LA CASA DEI LIBRI di Isabel Coixet, 2018

LA CASA DEI LIBRI di Isabel Coixet, 2018

Florence Green, oramai vedova da diversi anni, vuole scrollarsi di dosso la tristezza che pervade la sua vita e decide di realizzare il suo sogno nascosto che è quello di aprire una libreria. Sfortunatamente sceglie il posto sbagliato: la piccola cittadina di Hardborough sulla costa inglese. Florence si troverà presto ad affrontare non solo lo scetticismo della gente del luogo ma, essenzialmente, l’ostruzionismo della ricca Mrs. Gamart che vuole assolutamente difendere la propria influenza culturale su questa cittadina in perenne letargo. A tutto questo si aggiunge lo scandalo sollevato dalla vendita di libri quali Lolita di Nabokov e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury che sicuramente non facilitano il compito di farsi ben volere dalle persone del posto.

 

 

La regista catalana Isabel Coixet è ben nota al pubblico italiano grazie al successo ottenuto nel 2005 con La vita segreta delle parole, presentato al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti e premiato in patria con ben quattro premi Goya tra cui quelli per miglior film e migliore regia. Nel 2003 con La mia vita senza me (candidato agli European Film Awards come miglior film e due premi Goya) si era fatta notare anche alla Berlinale dove, nell’edizione di quest’anno, ha presentato La casa dei libri.

Tratto dal romanzo The bookshop di Penelope Fitzgerald del 1978, il film è ben costruito, con una fotografia che conferisce alla pellicola un respiro di aria fresca liberandola dall’atmosfera polverosa della libreria di Florence (Emily Mortimer) alla quale la ventosa costiera britannica fa da contrappunto. La protagonista è un personaggio che dietro l’apparente fragilità di una vedova indifesa nasconde invece una buona dose di coraggio e di risolutezza di fronte alle situazioni avverse che le si presentano; dovrà infatti lottare molto contro l’aristocratica Mrs. Gamart (Patricia Clarkson) che cercherà, in tutti i modi, di ostacolare l’attività della libreria ricorrendo a stratagemmi politicamente poco corretti.

Il finale, seppur non possa definirsi un happy end, non cancella tuttavia quella prevedibilità che distoglie in parte l’interesse dello spettatore. All’incontestabile bravura degli interpreti si registra, di contro, una narrazione poco interessante e del tutto priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo: ne risulta un film lento e a tratti addirittura noioso, riscattato dall’unica nota positiva rappresentata dalla figura di Florence che ama non solo leggere i libri ma anche accarezzarli, per scoprirne quel fascino segreto che va al di là della carta stampata.

data di pubblicazione:28/09/2018


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CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone, 2018

CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Ci troviamo a Capri, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un gruppo di giovani nordeuropei ha trovato sull’isola il luogo adatto per fondare una comune e ricercare insieme l’arte e la propria stessa identità lontano dal mondo così detto civilizzato. Ma la gente, che sia pur con una certa riluttanza li ha tutto sommato accolti bene, ha tuttavia una propria tradizione da tutelare. Si trova spesso in contrasto con gli ideali utopistici dei ragazzi che tra danze e riti iniziatici vivono sperimentando con la nudità dei loro corpi il contatto con la natura selvaggia che caratterizza l’isola. In questo contesto vive Lucia, ragazza analfabeta che si occupa di badare alle capre: un giorno, quasi per caso, incontra il capo carismatico del gruppo e ne rimane attratta, iniziando a coltivare in sé la consapevolezza di essere una donna libera e matura, tanto da poter iniziare quel processo di emancipazione al di fuori da ogni stereotipo che la propria famiglia di origine vorrebbe imporle.

