LA FUGA di Sandra Vannucchi, 2019

LA FUGA di Sandra Vannucchi, 2019

Silvia, anche se deve ancora compiere undici anni, dimostra una certa maturità: è molto brava a scuola e sa cavarsela in tutte le situazioni che la vedono impegnata in prima persona. Suo malgrado vive in una situazione familiare molto pesante, con una madre perennemente depressa e un padre che cerca di barcamenarsi in casa tenendo per quanto possibile la famiglia unita. La bambina, che vive a Pistoia, ha il grande desiderio di visitare Roma ma, nonostante le reiterate promesse dei genitori, non riesce ad esaudire questo desiderio fino al giorno in cui decide di partire da sola, con il coraggio e la determinazione che la contraddistinguono. L’incontro sul treno con Emina, ragazza rom, le aprirà un mondo finora a lei sconosciuto dove lo spirito di sopravvivenza e l’affetto daranno origine a situazioni contraddittorie seppur pregne di una profonda umanità.

 

 

Selezionato e premiato in vari festival internazionali, finalmente approda nelle sale italiane La fuga di Sandra Vannucchi, al suo esordio per la regia. Il film trova ispirazione da un’avventura realmente vissuta dalla regista quando a dieci anni decise di fuggire di casa per recarsi da sola a Roma e visitare la città all’insaputa dei suoi genitori. La storia raccontata nel film, tuttavia, prende una piega diversa perché la protagonista fugge da una situazione familiare disastrosa con una madre in totale stato depressivo ed un padre tutto impegnato a tenere unito un menage familiare che va letteralmente a pezzi. Ancora una volta ritorna sul grande schermo – basti pensare al tema principale sul quale si è basata l’ultima edizione della Berlinale – la famiglia come specchio della società e il disagio che i minori, in alcune situazioni di particolare indifferenza genitoriale, devono sostenere e sopportare. Ci si trova di fronte a una totale assenza di dialogo e di interesse verso le reali esigenze affettive, surrogate spesso con oggetti quali playstation, telefonini o zainetti alla moda. La fuga di Silvia non nasce solo come atto di ribellione per attirare l’attenzione su di sé, ma si trasforma nel desiderio di scoprire un mondo nuovo che le possa aprire prospettive di crescita. Determinante l’incontro con una coetanea rom: tra di loro, così diverse per estrazione sociale e cultura, nascerà un’amicizia profonda e un reciproco aiuto.

La fuga racconta una storia delicata che ci emoziona profondamente per la sua semplicità e che ci permette di sondare la sensibilità di una bambina che soffre per il rifiuto di essere ascoltata. Film indipendente, low budget, girato tra la Toscana e Roma, ha come protagonisti Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro nel ruolo dei genitori di Silvia, interpretata dalla giovanissima Lisa Ruth Andreozzi, che per questo ruolo ha già ottenuto una menzione speciale al Festival di Woodstock, alla sua seconda esperienza cinematografica dopo aver interpretato nel 2015 il ruolo di Martina ne Il professor Cenerentolo di Leonardo Pieraccioni.

Bravi anche gli altri attori non professionisti provenienti da un campo nomadi romano dove sono state girate alcune riprese del film che mostrano la condizione disumana in cui i rom sono costretti a vivere.

Ottima la fotografia di Vladan Radovic, già vincitore del David di Donatello nel 2015 con il film Anime Nere di Francesco Munzi.

data di pubblicazione:06/03/2019


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LA PARANZA DEI BAMBINI di Claudio Giovannesi, 2019

LA PARANZA DEI BAMBINI di Claudio Giovannesi, 2019

Un gruppo di ragazzi, tutti minorenni, sfrecciano con i loro scooters per le vie del rione Sanità di Napoli. Il sogno della loro vita è quello di procurarsi con ogni mezzo tanti soldi, sufficienti a garantire loro l’ultimo modello di sneakers o altro capo d’abbigliamento super firmato. Usano e spacciano droga e non esitano un istante ad impugnare le armi per tenere sotto controllo il quartiere. Il loro leader è Nicola che conosce a fondo le regole del gioco e sa esattamente che per affermarsi dovrà contrastare i vecchi boss malavitosi che ora detengono il potere. Letizia, la sua ragazza, lo seguirà in questa escalation di criminalità, conquistata anche lei da una vita facile, piena di lusso e di divertimenti.

