QUANDO HAI 17 ANNI di André Téchiné, 2016

QUANDO HAI 17 ANNI di André Téchiné, 2016

Due giovani diciassettenni, partendo da diversi presupposti, si scontrano in un perenne conflitto che, sotto un apparente odio sociale, nasconde invece un affetto molto profondo, difficile da esternare e che finirà con il turbare l’identità di entrambi.


In concorso all’ultima edizione della Berlinale e finalmente presentato nelle sale italiane, il film di Téchiné ci porta sul grande schermo le turbolenze di due adolescenti, Damien e il magrebino Thomas, compagni di classe, che si odiano a morte cercando ogni minimo pretesto per prendersi seriamente a pugni. Per una serie di circostanze fortuite, complice la madre di Damien (Sandrine Kiberlain), medico nel paesino dove è ambientata la storia sulle suggestive montagne francesi, tra i due ragazzi si profila inaspettatamente una schiarita che li porterà presto ad affrontare insieme i turbamenti affettivi ed i disagi tipici dell’età. I due protagonisti finiranno infatti con il seppellire l’ascia di guerra trasformando il loro rapporto in qualcosa di più profondo nella ricerca di una propria sia pur confusa identità sessuale, partendo da posizioni diametralmente opposte. Il regista, che già in passato aveva affrontato con altri film tematiche simili, si addentra ancora una volta nel mondo caotico degli adolescenti, caratterizzato da atteggiamenti spesso contradditori ed aggressivi, alla ricerca di un qualcosa che quasi sempre risulta poco definito. Basandosi sulla convincente sceneggiatura di Celine Sciamma, il film non risulta per niente melodrammatico ed i dialoghi, molto naturali, conferiscono alla pellicola un deciso tocco di credibilità. Convincente la performance dei due interpreti Kacey Mottet Klein (Damien) e Corentin Fila (Thomas), che hanno saputo dare una giusta spontaneità al racconto senza farlo scivolare in una inutile retorica, ma portando invece il tutto in un contesto di assoluta normalità, quasi a voler abbattere ogni residuo pregiudizio verso una presunta diversità.

data di pubblicazione:05/10/2016


Scopri con un click il nostro voto:

PADRE PADRONE di Paolo e Vittorio Taviani, 1977

PADRE PADRONE di Paolo e Vittorio Taviani, 1977

Considerato da molti il capolavoro dei fratelli Taviani, questo film si annovera tra i cento film italiani da salvare ed è sicuramente un ritorno al classico neorealismo che ha reso il cinema italiano famoso nel mondo. La storia è tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Gavino Ledda ed è ambientata nella Sardegna dei pastori negli anni quaranta. La vicenda prende avvio dall’irruzione del pastore Efisio (Omero Antonutti) nella scuola elementare dove si trova il figlio Gavino (Fabrizio Forte) per costringere il bambino, contro la sua volontà, ad abbandonare l’istruzione per diventare pastore ed aiutare così la famiglia nel proprio sostentamento. Il giovane vivrà il primi vent’anni della sua vita in assoluta solitudine, circondato solo dalle sue pecore, lontano da qualsiasi forma di civiltà e soprattutto privato della compagnia dei suoi coetanei. Dopo una breve esperienza di vita in Germania, Gavino, divenuto oramai uomo, (Saverio Marconi) viene reclutato nell’esercito, circostanza questa che gli permetterà di staccarsi definitivamente dal padre con il quale aveva fino a quel momento vissuto un rapporto di totale sottomissione. Aiutato da un commilitone, il giovane potrà riprendere gli studi e conseguire infine anche la laurea. Il film, prodotto da Raidue, fu richiesto e presentato al Festival di Cannes nel 1977, in quell’anno presieduto dal regista Roberto Rossellini che dovette molto lottare con gli altri membri della giuria per fargli assegnare la Palma d’Oro. Fu presentato successivamente al Festival di Berlino, dove ottenne il Grand Prix, e l’anno successivo fu premiato con il David di Donatello e con due Nastri d’Argento, uno per la miglior regia ed uno a Saverio Marconi quale miglior attore esordiente. La miseria della vita dei pastori sardi, in quel preciso periodo storico, ci suggerisce questa ricetta molto povera ma di sicuro impatto: polpette rosse di pane.