Con Capri-Revolution, presentato in concorso a Venezia, Mario Martone chiude la trilogia, iniziata con Noi credevamo e continuata con Il Giovane favoloso, sulla storia dell’Italia dal Risorgimento sino alla Prima Guerra Mondiale scrivendo con la moglie Ippolita Di Majo una sceneggiatura perfetta in ogni suo aspetto che, sia pur ambientata nel passato, risulta molto pertinente con i problemi di oggi che riguardano il nostro rapporto con la natura, il progresso ed in ultima analisi la sopravvivenza della stessa umanità. Ecco che Capri con la sua essenza arcaica, quasi mitologica, trova identificazione in Lucia (Marianna Fontana), una ragazza povera di cultura scolastica ma che concentra in sé tutti gli ideali di libertà e di riscatto sociale per i quali ancora oggi le donne devono purtroppo lottare. La giovane incontra i membri della comunità guidata da Seybu (l’attore olandese Reinout Scholten van Aschat) e di nascosto ammira la loro nudità tra le rocce bruciate dal sole e da questa immagine inizia il proprio percorso di liberazione, con un processo simile a quello con cui gli esuli russi a Capri si preparavano in quegli anni alla grande rivoluzione.

Il racconto prende spunto dalla comune realmente fondata dal pittore spiritualista Karl Diefenbach che intendeva praticare la sua arte attraverso un radicale sovvertimento delle leggi tradizionali in cui era di fondamentale importanza il contatto diretto con la natura, soprattutto attraverso la danza e la liberazione del corpo. I principi basilari di questo pensiero troveranno poi sviluppo negli anni ’60 e ’70, diventando un fenomeno collettivo che coinvolse molti giovani di quella generazione verso la ricerca di una spiritualità del tutto nuova, lontano dai condizionamenti sociali e consumistici. Ecco che Lucia rappresenta per il regista il pretesto per parlare di due mondi contrapposti: quello della comunità dei pastori dell’isola e quello della comune i cui membri sono tutti naturisti, omeopati, vegetariani e antimilitaristi, in un contesto storico ben preciso in cui l’Europa entrava nel conflitto mondiale.

Ottima la scelta del cast, tra cui la grande Donatella Finocchiaro nella parte della madre; la fotografia è stata curata da Michele D’Attanasio, già vincitore nel 2017 del David di Donatello per il film Veloce come il vento di Matteo Rovere: la nitidezza delle immagini piene di colore rimanda al simbolismo dei pittori preraffaelliti e alle figure luminose ispirate all’arte neoromantica.

Un film carico di sentimento che sicuramente è destinato a far parlare di sé e ce lo auguriamo tanto, soprattutto nell’ambito del mercato cinematografico internazionale.

data di pubblicazione:07/09/2018








22 JULY di Paul Greengrass, 2018

22 JULY di Paul Greengrass, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Il 22 luglio 2011 l’estremista di destra Anders Behring Breivik in un duplice attentato in Norvegia uccide 77 persone innocenti. Il primo atto terroristico con una autobomba in piena Oslo davanti al palazzo del primo ministro, il secondo, circa due ore dopo, sull’isola di Utoya quando, travestito da poliziotto, spara su dei ragazzi inermi che partecipavano ad un campeggio estivo organizzato dal partito Laburista Norvegese. Praticamente il più cruento attacco criminale che il paese dovrà subire senza poter affrontare con la necessaria tempestività le conseguenze di un gesto folle, ideato da una mente folle con la lucidità e la determinazione che caratterizzano un’impresa terroristica di questa portata.

 