 

Presentato in prima mondiale nell’edizione della Berlinale appena conclusasi, La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano che ne ha curato la sceneggiatura insieme allo stesso regista e a Maurizio Braucci, ha meritatamente ottenuto l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura: la scrittura usata, senza troppi preamboli, ci porta nel cuore di una città dove anche un ragazzino inesperto può ambire a ricoprire un posto di rilievo nella malavita organizzata. Il termine paranza, indicato per un tipo di pesca che utilizza le reti a strascico, in gergo camorristico individua una piccola banda malavitosa formata da minorenni, ragazzi giovanissimi che hanno abbandonato la scuola e che hanno, come unico sogno, quello di entrare nella criminalità spicciola del quartiere in cui vivono. Per potersi imporre dovranno intanto avere una pistola, che non importa saperla maneggiare: con essa devono imparare a fronteggiare chi già detiene il potere, introducendosi nel traffico della droga che consente loro di procurarsi in breve tempo una grande quantità di denaro. Divenuti i capi indiscussi che controllano gli affari, di fronte alla loro ingenua sfrontatezza e, talvolta, efferatezza nell’usare le armi, anche i vecchi boss si arrendono e cedono il passo.

Il film di Giovannesi, regista molto sensibile verso i problemi dei giovani (ricordiamo Alì ha gli occhi azzurri del 2012 e Fiore del 2016), ha dichiarato di non volere assolutamente guadagnarsi una funziona pedagogica ma semmai illustrare una realtà, tutta napoletana, dove gli stessi giovani si sentono costretti ad una scelta criminale, per lo più inconsapevoli dei rischi e del prezzo molto alto che prima o poi dovranno pagare. Una decisione quindi determinata dalla contingenza di soddisfare per sé, e per la propria famiglia, dapprima dei bisogni primari per poi arrivare a comprarsi quei generi di lusso che rappresentano, ai loro giovani occhi, veri e propri status symbol del potere.

I due interpreti Francesco Di Napoli (Nicola) e Viviana Aprea (Letizia), così come tutti gli altri, sono attori non professionisti incredibilmente presi dalla strada e alla loro prima esperienza cinematografica.

A differenza di Gomorra di Matteo Garrone, anch’esso ispirato all’omonimo best seller di Saviano, La paranza dei bambini seppur in ambito camorristico ci mostra un aspetto un po’ diverso, quasi tenero, intriso di un realismo estremo che ci porta ad osservare la vita pulsante dei quartieri napoletani dove, nonostante le brutture che questi ragazzi vivono, aleggia una profonda umanità, sentimento che in fondo anima anche le loro giovani coscienze.

La giuria della Berlinale, che quest’anno è stata presieduta da Juliette Binoche, così come riferivano alcuni rumors che circolavano prima della premiazione, aveva mostrato grande apprezzamento per il film, la cui sceneggiatura risulta “impastata” di violenza e amore nel decrivere le vicende dei suoi protagonisti, verso un ineluttabile epilogo sul quale il regista si è volutamente astenuto dall’esprimere alcun giudizio morale.

Film decisamente da vedere.

data di pubblicazione:19/02/2019


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L’ORSO D’ORO AL FILM ISRAELIANO SYNONYMES di Nadav Lapid

L’ORSO D’ORO AL FILM ISRAELIANO SYNONYMES di Nadav Lapid

Seppur la critica internazionale presente a questa edizione della Berlinale abbia sin da subito accolto molto favorevolmente il film di Nadav Lapid, giovane regista e sceneggiatore di Tel Aviv, stupisce ugualmente l’assegnazione di un premio così importante come l’Orso d’Oro al suo Synonymes che, a parere di molti, è stato un po’ sopravvalutato. Il film narra delle vicende del giovane Yoav che decide di fuggire da Israele perché l’aria è diventata per lui irrespirabile, per trovare rifugio a Parigi dove cercherà in tutti i modi di integrarsi iniziando ossessivamente a perfezionare il suo francese. Sicuramente un film di valore interpretato in maniera mirabile dall’attore israeliano Tom Mercier, che ha saputo ben esprimere l’idea e lo spirito decisamente politici che il regista, in aperta polemica con il suo paese, ha voluto imprimere al suo film. Grande è stata poi la soddisfazione per il cinema italiano, dal momento che sono stati premiati ben due dei tre film presentati: Dafne di Federico Bondi come miglior film per la Sezione Panorama e La paranza dei bambini, in selezione ufficiale, che è stato premiato con l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura. Entrambi, secondo chi scrive, hanno vinto meritatamente il premio, dimostrando ancora una volta che il cinema italiano, sovente così bistrattato in patria, riesce al contrario ad ottenere riconoscimenti nei più importanti festival internazionali come questa Berlinale appena conclusasi.

