. Abilmente i Coen entrano in questo mondo preconfezionato e ne ribaltano e disperdono le regole, rendendo i propri personaggi figure al limite del reale e tirando fuori dagli stessi quegli elementi eterni e assoluti al fine di coglierne la struttura fondamentale del loro essere. Sfogliando le pagine di un libro si procede via via alla narrazione e i vari soggetti prendono forma accompagnati da una ballata musicale che li contraddistingue, tra le distese infinite dei canyon americani che li accolgono e li plasmano a seconda della situazioni.

Il film, a detta dei registi, non vuole essere quindi solo un western ma va oltre, seppure ne utilizza il linguaggio espressivo tipico: qui si basa la loro sperimentazione, arrivando a confezionare un’opera finale molto divertente ma che lascia ampio spazio a momenti di seria riflessione. Cast come sempre di eccezionale bravura dove spiccano l’attore Tim Blake Nelson, protagonista del primo episodio e James Franco, che caratterizza forse l’unico capitolo del libro che più ricorda gli spaghetti-western italiani. Perfetta la sceneggiatura a cura dei Coen, che trova ampio appoggio in una fotografia al tempo stesso intensa ed impalpabile curata da Bruno Delbonnel.

Pur avendo già girato Il Grinta nel 2010, remake di un western del 1969 con John Wayne, questa seconda volta Joel e Ethan Coen cercano un concreto pretesto per interrogarsi sul significato dell’esistenza umana e su ciò che determina le scelte che si compiono, anche quelle tragicamente sbagliate. Film assolutamente da non perdere che ha tutti i presupposti per ottenere il successo internazionale che merita. Pubblico entusiasta.

data di pubblicazione:01/09/2018








MANIFESTA 12 – THE PLANETARY GARDEN – CULTIVATING COEXISTENCE

MANIFESTA 12 – THE PLANETARY GARDEN – CULTIVATING COEXISTENCE

(Palermo,16 giugno/4 novembre 2018)

Manifesta, la Biennale Nomade Europea, è nata nei primi anni ’90 al fine di promuovere quella fattiva integrazione socio-culturale che si era resa quasi necessaria alla caduta del muro di Berlino, dopo anni di guerra fredda che aveva “congelato”, per così dire, ogni scambio intellettuale tra i paesi occidentali e quelli d’oltrecortina. Manifesta, fondata ad Amsterdam dalla storica d’arte olandese Hedwig Fijen e che ancora oggi la guida, è da considerarsi un progetto culturale che re-interpreta il rapporto tra cultura e società attuando un capillare dialogo interdisciplinare nel contesto sociale di riferimento. In occasione delle iniziative che si stanno svolgendo a Palermo, quest’anno Capitale Italiana della Cultura, trova quindi spazio Manifesta 12, sotto la direzione generale italiana di Roberto Albergoni e della coordinatrice Francesca Verga che affiancano lo staff permanente degli uffici olandesi per la realizzazione di questo ambizioso programma, che terminerà i primi di novembre. Con questo pretesto Palermo ha riaperto i suoi inesauribili tesori d’arte, molti dei quali perennemente chiusi, per presentarsi ai numerosi turisti nella sua veste migliore: un fermento culturale che si percepisce in maniera tangibile girovagando per le viuzze storiche, brulicanti di variegati centri d’interesse oltre a luoghi di degustazione di prelibatezze culinarie, anch’esso vanto della città. Molti palazzi nobiliari hanno aperto i propri spazi, un tempo sfarzosi luoghi della mondanità nobiliare isolana, per accogliere installazioni di importanti artisti contemporanei e per curare la diffusione delle loro opere anche in centri periferici dove il tessuto culturale cittadino fa fatica ad inserirsi. Da segnalare anche la programmazione di numerosi film, selezionati allo scopo di dare una lettura cinematografica ai temi che animano questa rassegna e la narrativa generale che la contraddistingue.

In particolare la sezione On Circulations indaga sui movimenti migratori, le cause e le conseguenze delle politiche attuate, la ricerca di una identità e libertà dei popoli offrendo altresì soluzioni e prospettive in un mondo senza confini.

Accanto ad essa l’altra sezione On Palermo dedicata interamente al capoluogo siciliano, inteso come luogo di trasformazioni e di fermenti sociali attuali, non indifferenti alle necessità del contesto urbano. Il nutrito calendario delle proiezioni è stato curato da In Between Art Film Italia con il supporto di Sicilia Film Commission e Vidi Square.

Un invito dunque a non perdere Manifesta 12 approfittando anche per visitare questa città dai mille aspetti, unica in Italia e nel mondo, che proprio per le sue innate contraddizioni non può che affascinare lasciando una impronta indelebile, certamente indimenticabile, nella persona che la visita.

data di pubblicazione:25/08/2018

 

A QUIET PASSION di Terence Davies, 2018

A QUIET PASSION di Terence Davies, 2018

Emily Dickinson (Amherst, 1830-1886), che oggi può considerarsi una tra le maggiori figure della letteratura anglo-americana, trascorse tutta la vita circondata solo dall’affetto dei suoi familiari rinchiusa nella propria camera, al primo piano della casa paterna, dedita esclusivamente a se stessa e alla poesia, attraverso la quale seppe portare avanti la sua ribellione verso i rigidi cliché imposti dalla società borghese e puritana nella quale era stata educata. In un periodo travagliato della storia statunitense, come quello della guerra di secessione in cui visse la poetessa, mal si accettava che una donna potesse svolgere attività che esulassero da quelle di moglie e di madre. Le opere della Dickinson furono scoperte e pubblicate prevalentemente postume: la sua spiccata sensibilità poetica è oggi riconosciuta nella cultura letteraria di tutti i tempi.

  

È merito del regista inglese Terence Davies l’aver portato sul grande schermo la biografia della Dickinson senza ricorrere ad una narrazione ingessata, nonostante si tratti di un biopic inserito nel travagliato contesto storico delle lotte secessioniste americane. Alla buona riuscita della pellicola contribuisce anche la convincente interpretazione di Cynthia Nixon (Miranda nella serie tv Sex and the City) che riesce ad impersonare la complessità caratteriale della poetessa, auto-reclusa nella casa paterna quasi a voler espiare la colpa di sentirsi diversa e ribelle verso schemi sociali rigidi imposti da una morale cristiana a lei totalmente estranea. Una persona che seppe nutrirsi di poesia per sopravvivere in quel contesto piuttosto ristretto in cui veniva relegato il genere femminile, donne sottomesse ad una supremazia maschilista contro la quale era pressoché impossibile opporsi. Il film può apparire lento, a volte quasi tedioso per la sovrabbondanza di citazioni poetiche ma l’ambientazione, circoscritta all’interno della casa dove si muovono i vari personaggi, fa da contrappeso grazie anche all’effervescenza punteggiata dalla sagacia espressiva delle protagoniste che bilanciano con piacevole arguzia la rigidità flemmatica delle figure maschili.

Il regista si sofferma con la macchina da presa su particolari all’apparenza casuali ma che invece racchiudono in sé un simbolismo che riesce a trasmettere allo spettatore la percezione di una atmosfera spesso claustrofobica, ma anche incredibilmente confortevole.

A Quiet Passion è un buon film che riesce a disegnare una personalità complessa come quella di Emily Dickinson, docile e ribelle al tempo stesso, rigida e comprensiva, oggi tra le figure più amate della letteratura universale.

data di pubblicazione:24/07/2018


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