Il film di Paul Greengrass, regista inglese che ha portato sul grande schermo fiction di grande calibro nonché storie tratte da avvenimenti reali tra cui Bloody Sunday, con il quale nel 2002 vinse l’Orso d’Oro a Berlino, e Captain Phillips-Attacco in mare aperto con il quale nel 2013 ottiene 6 Nomination agli Oscar con Tom Hanks come protagonista. Il lavoro si basa sul libro della giornalista Asne Seierstad Uno di noi che raccoglie la diretta testimonianza di un superstite alla strage seguendo il suo racconto minuzioso prima e durante il processo contro il killer, quest’ultimo interpretato in maniera egregia dall’attore e musicista norvegese Anders Danielsen Lie. Non è la prima volta che la strage di Utoya viene presentata al cinema dal momento che nell’ultima edizione della Berlinale era stato proposto al pubblico U-July 22 del regista Erik Poppe, 72 terribili minuti di piano sequenza cadenzati dai colpi di fucile con cui il terrorista dava la caccia ai fuggitivi. I due film quindi affrontano lo stesso soggetto ma da due angolazioni completamente differenti. Mentre nel film di Poppe lo spettatore condivide con i protagonisti quei momenti di terrore lasciandosi coinvolgere emotivamente vivendo quasi insieme alle vittime ogni istante della strage, mentre la figura del terrorista si intravede appena in un fotogramma, 22 July di Paul Greengrass, presentato in concorso a Venezia, pone in risalto la personalità di colui che organizza l’attentato e soprattutto esamina le motivazioni politiche che lo hanno spinto a organizzare la carneficina. Greengrass stesso afferma che, partendo dall’idea che le vicende del mondo vanno osservate con coraggio per poterle meglio affrontare, con il suo lavoro intende raccontare di quei fatti che sconvolsero l’intera opinione pubblica norvegese lasciando nei sopravvissuti ferite materiali e psicologiche inguaribili.

Tuttavia, al contrario del film di Poppe, decisamente adrenalinico, 22 July di Paul Greengrass pur essendo bene interpretato, soffre di momenti di pura retorica inducendo il pubblico ad abbandonarsi a minuti di noia nonostante si tratti di un action politico che di per sé dovrebbe essere alquanto movimentato.

data di pubblicazione:06/09/2018







WERK OHNE AUTOR di Florian Henckel von Donnersmarck , 2018

WERK OHNE AUTOR di Florian Henckel von Donnersmarck , 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Sin da bambino Kurt Barnert aveva deciso che nella sua vita si sarebbe occupato solo di arte, ed in particolare della pittura, anche se il suo primo impatto con essa fu visitando una mostra a Dresda di pittori contemporanei. I lavori esposti saranno poi definiti dal nascente nazionalsocialismo come “Arte Degenerata” in quanto considerata frutto di menti malate che distorcevano i principi stessi dell’opera classica a vantaggio di idee riprovevoli e fuorvianti. Il film è il percorso artistico di Kurt Barnert, che lo vede attraversare diverse fasi: dapprima al servizio dell’ideologia comunista dopo la caduta del nazismo, successivamente a contatto con le avanguardie postmoderne, fino ad approdare alla maniera espressiva a lui più consona che consistette nel rappresentare ciò che in quel momento della sua vita considerava di più autentico.

Il film presentato oggi in concorso a Venezia vuole esplorare su cosa spinge l’uomo a ricercare la propria identità artistica, e lo fa essenzialmente attraverso la storia d’amore dei suoi protagonisti Kurt (Tom Schilling) e Ellie (Paula Beer) e il percorso di formazione che li legherà indissolubilmente per tutta la vita; sullo sfondo inizialmente le crudeltà del nazismo, con le sue aberrazioni che non sembrano aver fine anche molti anni dopo, quando tutto sembra oramai sepolto dai nuovi slanci di democrazia. A tutto questo sopravvive l’arte che di per sé racchiude uno dei più grandi enigmi dell’umanità dal momento che sfugge a qualsiasi formula precostituita e nello stesso tempo però riesce sempre a suscitare in chi ne fruisce emozioni uniche ed indescrivibili.

Il film ripercorre una parte della storia tedesca, dalla guerra alla distruzione post nazista, alla ricostruzione, fino ad arrivare alla Repubblica Democratica Tedesca e alle sue fanatiche ideologie di stampo sovietico. In questo contesto si innesta la storia d’amore di due giovani che sembrano non aver paura di quello che si sviluppa intorno a loro, soprattutto delle esecrabili azioni del padre della ragazza privo di qualsiasi scrupolo verso tutti, persino verso la sua stessa figlia pur di difendere l’idea perversa della purezza della razza.