Ecco l’elenco completo dei premi assegnati ai film in concorso:

 

Orso d’Oro per il Miglior film a Synonymes di Nadav Lapid;

Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria a Grâce à Dieu di François Ozon;

Orso d’Argento per il film che apre Nuove Prospettive a Syspemsprenger di Nora Fingscheidt;

Orso d’Argento per la Migliore Regia a Angela Schanelec per il film Ich war zuhause, aber;

Orso d’Argento per la Miglior Attrice a Yong Mei nel film cinese Di jiu tian chang;

Orso d’Argento per il Miglior Attore a Wang Jingchun sempre nel film cinese Di jiu tian chang;

Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura a Giovannesi, Saviano e Braucci per La paranza dei bambini;

Orso d’Argento per il Miglior contributo artistico a Rasmus Videbaek per la fotografia in Out Stealing Horses.

E così questa 69esima edizione della Berlinale si è conclusa in maniera non proprio soddisfacente, a detta di molti. Nella cerimonia di chiusura si è voluto più volte ringraziare il contributo di Dieter Kosslick che ha diretto la Berlinale per ben diciotto anni. L’anno prossimo la direzione passerà a Carlo Chatrian, attualmente responsabile artistico del Locarno Film Festival.

La 70esima edizione avrà luogo dal 20 Febbraio al 1 marzo 2020 e noi di Accreditati ci auguriamo di essere ancora una volta presenti, con l’impegno e l’amore per il cinema che da sempre ci caratterizzano.

data di pubblicazione:16/02/2019

BERLINALE [9] – ELISA Y MARCELA di Isabel Coixet, 2019

BERLINALE [9] – ELISA Y MARCELA di Isabel Coixet, 2019

(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)

È il 1889: siamo in un piccolo paese della Galizia in Spagna. Elisa e Marcela frequentano la stessa scuola cattolica presso un convento di suore. Sin dal primo incontro nasce tra di loro una immediata empatia che in poco tempo si trasformerà in una passionale relazione. Divenute entrambe maestre, decidono di vivere la loro relazione, comportamento scandaloso non tollerato tra gli abitanti del luogo. Nell’estate del 1901 Elisa decide di prendere l’identità del defunto cugino Mario e così, raggirando il parroco, potrà sposare regolarmente in chiesa l’amata Marcela e vivere come una coppia etero. L’inganno verrà scoperto e da quel momento inizierà per loro un periodo molto triste e pieno di insidie.

 

  

La regista catalana Isabel Coixet ha ottenuto un discreto successo nel 2005 con il film La vita segreta delle parole, presentato al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti e premiato in patria con ben quattro premi Goya, tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia. A Berlino si era fatta già notare nel 2003 con La mia vita senza me e lo scorso anno con The Bookshop, pellicole che hanno ottenuto ampi consensi da parte del pubblico e della critica.

La Coixet sembra prediligere nei suoi lavori tematiche al femminile, come anche in questo suo ultimo lavoro presentato in concorso alla Berlinale, in cui viene affrontata una relazione tra due donne in un tempo in cui era intollerabile. Le immagini in bianco e nero trovano ispirazione da una vera foto che ritrae Marcela e Elisa, quest’ultima in sembianze maschili, il giorno delle loro nozze. Le inquadrature indugiano molto sulle protagoniste come per dare più risalto alla vicenda che le coinvolge, in una spirale sempre più drammatica, entrambe vittime di un contesto che non può accettare la loro unione sentimentale. La regista è molto brava nel voler sottolineare il coraggio dimostrato dalle due donne e la determinazione nel voler a tutti costi salvare il loro amore. Molto singolare è il fatto che il matrimonio non fu mai annullato anche se aspramente condannato, in un paese come la Spagna che passerà attraverso una dittatura di molti anni e che nel 2005 fu uno dei primi paesi democratici europei a legalizzare l’unione tra due individui dello stesso sesso.