INGREDIENTI: 150 grammi di pane raffermo – 1 uovo – 50 grammi di pecorino grattugiato – uno spicchio d’aglio – mezza cipolla – 200 grammi di salsa di pomodoro – 1 mazzetto di prezzemolo – olio di oliva extravergine – latte – sale e pepe qb.
PROCEDIMENTO: ammollare la mollica del pane nel latte, strizzarla bene e versarla in una ciotola. Aggiungere il pecorino grattugiato, l’uovo, l’aglio ed il prezzemolo tritati finemente, un poco di sale e pepe. Ottenuto un composto omogeneo, modellare con le mani le polpettine della dimensione di una noce e poi friggerle in olio fino a farle dorare bene. Intanto preparare una salsa di pomodoro con un soffritto di cipolla, fare cuocere per alcuni minuti e poi aggiungere le polpettine bel scolate. Cuocere ancora per una ventina di minuti e servirle calde.

LA CINA E’ VICINA di Marco Bellocchio, 1967

LA CINA E’ VICINA di Marco Bellocchio, 1967

Vittorio Gordini Malvezzi (Glauco Mauri), professore di scuola media superiore e aspirante assessore comunale, si fa aiutare nella sua campagna elettorale da Carlo (Paolo Graziosi) semplice ragioniere e militante nel Partito Socialista Unificato della città di Imola. Frequentando la famiglia altolocata di Vittorio, Carlo conoscerà sua sorella Elena (Elda Tattoli) e ne diventerà l’amante. Venuta a conoscenza della tresca amorosa, Giovanna (Daniela Surina) fidanzata di Carlo e che a sua volta collabora con Vittorio, decide di vendicarsi dell’affronto subito e per ripicca diventa l’amante del suo datore di lavoro. Il film è basato su intrecci ed intrighi che alla fine si concluderanno con un doppio matrimonio riparatore e tutto apparentemente troverà il giusto (?) equilibrio. Reduce dal clamoroso successo ottenuto con il suo primo lungometraggio I pugni in tasca (Nastro d’Argento nel 1966) il regista sembra qui anticipare tutti i temi che portarono alla imminente contestazione globale sessantottina, incluso il problema dell’aborto che viene esplicitamente affrontato nel film. Vengono scrupolosamente esaminati gli aspetti della provincia emiliana con le sue velleità di riscatto sociale proletario in contrapposizione alla sua tradizionale cultura piccolo borghese. Il film ottenne il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1967 nonché un Nastro d’Argento per il miglior soggetto originale e migliore fotografia, nonostante alcuni critici, decisamente contrari alla sferzante analisi sociale affrontata dal regista, dissero che la Cina, mai era stata così lontana! La provincia emiliana con i suoi ricchi sapori, ci suggerisce questo primo piatto molto semplice e saporito nello stesso tempo: tagliolini con asparagi.

INGREDIENTI: 500 grammi di tagliolini all’uovo freschi – 3 uova – 50 grammi di parmigiano grattugiato – 200 grammi di asparagi verdi – 1 grammo di zafferano in pistilli – due cucchiai di panna da cucina o crema di latte – sale e pepe qb.
PROCEDIMENTO: Per prima cosa preparare la salsa sbattendo insieme due tuorli e un uovo intero. Aggiungere quindi il parmigiano e la panna nonché i pistilli di zafferano, precedentemente sciolti in acqua tiepida. Salare e pepare. Pulire gli asparagi e tagliarli a fette sottili in diagonale. A questo punto cuocere i tagliolini insieme agli asparagi e, una volta cotti, scolare lasciando un poco di acqua di cottura e versare il tutto nella crema di uova. Mescolare velocemente e servire.

TENTAZIONE DI ESISTERE

TENTAZIONE DI ESISTERE

(Teatro Vascello – Roma, presentazione della stagione 2016/17)

Con un titolo che in effetti suona meglio se tradotto in Necessità di esistere, Manuela Kustermann, in veste di direttrice artistica del Teatro Vascello, ha presentato la nuova stagione che avrà inizio il 17 settembre e che prevede ben 62 lavori in cartellone. Molto variegati gli spettacoli proposti che prevedono diverse tipologie quali la prosa, la danza, la musica, il teatro-danza, il circo, i concerti e tanto altro ancora, facendo così già pregustare al pubblico presente in sala una stagione di per sé molto interessante.