I 188 minuti di proiezione, questa è la durata del film, scorrono in un attimo tanto appassionante è la storia e tanta è la bravura degli attori. Tra questi Sebastian Koch, nella parte del cinico Professor Carl Seeband, già presente tra l’altro nel film Le Vite degli Altri, opera prima del regista Florian Henckel von Donnersmarck del 2006 premiato agli Oscar come miglior film straniero e che ottenne anche tre European Film Awards, sette German Film Awards, il BAFTA e il David di Donatello. La fotografia è curata da Caleb Deschanel, più volte nominato agli Oscar, che ha recentemente diretto alcune puntate della serie TV Twin Peaks.

Nella stesura della sceneggiatura il regista ha trovato ispirazione nell’opera di Gerhard Richter, dal quale ha appreso quanto basta per portare sullo schermo l’idea del potere universale dell’arte, dal momento che ogni opera che si rispetti non ha bisogno del suo autore ma appartiene a tutti senza identificarsi con il soggetto specifico che l’ha creata.

Il pubblico in sala ha manifestato entusiasmo e, secondo chi scrive, non ci sarebbe da meravigliarsi se Werk ohne Autor vincesse il Leone.

data di pubblicazione:05/09/2018








DRAGGED ACROSS CONCRETE di S. Craig Zahler, 2018

DRAGGED ACROSS CONCRETE di S. Craig Zahler, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

I due poliziotti Brett Ridgeman e Anthony Lurasetti, sospesi temporaneamente dal servizio per avere usato metodi violenti durante una retata contro un criminale, si vedono “costretti” a procurarsi in maniera non del tutto regolare dei soldi per far fronte ai propri problemi familiari. Il primo, con una figlia adolescente molestata dai ragazzi del quartiere, sente la necessità di trasferirsi altrove anche per poter accudire meglio la moglie afflitta da sclerosi; il secondo, più giovane, pensa invece di voler mettere su famiglia. Presentatasi l’opportunità e forti della loro esperienza, i due si troveranno coinvolti in una rapina che, proprio perché organizzata da altri, sarà piena di eventi per loro del tutto imprevedibili.

S.Craig Zahler è un personaggio poliedrico in quanto regista, sceneggiatore, scrittore, direttore della fotografia e musicista. Il suo film, presentato oggi fuori concorso, vorrebbe definirsi un poliziesco, solo che non è una vera e propria detective fiction con tanto di solerti ispettori e relativo caso ingarbugliato da risolvere. In Dragged Across Concrete infatti abbiamo due poliziotti dalla mano pesante, interpretati dai grandi Mel Gibson e Vince Vaughn, che si fanno sospendere dal servizio e non sanno come sbarcare il lunario. Li vediamo scivolare quindi nel mondo della malavita e diventare loro stessi parte di essa quando decidono in entrare in una rapina sorprendendo di fatto gli stessi rapinatori. Il meccanismo del film funziona, solo che il plot sul finale è alquanto scontato, con dei colpi di scena del tutto prevedibili frutto di una sceneggiatura non proprio tra le più brillanti. Dialoghi sconnessi e fuori posto fanno da contrappunto alla indiscussa bravura dei due protagonisti, ai quali si affianca una eccezionale Jennifer Carpenter, salita alla ribalta con il film The Exorcism of Emily Rose del 2005.

Non sono sufficienti al regista le storie personali dei due protagonisti, uno oramai alla soglia dei sessanta anni che non è riuscito a fare carriera e l’altro, giovane e meno disilluso, che cerca ancora il momento giusto per dichiarare il suo amore alla ragazza che intende sposare, per rendere più accattivante l’intera vicenda narrata nel film. L’ulteriore mancanza di originalità nei personaggi secondari, contribuisce a non far decollare Dragged Across Concrete verso qualcosa che possa realmente appassionare, in un action movie che si rispetti.

Si rimane tuttavia sempre un po’ interdetti nel pensare come, dopo aver scritto e diretto Brawl In Cell Block 99 (Nessuno può fermarmi) presentato l’anno scorso a Venezia ricevendo ampi consensi da parte della critica internazionale, Zahler abbia concepito una sceneggiatura così poco priva di sostanza. Ce ne faremo una ragione.

data di pubblicazione:04/09/2018