L’unica critica al film è forse quella di voler indugiare troppo sull’intimità delle due donne, egregiamente interpretate da Natalia de Molina (Elisa) e Greta Fernàndez (Marcela), con delle semi-soggettive che di proposito allungano esageratamente i tempi di ripresa, anche se l’effetto ottenuto è funzionale alla storia che si articola in un periodo a cavallo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, in cui le apparizioni in pubblico per le donne di un certo contesto sociale erano contenute e limitate. La pellicola prodotta da Netflix, presente per la prima volta a Berlino, non è stata accolta favorevolmente da tutta la critica presente alla Berlinale: si spera comunque che venga distribuito nelle sale cinematografiche italiane così come è avvenuto per Roma, premiato quest’anno a Venezia con il Leone d’Oro e in odore di Oscar.

data di pubblicazione:15/02/2019








BERLINALE [8] – GOD EXISTS, HER NAME IS PETRUNYA di Teona Strugar Mitevska, 2019

BERLINALE [8] – GOD EXISTS, HER NAME IS PETRUNYA di Teona Strugar Mitevska, 2019

(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)

Petrunya ha 31 anni ed è laureata in storia, ma non riesce a trovare lavoro perché nel piccolo villaggio della Macedonia, dove vive ancora con i genitori, a nessuno interessa quel titolo di studio e che ad averlo sia una donna. Il giorno dell’epifania è usanza che il prete ortodosso della comunità getti nelle acque gelide del fiume Vardar una croce di legno: tutti i ragazzi si tuffano per cercare il prezioso oggetto che, secondo la millenaria tradizione del luogo, gli assicurerà fortuna durante l’intero anno. Tornando a casa, dopo un ennesimo colloquio di lavoro fallito, Petrunya assiste alla cerimonia e, senza alcun indugio, si getta vestita e riesce a recuperare il crocifisso. Questo fatto renderà furiosi gli uomini del paese che da quel momento in poi non le daranno più pace.

 

Teona Strugar Mitevska è una regista di Skopje al suo debutto qui alla Berlinale. Il suo film, presentato in concorso, è un’amara satira contro la sua società perché ci racconta della ribellione di una donna contro la rigida mentalità patriarcale ancora vigente in Macedonia. La pellicola se da un lato ha aspetti veramente divertenti e al limite del grottesco, d’altro lato invece induce ad una amara riflessione sull’atteggiamento machista di alcuni paesi come quello di questa storia. È pur vero che la ragazza ha infranto un’antica tradizione religiosa, in una competizione che vede la partecipazione solo di individui di sesso maschile, anche se di fatto le autorità non trovano alcuna legge dello stato che vieti espressamente ad una donna di partecipare. L’atto di ribellione, accompagnato dalla tenacia di resistere agli insulti e alle intimidazioni dell’intera comunità, si può certo considerare il primo tentativo di riscatto da parte di Petrunya che, in quel contesto, sembra non avere pari opportunità rispetto agli uomini. Anche in famiglia la donna non trova sostegno e comprensione da parte dei genitori che la considerano un peso inutile e che difficilmente troverà marito non essendo più giovanissima.

Tra il serio ed il faceto il film ci manda un preciso messaggio di emancipazione femminile che fa fatica a decollare. Il ruolo della protagonista è assegnato a Zorica Nusheva nei panni di una donna che oramai non crede più nelle leggi, civili o religiose che siano, né si aspetta alcun riconoscimento per quello che è e per quello che rappresenta. Una lode particolare però va alla regista per aver usato con ironia un linguaggio diretto che, senza tanti preamboli ,ridicolizza l’atteggiamento della chiesa ortodossa e delle pubbliche istituzioni che sembrerebbero quasi indurre alla misoginia.

Di fronte al caso divenuto di dominio pubblico, dove Petrunya rischia addirittura il linciaggio, interviene pure la giornalista Slavica (Labina Mitevska) che cerca in tutti i modi di far carriera sfruttando l’occasione con uno scoop sensazionale per la televisione; sagace l’osservazione di uno dei tanti intervistati: e se Dio fosse in realtà donna?

data di pubblicazione:14/02/2019