Da anni infatti il Teatro Vascello ha come missione di cercare di soddisfare le varie esigenze dello spettatore spaziando dai classici ai lavori di scena contemporanea, sia con compagnie teatrali italiane che mediante collaborazione con produzioni straniere. Quest’anno in particolare una fattiva cooperazione con la Romania con due spettacoli in coproduzione: Baccanti con la regia di Daniele Salvo, già in scena con successo nella scorsa stagione, e La Tempesta con la regia di Silviu Purcarete, entrambi i progetti in gemellaggio con i teatri rumeni di Costanta e di Craiova.

Ecco perché, come ribadisce la Kustermann, il teatro sente istintivamente come esigenza la necessità di esistere, di affermarsi in una realtà, quella italiana e romana in particolare, dove la cultura soffre spesso di disattenzione da parte di quelle istituzioni che ne dovrebbero invece assicurare un ruolo primario nella vita di tutti i giorni.

Accanto ai maggiori teatri di prosa capitolini, il Vascello rappresenta senza ombra di dubbio una palcoscenico di grande prestigio per gli artisti che si esibiranno, per molti sarà un ritorno per altri un esordio, ma in tutti, dalle brevi presentazioni che hanno fatto dei propri spettacoli, si è riscontrato in maniera tangibile un grande impegno a fare, una grande voglia di esserci…

data di pubblicazione:13/07/2016

LA CENA di Ettore Scola, 1998

LA CENA di Ettore Scola, 1998

L’avvenente Flora gestisce a Roma il ristorante “Arturo al Portico”, ben frequentato e considerato un luogo di incontro ideale per chiacchiere ed altro, con il pretesto ovviamente di cenare. Qui si incrociano infatti diverse storie, a partire da quella amorosa della proprietaria, che coinvolgono non solo i clienti ma anche il personale della cucina: ognuno ha qualcosa da raccontare o da sistemare di fronte ad un buon piatto della tradizione romana, qui non c’è fretta, tutto si svolge in tempo reale.
Dopo il successo ottenuto con il film La Famiglia, Ettore Scola ci ripropone in un ambiente chiuso, ma mai claustrofobico, un narrazione molto credibile, dove si susseguono i fatti di vari personaggi tutti assolutamente possibili e sui quali ci piace fantasticare con l’occhio attento dello stesso regista, maestro ineguagliabile del raccontare.
Il cast impiegato è di ottimo livello a cominciare da Fanny Ardant, nei panni di Flora, a seguire poi con Vittorio Gassman, Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli, Eros Pagni, Daniela Poggi e tanti altri che hanno dato vita all’intreccio della varie storie.
Nel menù di questo tipico ristorante non può mancare il piatto forte della tradizione culinaria romana: la trippa. Qui ne riproponiamo una versione riveduta e corretta secondo una ricetta più meridionale e sicuramente dal sapore più deciso.

INGREDIENTI: 600 grammi di trippa già pulita e precotta – 500 di pomodori pelati a cubetti – 3 melanzane – 2 cipolle bianche – un bel mazzo di basilico – 150 grammi di parmigiano grattugiato – olio, sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: lessare la trippa, già tagliata a listarelle, in acqua abbondante e salata per due o tre volte e per circa dieci minuti, cambiando ovviamente l’acqua ogni volta. Preparare un soffritto con le cipolle in abbondante olio d’oliva aggiungendo poi i pelati e una buona manciata di basilico. Nel frattempo friggere le melanzane a cubetti e tenere da parte. Una volta che la salsa di pomodoro risulta pronta, condire con sale e un poco di pepe, o se si vuole anche con un poco di peperoncino, e aggiungere la trippa e le melanzane fritte lasciando cuocere il tutto altri 5 minuti per insaporire bene gli ingredienti. Aggiungere il parmigiano grattugiato e abbondante basilico e lasciare riposare. Il piatto va servito tiepido.